15 OTTOBRE – NUOVA ASSEMBLEA DEL MOVIMENTO NO BASE!

15 OTTOBRE – NUOVA ASSEMBLEA DEL MOVIMENTO NO BASE!

Giovedì 15 Ottobre – Ore 20.30  // Circolo Alberone (PI)

Dopo la denuncia a fine agosto di un aereo della Kuwait Air Force che trasportava materiale bellico all’interno dell’aeroporto Galilei, arriva la notizia di 1 miliardo di euro stanziato dal Ministero della Difesa per il supporto logistico alla flotta di aerei da guerra C-120J con principale base operativa all’aeroporto di Pisa.

Inserite dentro al processo generale di riarmo, alla propaganda per reclutare giovani allargando le fila dell’esercito, alla transizione bellica dell’economia, questi esempi ci forniscono l’ennesima prova del ruolo italiano nell’escalation bellica globale e della centralità del nostro territorio in questo processo. La guerra parte da qui.

Le istituzioni hanno un progetto chiaro per questo territorio: la guerra. La costruzione di basi militari e il rafforzamento delle infrastrutture a scopo militare continuano a trasformare il nostro territorio in un hub logistico-militare, stravolgendo un parco naturale con cemento e carri armati, mettendo filo spinato in un luogo che dovrebbe essere di tutta la città, trasformando le reti ferroviarie in binari della morte.

Mentre carovita, licenziamenti, sfratti, salari bassi ci attanagliano, usciamo dall’estate più calda della storia con nuovi investimenti nella guerra e nel rafforzamento della logistica militare.  I costi – sociali, economici e ambientali – di queste scelte ricadono su di noi: il welfare state viene progressivamente smantellato, un colpo dopo l’altro, mentre le strade che percorriamo quotidianamente per spostarci – ferrovie, aeroporti, porti, strade – diventano varchi da cui far passare armi, esplosivi, munizioni, esponendo migliaia di persona ogni giorno al rischio di incendi e disastri.

Anche noi abbiamo un progetto chiaro: organizzare il rifiuto della guerra. Tutti i sondaggi esistenti, qualunque sia la declinazione della domanda o il focus, mostrano una diffusa preoccupazione e rifiuto della guerra nel paese. Il sondaggio Censis effettuato in Italia su individui tra 18 e 45 anni – ovvero quelli potenzialmente più coinvolti in una eventuale chiamata alle armi – parla chiaro: solo il 16% sarebbe pronto a combattere, il 39% protesterebbe di fronte al richiamo delle forze armate, il 19% invece diserterebbe per evitare il fronte.

Il messaggio è chiaro: nessuno vuole la guerra. 

E se quindi le persone non vogliono la guerra, la guerra va organizzata di nascosto. Dalla gestione opaca del progetto di base militare tra Pisa e Pontedera, al traffico di armi nel territorio e nel paese in generale, il governo vuole nascondere il proprio coinvolgimento in guerre e genocidi.

Per questo, è fondamentale continuare ad organizzarsi per collettivizzare il rifiuto della guerra, smascherare, denunciare e bloccare i flussi di armi, contrastare l’economia bellica che pervade e minaccia le nostre vite. Rafforzare le azioni in campo e immaginare nuove pratiche e forme per far ascoltare la voce di un territorio che rifiuta di essere asservito agli interessi della guerra.

Di greenwashing, militarizzazione dei territori e questione energetica.

Di greenwashing, militarizzazione dei territori e questione energetica.

La Toscana al centro di economia di guerra e interessi israeliani

La Toscana è sempre più al centro di una serie di interessi economici legati a doppio filo alla macchina bellica e al complesso militare-industriale.
Se il progetto della nuova base militare da oltre mezzo miliardo, inizialmente prevista a Coltano e poi spostata a San Piero a Grado e Pontedera, rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questa tendenza, è possibile individuarne molti altri segnali, forse meno immediati, ma oramai sempre più impattanti sui nostri territori.
Infatti, in parallelo alla più esplicita dimensione di incremento di investimenti strettamente militari, sono molti gli ambiti e le forme con cui la militarizzazione si radica nei nostri territori sfruttandoli e desertificandoli sempre più.

É in questa tendenza, che vede nella guerra un’occasione di speculazione e guadagno, e sfrutta e deturpa il territorio con il beneplacito degli attori pubblici coinvolti, dalla Regione Toscana, agli Enti preposti, fino ai singoli Comuni, che riteniamo importante leggere le notizie dei recenti progetti agrivoltaici tra cui quelli di Lavaiano (comune di Casciana Terme Lari) e Collesalvetti, Ribolla, Grosseto e Roccastrada. 

