DECALOGO ESTATE NO BASE

Approfondire il punto #4

Nel dettaglio   

In un mondo attraversato da crisi sistemiche che il capitalismo tende a stabilizzare come regime permanente di governo, il movimento No Base riconosce la necessità di integrare lo sguardo transfemminista nell’analisi e nella lotta contro la militarizzazione. Le guerre non sono mai neutre dal punto di vista del genere, così come non lo sono rispetto a etnia e classe sociale. Per questo motivo è fondamentale considerare il genere come metro di analisi per comprendere le relazioni di potere anche nei contesti di guerra, utilizzando la prospettiva transfemminista per rifiutare la logica bellica e svelare la funzione costitutiva della violenza razzista, coloniale e patriarcale che la sostiene.

 

 

Come transfemministə, rivendichiamo il nostro ruolo nella costruzione di un mondo diverso, immaginando alternative possibili e smascherando chi costruisce nemici esterni per nascondere i problemi sistemici. Sosteniamo sempre i popoli oppressi che lottano per la propria autodeterminazione, opponendoci al tempo stesso alle narrazioni che binarizzano la realtà e semplificano le cause complesse dei conflitti. Il nostro dovere è ribellarci quando l’oppressione diventa legge di Stato, dalla militarizzazione delle scuole alla riconversione industriale bellica, dalla strumentalizzazione della violenza contro le donne alle politiche familiste e antiabortiste. Crediamo che se ci fermiamo noi si ferma il mondo, e se ci fermiamo noi si ferma anche la guerra con tutti i suoi ingranaggi.

L’estrema destra risponde alle crisi sistemiche con una strategia che mira a conservare il sistema capitalista e suprematista attraverso la divisione tra chi sarà salvatə e chi sarà sacrificatə, tentando di addestrare e irregimentare le nostre vite. In questo contesto, la nostra ribellione si articola su più fronti simultanei: dallo smantellamento dei servizi socio-sanitari alla riconversione delle industrie in fabbriche di morte, dall’uso strumentale della violenza contro le donne fino alla normalizzazione della guerra come unica relazione politica praticabile.

La preparazione alla guerra genera un’economia che si nutre di corpi sacrificabili, traducendosi in devastazione ambientale, tagli al welfare, criminalizzazione del dissenso e ideologie suprematiste. Questo processo incide profondamente sulla vita di donne e soggettività non conformi, rendendo evidente che la lotta contro la guerra e quella per la riappropriazione dei nostri diritti costituiscono la medesima battaglia. Nel processo di normalizzazione bellica, la militarizzazione della formazione gioca un ruolo fondamentale: le scuole accolgono sempre più frequentemente insegnamenti militari attraverso progetti apparentemente educativi che vedono poliziotti, carabinieri e militari nel ruolo di formatori. Questo processo significa imporre controllo e diffondere ideologie fasciste già dall’infanzia, costringendoci a riflettere profondamente su cosa significhino davvero l’educazione affettiva e la scuola transfemminista, e su come questa propaganda influenzi le persone giovani.

La militarizzazione dei territori rappresenta un altro aspetto cruciale della questione. Pur non subendo le devastazioni dirette dei luoghi dove le guerre sono in corso, i nostri territori vengono violentati dalla presenza di basi, aeroporti, presidi e industrie belliche. L’aumento delle emissioni causate dall’industria bellica, l’inquinamento acustico degli aerei militari, la sottrazione di intere aree alla cittadinanza e all’ecosistema costituiscono esempi concreti di questa violenza. Il territorio toscano compreso tra Pisa, Livorno e Pontedera rappresenta un caso emblematico di questa dinamica.

Parallelamente, assistiamo al consolidamento di politiche familiste, misogine, transfobiche e antiabortiste che limitano sistematicamente le nostre possibilità di autodeterminazione. Queste iniziative legislative che vorrebbero obbligare alla maternità e imporre la cis-etero normatività si collegano direttamente al futuro di guerra che vorrebbero imporci, configurando un sistema di controllo complessivo sui nostri corpi e sulle nostre vite.

È necessario distinguere tra conflitto e guerra: la seconda viene spacciata come sinonimo del primo, ma rappresenta in realtà ciò a cui si arriva quando non si vuole risolvere un conflitto in atto. Non siamo educatə a riconoscere e gestire conflitti nella ricerca di una risoluzione collettiva, ma a subire la violenza della guerra e della pacificazione sociale. La lotta contro la pacificazione diventa quindi centrale, poiché essa costituisce il mantenimento dello status quo, delle gerarchie dello sfruttamento e quindi anche di genere. Per questo diventa fondamentale ri-tematizzare con la lente del transfemminismo parole e concetti del nostro quotidiano come conflitto, escalation, sicurezza vs securitarismo, pace vs pacificazione.

Il presidio di pace “Tre Pini” incarna questa prospettiva territoriale della lotta, situandosi di fronte alle reti dove vorrebbero costruire la nuova base militare per i reparti speciali dei Carabinieri GIS e Tuscania, che già ora contribuiscono a esportare guerra in tutto il mondo. Discutere, creare rete e organizzarsi a partire dai luoghi di lotta che si creano nei territori diventa quindi fondamentale per costruire un discorso e azione collettiva che non sia mero esercizio intellettuale ma rimanga ancorato alla realtà delle nostre vite.

In territori devastati e sempre più privi di servizi, dove il carico di cura viene concentrato su di noi, dobbiamo ridefinire significati e pratiche di resistenza partendo dalla consapevolezza che la riproduzione della vita rappresenta il cuore della nostra lotta. La sfida è costruire una capacità di azione che non subisca passivamente le iniziative dei governi, ma sappia tessere alternative concrete e praticabili.