IL PORTO DI LIVORNO NELL’HUB MILITARE TOSCANO: INTERVISTA AI LAVORATORI PORTUALI DEL GAP

IL PORTO DI LIVORNO NELL’HUB MILITARE TOSCANO: INTERVISTA AI LAVORATORI PORTUALI DEL GAP

Riportiamo di seguito un’intervista che abbiamo condotto nel corso dell’estate a partire dal punto “Fare rete” del decalogo no base, con alcuni lavoratori portuali di Livorno del Gruppo Autonomo Portuali (GAP), impegnati nella lotta contro il traffico di armi dal porto livornese. Condividiamo l’intervista come ulteriore approfondimento sull’hub militare toscano, la cui centralità negli scenari di guerra globali è sempre più chiara: dalla logistica di armi che passa da ferrovie, porti e cieli, a Camp Darby, dalle strutture di addestramento esistenti ai nuovi progetti, come la nuova base militare prevista tra Pisa e Pontedera o il comando NATO di Firenze. La lotta dei portuali e la lotta no base sono intrecciate a doppio filo e in sinergia nell’obiettivo di bloccare i flussi di armi, mezzi e uomini che innervano i nostri territori. 

Sentiamo ancora più importante pubblicare l’intervista in questi giorni, in cui ci prepariamo insieme a migliaia e migliaia di persone in tutta Italia a contribuire allo sciopero e al blocco delle infrastrutture della guerra in sostegno al popolo palestinese e al fianco della coraggiosa missione della Global Sumud Flotilla. Ribadiamo nuovamente che la lotta no base è anche una lotta al fianco della Palestina e contro la produzione di guerra e genocidio nel nostro territorio: fermare la base significa impedire che venga posizionato un ulteriore tassello di militarizzazione funzionale all’addestramento di forze speciali, come i Paracadutisti “Tuscania”, impegnate attualmente anche a Rafah, al confine con Gaza, nella missione EUBAM e da decenni alleate delle politiche coloniali sioniste in Palestina. 

L’intervista è stata condotta in estate e ci teniamo a sottolineare che alcuni obiettivi, come l’interrogazione parlamentare o il lavoro sull’obiezione di coscienza, sono ora ritenuti meno attuali nell’evoluzione della lotta. Ma l’analisi e gli obiettivi generali, sono oggi ancora più urgenti da condividere: con questa intervista intendiamo approfondire la filiera delle armi, la sua logistica, la materializzazione sul territorio pisano-livornese dell’economia di guerra; ma soprattutto rafforzare la relazione tra noi e quanti si battono al nostro fianco, come i lavoratori portuali di livorno, per esprimere con efficacia e concretezza un’opposizione nei confronti della macchina bellica. Questa relazione è per noi una risorsa fondamentale: l’alleanza tra le nostre lotte e i nostri territori è una condizione essenziale per dare forza all’obiettivo di fermare la guerra a partire dai luoghi che abitiamo e in cui lavoriamo, costruendo insieme la fiducia che insieme possiamo cambiare le cose.

Di seguito la trascrizione dell’intervista che abbiamo condotto:

Da dove vengono i carichi di armi che arrivano a Livorno? Da quali porti passano e dove vanno?

Principalmente la merce che siamo riusciti a identificare è materiale bellico americano e italiano, proveniente da basi in Medio Oriente e da esercitazioni per quanto riguarda quello americano, in entrata e in uscita. Il materiale arriva in Italia da basi all’estero oppure proviene da Camp Darby per essere imbarcato e andare all’estero. Le merci italiane sono tutte legate a movimentazioni dirette a basi sul territorio nazionale, soprattutto ai poligoni della Sardegna. 

È possibile ricostruire la filiera e la relazione con il tessuto del complesso militare industriale Toscano (aziende produttrici, compagnie di trasporto)?

C’è la possibilità di ricostruire la filiera grazie alla collaborazione con The Weapon Watch. Inoltre, abbiamo una mappatura di tutte le aziende italiane che producono armamenti e hanno un contratto di esportazione. Sono dislocate su tutto il territorio toscano, oltre che su quello nazionale. Sul territorio nazionale abbiamo mappato insieme a una giornalista d’inchiesta e a The Weapon Watch un totale di 152 aziende e in Toscana dovrebbero essere 6 quelle che hanno la concessione per l’esportazione di armamenti, secondo la Legge 185/90.

La logistica di guerra in questi mesi di escalation globale è aumentata o è rimasta costante?