Dai giornali alle amministrazioni, la questione energetica si fa sempre più incalzante e a governarla non sono mai i bisogni dellə cittadinə, ma profitti dei governi e interessi dei poteri internazionali.
Questo non avviene solo in Toscana, come possono ben documentare i lavori di inchiesta svolti da Confluenza e la mappatura dal basso delle opere di devastazione che abbiamo in cantiere e che è possibile consultare QUI), ma l’esempio sul nostro territorio è più che mai attuale ed esemplificativo.
Per quanto riguarda i progetti agrivoltaici sul nostro territorio, già citati, infatti, è oramai esplicitato pubblicamente che, alle spalle della promozione dei progetti citati sopra, nei nostri territori c’è un’azienda israeliana, la Shikun & Binui Ltd, inserita nella black list dell’Onu perché operante nei territori palestinesi illegalmente occupati.
Dunque, a poca distanza da un territorio già coinvolto nel progetto devastante della base GIS e Tuscania, ci troviamo di fronte all’ennesimo tentativo di una clamorosa operazione di green washing, che dietro alla facciata della produzione di “energia pulita” nasconde, pure in maniera mal celata, l’obiettivo di mettere a rendita il denaro proveniente direttamente dalla filiera sionista del genocidio (questo non è un caso singolo,  si veda l’approfondimento emerso da il caso di Massarosa con l’inchiesta di Cofluenza). 

Ancora una volta quindi ci troviamo di fronte a progetti che dipendono direttamente o indirettamente da interessi bellici, approvati all’insaputa della popolazione che vive quotidianamente i territori interessati e che non ha voce in capitolo sul futuro di quegli stessi territori, di cui si perpetra la distruzione per i profitti di altri. E come sempre la politica locale, dai Comuni alla Regione, prima finge di non sapere, per poi sostenere che queste decisioni non sono di loro competenza, nonostante sbandierino a destra e a manca il loro pacifismo e il sostegno alla causa palestinese.

Che ci sia una base da costruire, un canale da dragare o un impianto agrivoltaico, non c’è investimento pubblico o privato che non sia legato all’economia di guerra.

Una volta svelato un nuovo tassello del disegno mortifero e devastante che si porta dietro tutto questo, ed evidenziato l’ennesimo inequivocabile segnale di come, anche qui in Toscana, come nel resto del mondo, la questione energetica e la questione militare sono estremamente intersecate, fornendo legittimazioni inaccettabili di interessi genocidiari come quelli di Israele, non possiamo che riconoscere come questa debba essere parte della stessa lotta contro la guerra, contro la base, per la vita e la riappropriazione dei territori da parte delle persone che li abitano.

Di seguito il testo di convocazione della prima assemblea pubblica che si terrà a Lavaiano, lunedì 7 settembre ore 21.15

⏰ LUNEDI’ 7 SETTEMBRE ORE 21:15 – ASSEMBLEA PUBBLICA AL CIRCOLO ARCI DI LAVAIANO

👉 Un nuovo maxi-progetto si sta per abbattere sul territorio della Valdera: un impianto agrivoltaico di 22 ettari a Lavaiano, in un’area confinante con la Fi-Pi-Li.

La società che ha proposto l’impianto è la Spv Energy E32, è controllata dall’israeliana Shikun & Binui Ltd, azienda inserita nella black list dell’Onu perché compromessa in attività economiche nei territori palestinesi illegalmente occupati da Israele e coinvolta, tramite una società satellite, nella costruzione della barriera che circonda la striscia di Gaza.

Le istituzioni coinvolte nel processo di autorizzazione di questo progetto, dalla Regione Toscana al Comune di Casciana Terme-Lari hanno il dovere di informare la cittadinanza e prendersi le proprie responsabilità di fronte a questo progetto.

❌ NO ALL’AGRIVOLTAICO SPORCO DI SANGUE!

Incontro promosso da: Associazione No Valdera avvelenata, Coordinamento Valdera per la Palestina

Dalla guerra globale al controllo sociale: la farsa del 1° Reggimento Tuscania e l’inganno della Base nel Parco

Dalla guerra globale al controllo sociale: la farsa del 1° Reggimento Tuscania e l’inganno della Base nel Parco

Come Movimento No Base lo abbiamo sempre denunciato chiaramente: il 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania” e la 2ª Brigata Mobile dell’Arma sono corpi d’élite strutturati, addestrati e impiegati per la guerra globale. Sono forze speciali inserite nelle catene di comando NATO (FOS Tier 2), nate per la Direct Action, l’occupazione militare e le operazioni ad alto rischio nei teatri di crisi internazionali.

Eppure, per anni, le forze politiche di governo ad ogni livello — nazionale, regionale e locale — hanno cercato di raccontare una favola comoda alla cittadinanza: hanno provato a giustificare la costruzione della nuova mega-base militare da centinaia di milioni di euro all’interno del Parco Naturale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli vendendola come la realizzazione di un innocuo “presidio di sicurezza locale” e un’opportunità per il territorio.

Nell’ultimo anno, abbiamo assistito a un’escalation nell’utilizzo del Reggimento Tuscania proprio in operazioni di polizia locale nelle nostre città. Ma basta grattare la superficie della propaganda per svelare l’inganno.

Blitz di quartiere e titoli ad effetto: la spettacolarizzazione dell’ordine pubblico

Basta rileggere i titoli più eclatanti della stampa nazionale e locale degli ultimi mesi per capire come è stata costruita questa narrazione 

Ci troviamo di fronte a paracadutisti in tenuta da combattimento, volti coperti, unità cinofile, elicotteri in sorvolo e quartieri popolari cinti d’assedio per dodici ore consecutive.

La domanda scomoda: a cosa serve una base nel bosco se il teatro di guerra è l’asfalto cittadino?

Ci chiediamo allora, in modo diretto e provocatorio:

A cosa serve cementificare ed espropriare decine di ettari all’interno della Selva Toscana e del Parco di San Rossore per costruire una base d’addestramento d’élite, se poi l’impiego dichiarato e strombazzato dal governo è quello di dare la caccia agli spacciatori di strada sui marciapiedi delle periferie?

La risposta è semplice: è una colossale operazione di facciata.

Le trionfali parole del Ministro della Difesa Guido Crosetto durante la sua visita al Tuscania e il recente riconoscimento dell’innalzamento dei gradi di operatività stabiliti dalla NATO per queste unità dimostrano la realtà dei fatti. Le forze d’élite dell’Arma sono destinate alla guerra e ai grandi scenari geopolitici. La passerella mediatica nelle periferie italiane serve unicamente a costruire una narrazione di comodo, utile a giustificare di fronte all’opinione pubblica la presenza di reparti militari d’assalto nella vita quotidiana del Paese.

La montagna che partorisce un topolino: la farsa dei numeri

Se valutiamo queste operazioni sul piano dell’efficacia reale contro la criminalità organizzata, il bilancio è ridicolo. Reparti speciali d’élite, che dovrebbero essere impiegati per disarticolare i grandi cartelli del narco-traffico, smantellare i patrimoni mafiosi e colpire i vertici del crimine organizzato, producono il classico topolino.

Mettiamo a confronto i dati operativi emersi da questi blitz con i dati ufficiali dell’ultima Relazione al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze:

Tutti i blitz ad alto impatto messi in atto dal Tuscania nei quartieri romani, torinesi e milanesi nei primi 8 mesi del 2026  hanno portato al sequestro complessivo di appena 10,6 kg di sostanze (circa 2.500–5.000 dosi da strada). Si tratta dello 0,019% dell’intero quantitativo sequestrato annualmente in Italia (55.396 kg).

L’impiego delle truppe d’assalto della Difesa non intacca minimamente i veri flussi della droga né i grandi broker che la gestiscono

Dal modello ICE americano alla militarizzazione del territorio

E allora, se sul piano del contrasto al crimine questi interventi sono irrilevanti, a cosa servono davvero?

Seguendo il modello americano dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), la presenza sempre più capillare delle forze speciali nelle nostre città risponde a un preciso disegno di militarizzazione del territorio. Un processo che persegue due obiettivi strategici:

  1. Ingegneria della paura e controllo sociale: Scenari di guerra, commando armati fino ai denti, incursioni con elicotteri e quartieri posti sotto assedio alimentano un clima perenne di crisi ed emergenza. La presenza fisica dei militari nelle strade inculca nell’immaginario collettivo l’idea che la loro presenza sia “necessaria” e inevitabile per garantire la sopravvivenza della società.
  2. Legittimazione della spesa militare e della Base: Mostrare i paracadutisti in azione nelle periferie o nei nodi di scambio serve a far mandare giù alla popolazione la pillola dei costi militari. Si fa credere ai contribuenti che sia giusto spendere centinaia di milioni di euro per la nuova base nel Parco di San Rossore, per gli stipendi delle forze speciali e per gli equipaggiamenti bellici d’assalto (come i droni e i mezzi anfibi finanziati nelle ultime manovre di bilancio) facendoli passare per strumenti di “sicurezza pubblica”.