Abbiamo avuto contezza durante quest’anno di quanta roba entra ed esce e quante navi militari ci sono. Abbiamo notato che la cadenza è circa semestrale, tranne due mesi fa con un passaggio in più. Da due navi l’anno si è passati a quattro perché c’era la presenza di questa nave italiana. Altrimenti la cadenza è di 2 o 3 navi l’anno, di imbarco prevalentemente. Quando arriva merce dall’estero è diretta sempre a Camp Darby e allora c’è una nave in più. A parte le allerte che abbiamo visto rispetto alle basi come Camp Darby non ci sono movimentazioni visibili, non le abbiamo notate. Resta il problema di tutto quello che non riusciamo a vedere, che penso sia l’80 percento della merce che passa da Livorno. Livorno è un hub tra i più importanti della Toscana dato anche il numero di aziende e basi di smistamento verso territori esteri. Non si parla tanto di materiale bellico in senso stretto (munizioni, carri armati) ma piuttosto di componentistica. 

Approfondiamo la connessione tra territorio livornese e pisano: come ricostruire l’hub che conduce a Pisa e alle sue infrastrutture logistico militari? Quali sono gli sviluppi della militarizzazione che state notando?

Questa domanda si connette alla seconda [sul complesso militare-industriale del territorio] La mappatura c’è, ora stiamo cercando di definire i dettagli, ma ci manca il collegamento logistico. Abbiamo il nome dell’azienda, le partecipate, la dislocazione sul territorio, le varie sedi e cosa produce. Ci manca di sapere quali sono i vettori di trasporto da punto A al punto B, dall’azienda produttrice verso altre aziende o verso il porto di Livorno. Su questo ci stiamo lavorando ma è difficile averne contezza, a meno che qualcuno non vada direttamente davanti alle fabbriche, come fanno in Francia, e prenda il numero dei container che escono e della ditta di trasporto che esce. A qual punto si potrebbe anche lavorare per un tracciamento del trasporto su terra. 

Per quanto riguarda le infrastrutture che possono essere coinvolte direttamente con il porto c’è sicuramente lo scavallo ferroviario della stazione del Calambrone in via Leonardo Da Vinci. Lì stanno facendo dei lavori da mesi e grazie a indicazioni dei ferrovieri sappiamo che la linea sta venendo potenziata notevolmente, in funzione probabilmente di passaggi ferroviari: il porto di Livorno ha dei collegamenti ferroviari, al momento ancora non molto utilizzati e non abbiamo visto materiale bellico caricato sulla ferrovia. L’azienda  Marterneri SPA che ha al momento il contratto con Camp Darby e la Difesa americana ha la possibilità, avendo un terminal da cui accedere alla linea ferroviaria, di caricare su quel terminal materiale bellico. Sulla Darsena del Tombolo, se non dai mezzi stampa, non abbiamo contezza di quanto e come è stata potenziata. In dieci anni di lavoro non abbiamo mai visto il passaggio su chiatte e piccole imbarcazioni di materiale bellico smistato dal porto di livorno dalle navi più grandi a quelle più piccole con la destinazione Darsena. Forse la ristrutturazione della Darsena del Tombolo è anche in funzione di questo… a ora non abbiamo visto questa tipologia di passaggio. 

Come state intervenendo? Come si stanno comportando le istituzioni? Come influisce la Commissione di Garanzia nella decisione di inserire il trasporto di armi nei servizi pubblici essenziali? 

Oltre al lavoro di monitoraggio costante in porto, che consiste nel vedere se arrivano mezzi pronti all’imbarco al molo Italia, stiamo cercando di ricostruire la filiera, di riuscire a trovare quella chiave che ci permetta di identificare i contenitori. O meglio, di identificare quei contenitori in cui sono presenti componenti d’arma che possibilmente vanno in violazione della 185/90. Questa è una prima fase di lavoro. Ci stiamo muovendo anche sul fronte legislativo portando avanti l’istanza dell’obiezione di coscienza; in ambito parlamentare, creando con un pool di avvocati e professori universitari le basi dell’emendamento all’obiezione di coscienza; sul fronte dell’opposizione istituzionale qualcosa si è mosso grazie alle azioni che stiamo facendo e che fanno anche altri portuali in Italia e in Europa. Dal punto di vista delle istituzioni territoriali, tranne un iniziale accenno di collaborazione e confronto con il sindaco che ci ha detto dell’apertura di un tavolo con prefetto ed enti di controllo, di fatto non abbiamo avuto più notizie e aspettiamo di vedere come questo tavolo sia andato. Ci dovrebbe essere tra qualche mese, forse si fermano con l’estate, un approfondimento sulla mozione del 2021 recentemente approvata e modificata sul tracciamento. 