La criminalizzazione della povertà e lo Stato penale

Questo modello produce un ulteriore effetto devastante: la stigmatizzazione dei quartieri popolari e dei soggetti marginali.

  • Guerra ai Poveri, non alla Mafia: Gli interventi si concentrano quasi esclusivamente in zone colpite da forte disagio socio-economico (Quarticciolo, Tor Bella Monaca, Barriera di Milano). Gli arresti e le denunce colpiscono in gran parte cittadini stranieri o soggetti affetti da dipendenza, alimentando razzismo, diffidenza e guerra tra poveri. Si colpiscono i terminali ultimi della catena — spesso spinti allo spaccio per disperazione o dipendenza — lasciando intatti i vertici e i profitti finanziari del narcotraffico.
  • Costruzione del Nemico e Zone Rosse: Invece di portare scuole, servizi sanitari, trasporti e lavoro, lo Stato risponde proclamando “Zone Rosse” e zone d’intervento speciale. È la scorciatoia per legittimare i Decreti Sicurezza, la restrizione delle libertà personali, la normalizzazione dei fermi preventivi e delle perquisizioni di massa.
  • Guerra alle Occupazioni e Vetrina Turistica: Invece di affrontare l’emergenza abitativa con politiche per la casa, le forze speciali vengono usate per sgomberare le occupazioni ATER, colpevolizzando e criminalizzando chi non ha un tetto. Parallelamente, nelle aree monumentali e turistiche come il Colosseo o le stazioni centrali, i militari vengono messi in mostra come statuine di una vetrina ideologica, per ostentare la potenza dello “Stato penale” ai flussi del turismo globale.

Le nostre rivendicazioni: per una sicurezza sociale, non militare

Noi crediamo che questo modello sia completamente sbagliato, autoritario e dannoso per la società. Non abbiamo bisogno di generali, militari incappucciati e basi nel parco per vivere sicuri.

Come Movimento No Base chiediamo con forza:

  • Taglio immediato delle spese militari e delocalizzazione delle risorse verso le vere emergenze del Paese: sanità pubblica, scuola, trasporti e sostegno al reddito.
  • Cessazione dell’impiego dei reparti militari nelle strade e nei quartieri: la gestione delle periferie richiede politiche sociali, non strategie di occupazione bellica.
  • Un cambio radicale di paradigma: il passaggio dalla retorica reazionaria della “sicurezza militare” alla costruzione della vera sicurezza sociale (casa, lavoro, salute, ambiente).

NO ALLA BASE MILITARE NEL PARCO NATURALE!
NO AI MILITARI NELLE NOSTRE STRADE!

Movimento No Base – Pisa

Da Colleferro a Pisa, il campo minato dei territori di sacrificio

Da Colleferro a Pisa, il campo minato dei territori di sacrificio

Pochi giorni fa abbiamo visto un’enorme esplosione coinvolgere una fabbrica di munizioni a Colleferro, la KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa. Immagini impressionanti della violenza con cui un sito industriale può immediatamente diventare una bomba che minaccia la vita di dipendenti e abitanti del territorio. Un evento che ha giustamente spaventato e fatto notizia, a maggior ragione dato che in quello stesso territorio, la Valle del Sacco, KNDS intende riconvertire e ampliare lo stabilimento realizzandovi un nuovo impianto per la produzione di nitrogelatina, componente destinato alla filiera degli esplosivi e delle munizioni.
Così, alla faccia degli incidenti esplosivi, si continua a incentivare una dinamica di riarmo e militarizzazione palesemente nociva e pericolosa per la vita, la sicurezza e la salute dellə abitanti. 

A partire dall’episodio di Colleferro, vogliamo cogliere l’occasione per guardare al nostro territorio e fare luce su come una zona di sacrificio sia sempre di più un campo minato in cui la vita di chi ci vive o lavora non è messa sullo stesso piano dell’interesse politico, economico e militare a portare avanti piani di riarmo e proiezione bellica nel pieno di una guerra mondiale devastante. 

Porto e raffineria a Livorno: una minaccia perenne per la sicurezza del territorio

Quante Colleferro ci sono tra Livorno e Pisa, nei pressi di case, quartieri, infrastrutture, parchi, strade e stazioni? Quanto è concreta la minaccia della guerra e dell’estrattivismo per vite e territorio, quando ci muoviamo tra le nostre città? Immaginiamo di camminare da Livorno a Pisa e percorrere le strade in cui abitano e lavorano decine di migliaia di persone.
Quali sono le Colleferro che incontriamo ogni giorno? 

A Livorno il porto, come denunciano i portuali e la cittadinanza da anni, è luogo di transito di merci militari. Centinaia di container che possono ospitare qualsiasi cosa, da armi a esplosivi, da bombe a missili, scaricate in mezzo a lavoratori, abitanti e turisti. Dal 2025 a oggi, sono più di 600 le tonnellate di esplosivi circolate nel porto.  A questo si aggiunge l’interesse a insediare nel porto un nuovo sito per la costruzione e il collaudo di sottomarini da guerra dell’impresa Drass.

Andando verso Pisa incontriamo Stagno, dove la raffineria Eni — oggi interessata da un progetto di conversione in bioraffineria — rappresenta l’eredità concreta di decenni di attività industriale ad alto impatto. L’impianto è classificato dalla normativa Seveso come stabilimento a rischio di incidente rilevante, mentre nelle aree circostanti sono state documentate contaminazioni dei terreni e delle acque di falda da idrocarburi, metalli e sostanze cancerogene. La riconversione annunciata non cancella la necessità di completare le bonifiche, garantire la sicurezza dei lavoratori e tutelare la salute della popolazione.

Camp Darby: un immenso deposito di munizioni nel cuore del Parco

Il percorso prosegue fino al Camp Darby, base militare utilizzata dalle forze armate statunitensi come deposito logistico e di munizioni. Un vero e proprio bersaglio per qualsiasi tipo di operazione militare che abbia come controparte l’esercito USA o la NATO. Una polveriera gigante in cui non si conosce cosa vi sia stoccato, per quanto tempo, con quali rischi per la sicurezza e con quali conseguenze in caso di incidente o esplosione. 

Un’installazione collocata in territorio italiano ma sottratta, nei fatti, a un effettivo controllo democratico e caratterizzata da un regime di segretezza che impedisce alla popolazione di conoscere quantità, tipologia e rischi dei materiali stoccati.

Non risulta pubblicamente disponibile un piano di emergenza esterna che informi gli abitanti sui rischi, sulle aree coinvolte e sui comportamenti da adottare in caso di incidente, né tantomeno informazioni sulle attività quali movimentazione di armi, esplosivi e munizioni. Quale impatto avrebbe un evento come quello di Colleferro, se coinvolgesse un luogo di questo tipo? 

Quando il rischio aumenta solo aspettando un treno

Ma la minaccia che comportano questo tipo di infrastrutture è anche in movimento: le stesse merci militari che arrivano a Livorno o vengono stoccate a Camp Darby, circolano sulle nostre strade, nei nostri cieli e soprattutto sulle nostre rotaie e sui nostri treni. Quante delle merci che transitano nell’hub militare pisano-livornese, atterrano all’aeroporto di Pisa? Quanti di questi esplosivi sono passati e passano tutt’ora dalla stazione dei treni? Quanti dai binari di Livorno, Calambrone, Collesalvetti? Magari in pieno giorno, con stazioni piene di pendolari? Quali misure di sicurezza sono messe in atto e come possono tutelarsi le persone laddove il passaggio di questo materiale rimane completamente sconosciuto?

Il rischio non si ferma alle zone tra Pisa e Livorno: a Pontedera, uno dei luoghi designati per il nuovo progetto di base militare, è stato di recente ampliato il binario 4 della stazione, nell’ambito di un progetto europeo dual use, destinato anche alla mobilità militare e alla circolazione di convogli lunghi fino a 740 metri, in una zona ad altissima frequentazione a ogni ora del giorno e della notte.

Armi, esplosivi e… reattori: il nucleare di San Piero a Grado di cui nessuno sa nulla

E se non si tratta di combustibili, armi o esplosivi, si tratta di inquinamento. Qual è lo stato effettivo dello smantellamento del reattore dismesso nell’area Cisam e della rimozione dei materiali radioattivi? Quali controlli continuativi vengono effettuati sulle acque, sui sedimenti e sull’ecosistema del Parco, e con quali modalità di informazione pubblica?