Non sappiamo se questa latitanza delle istituzioni, del Consiglio Comunale e del sindaco sia dovuta a una mancanza di comunicazione col prefetto che si occupa del passaggio e autorizzazione di merci militari, o se si tratti di una linea politica di temporeggiamento, non ci sbilanciamo. 

La commissione di garanzia e la decisione di inserire il trasporto di armi nei servizi essenziali è funzionale ai fronti di movimentazione e di lotta creati tra lavoratori che oggettivamente e materialmente hanno la possibilità di impedire il traffico di armi. Anche il lavoratore dell’aeroporto di Montichiari di Brescia si è mosso, anche se a livello personale, nel rispetto della Costituzione e della legge 185/90. Stanno cercando di arginare in maniera un po’ goffa il movimento crescente di mobilitazione popolare: questa normativa non va contro il blocco ma contro la facoltà di poter indire lo sciopero. É un attacco diretto ai sindacati che fanno opposizione. Inserendolo in questa categoria non ci sarebbero più i requisiti per poter dichiarare sciopero, dato che il trasporto pubblico essenziale è tutelato da normative strette che prevedono il transito sul territorio. Stanno paragonando missili e bombe a medicinali, merci deperibili, libera circolazione di passeggeri.

Quali sono le prospettive di lotta contro il traffico di armi sul nostro territorio? Quali opportunità e ostacoli incontrate? 

Le prospettive di lotta sono chiare. L’escalation bellica, le posizioni del governo europeo  e della NATO, l’incremento di spesa militare, il riarmo, la conversione di fabbriche e industrie vanno in una direzione chiara. Quello che stiamo cercando di fare come lavoratori è creare i legami necessari dal punto di vista di movimenti, partiti, associazioni sensibili al tema per avere facoltà di azione incisiva e più marcata sul territorio. Questo è possibile mettendo da parte istanze e rivendicazioni personali, di entità, di movimento, partito, associazione e mettendo al primo posto l’obiettivo dell’opposizione al traffico di armi. Non abbiamo la ricetta per questo ma stiamo cercando di lavorare su più fronti e abbiamo visto che funziona. Su più livelli di azione: oltre alla parte pratica di presenza sul territorio e denuncia all’opinione pubblica, mostrando quello che molte aziende e istituzioni non vogliono far vedere o fanno finta di non vedere, anche il chiamare in causa enti e istituzioni che dovrebbero controllare e non controllano. Muovendoci tramite esposti, richieste di accesso agli atti, denunce. É una chiave di lettura e forma di lotta evoluta che unisce lotte pratiche sul territorio a lotte di tipo giuridico e della magistratura. Spesso o mancano documentazioni, o si fanno relazioni che violano la 185/90, o non ci sono procedure di sicurezza adeguate alla tutela di lavoratori e della cittadinanza. e questo mette in contraddizione, anche in virtù di impegni politici presi, i governi di varie città che devono tutelare l’interesse pubblico cittadino e la sicurezza. In questo modo si può riuscire a fare una pressione a 360 gradi e siamo certi che è un meccanismo che porta a complicare le cose a chi finora ha fatto cosa voleva sotto questo punto di vista. 

Come possiamo costruire maggiori connessioni per lottare contro la filiera bellica?

La creazione di connessioni con quello che si sta già facendo è un passo importante, Abbiamo notato che c’è parecchia dispersione di energia, per dissapori tra sindacati, gruppi politici e movimenti di vario tipo che portano a esempio lampante delle manifestazioni a Camp Darby del 13 e del 19 giugno. Ci sono sicuramente motivazioni valide per decidere di non farle unite, ma crediamo che davanti a una situazione come quella che c’è oggi in Italia in cui ci si appresta a investire 800 miliardi in armi in 10 anni che andranno tolti a istruzione, welfare, sanità e al mantenimento del territorio che non è più il momento di essere divisi. Difficile è trovare l’unione, mettere da parte l’ascia di guerra, anche in virtù di tutto quanto successo prima, ma crediamo che sia fondamentale e un passaggio dovuto se si vuole riuscire a smuovere qualcosa. Per il resto non resta che coordinarsi, avere passaggi di informazioni fruibili e veloci, perché quando si parla di armi il passaggio è talmente veloce che, a meno di un tracciamento preventivo, difficilmente si può fare un’azione. Cercare al massimo di trovare un punto di convergenza per la questione bellica. Almeno per la denuncia forte con prese di posizione forti a quello che sta succedendo al popolo palestinese, al traffico di armi, alla riconversione industriale, per dare ai lavoratori la possibilità di obiettare anche senza avere un appoggio politico o sindacale, crediamo si debba trovare una volta per tutte una convergenza. La divisione dà adito ai partiti di destra e alle aziende e agli industriali di trovare terreno fertile per fare quello che vogliono.