Vita, salute e sicurezza: la nostra vera posta in gioco

Quando la guerra diventa la regola con cui si organizzano i territori, le infrastrutture, il lavoro, l’economia, la logistica, ognuno di questi luoghi è una possibile Colleferro, una polveriera pronta a saltare in aria. Non si tratta di allarmismo, ma della posta in gioco della lotta che portiamo avanti: difendere la vita stessa, la salute e la sicurezza quotidiana delle nostre città, dei nostri posti di lavoro, dei territori che viviamo. 

Non vogliamo territori che siano parchi giochi per militari e industriali, mentre diventano campi minati per la popolazione; non vogliamo che il prezzo della guerra mondiale sia pagato dai più, mentre pochi potenti fomentano il riarmo dal caldo delle loro poltrone.

Fermare la logistica bellica e le basi militari proiettate verso i teatri di guerra globali; organizzarsi sui territori per rivendicare condizioni di vita sicure, salubri, dignitose, ecologiche; scioperare nei posti di lavoro per sottrarsi ai ricatti dell’economia di guerra; lottare contro questi sacrifici imposti ai territori e a chi li abita. Questi sono gli unici strumenti che abbiamo a tutela della vita umana e naturale, verso la quale la guerra e i suoi ingranaggi sono oggi una minaccia sempre più incompatibile e inaccettabile. 

Territorio infrastruttura di guerra: esce il secondo numero del bollettino “HUB”

Territorio infrastruttura di guerra: esce il secondo numero del bollettino “HUB”

Questo secondo numero di HUB raccoglie articoli e approfondimenti sui flussi bellici, sui nuovi investimenti nelle infrastrutture “civili” dual use, sulle fabbriche di armi e sulla loro filiera nei territori, con un approfondimento dedicato a Leonardo S.p.A. Un lavoro che prosegue la ricerca iniziata con HUB n°1, integrando lo sguardo sulle aziende della difesa, sulle loro reti produttive e sulla progressiva organizzazione del territorio come infrastruttura strategica.

Indagare una fabbrica di armi significa accorgersi che non esiste mai una fabbrica isolata. Dietro ogni sistema d’arma si estende una filiera fatta di ricerca universitaria, laboratori, infrastrutture logistiche, aziende civili che producono componenti, reti di trasporto, finanziamenti pubblici e trasferimento tecnologico. È proprio questa rete che HUB vuole rendere visibile. È su questo terreno che si muovono aziende come Leonardo SpA, così come Fincantieri, insieme all’acquisizione di WASS e allo sviluppo delle tecnologie navali, che mostrano come l’industria della difesa si organizzi sempre meno per comparti separati e sempre più come una rete che unisce software, elettronica, intelligenza artificiale, cybersicurezza, cantieristica e sistemi d’arma. La militarizzazione contemporanea che organizza l’intero territorio come piattaforma strategica, intrecciando università, ricerca, imprese, logistica, infrastrutture e formazione in una rete capillare, veloce, in rapida crescita e sotterranea anche se dappertutto. Una forma di militarizzazione dell’intera società, a cui si aggiunge la sperimentazione di nuove forme di leva di massa.

Per questo fare inchiesta significa acquisire strumenti per intervenire. Significa comprendere dove la guerra viene progettata, finanziata, prodotta e resa possibile, per poterla contrastare in ogni passaggio della sua filiera.
Dagli scioperi nelle aziende della difesa al confronto con lavoratrici e lavoratori; dalla lotta contro gli accordi tra università e industria bellica al blocco dei trasporti militari; dalla diffusione della conoscenza alla costruzione di percorsi collettivi nei territori. Perché la guerra non è soltanto nei fronti di combattimento. È dentro i processi economici, produttivi e culturali che la rendono possibile. E se questi processi attraversano le nostre città, allora è anche da qui che può partire la possibilità di interromperli.

Di seguito si può trovare in pdf il volume integrale del secondo numero di “HUB – Bollettino sulla militarizzazione e sulle resistenze dei territori”: scaricalo, diffondilo, rafforza la rete di resistenza contro la guerra.
Puoi leggere il primo numero sul nostro sito seguendo questo link.

Vuoi presentare il bollettino nella tua città o nel tuo paese? Vuoi sviluppare delle inchieste sulla militarizzazione nel tuo territorio o nei posti in cui vivi e lavori? Contattaci per organizzarci insieme!