Pubblichiamo di seguito gli interventi del Movimento No Ponte e del Movimento No Tav dalla assemblea del 7 settembre al Presidio di Pace “Tre Pini” dedicata ai territori in lotta contro la guerra. Nel dibattito abbiamo approfondito un’idea di economia di guerra intesa sia come incremento della spesa militare e impiego di risorse per finalità belliche, sia come paradigma di aggressione ai territori, dispotico, impoverente, che fa della guerra un fine e un mezzo per disciplinare e svuotare le comunità dei loro bisogni, di un senso di appartenenza, decisionalità, democrazia: un paradigma di guerra ai territori condotto per arrivare a imporre le cosiddette “grandi opere” come il Ponte, il TAV, la nuova Base militare, a loro volta per le Grandi Guerre del mondo.
In questo quadro la pace è qualcosa che non rappresenta un equilibrio o uno stato zero, da cui scoppiano le guerre. È una posta in gioco della lotta per democratizzare i territori, per demilitarizzare e disarmare l’economia, per sviluppare una formazione critica, libera, aperta alla pluralità e non al dominio e al disciplinamento. La pace è quindi qualcosa che possono realizzare soltanto le comunità e i popoli, che non verrà dai Paesi che ci governano e dagli accordi che vengono presi tra questi Paesi. È dai territori in lotta nella loro autodeterminazione che può maturare il senso concreto di cosa significa la pace: difendere la libertà di decidere e prendersi cura dei bisogni reali di chi i territori li vive e non dell’avidità di chi intende depredarli!
Pubblichiamo qui a fianco il video messaggio inviatoci da Nicoletta Dosio del Movimento No Tav e di sotto la trascrizione dell’intervento di Gino del Movimento No Ponte.
Intervento di Gino del Movimento No Ponte
- Un punto sulla lotta No Ponte
Noi abbiamo fatto ad agosto un corteo molto partecipato, molto bello e interessante. I compagni pisani sono venuti e posso raccontarvi che è stato il corteo estivo più partecipato di sempre. Noi manifestiamo da 25 anni e dopo 25 anni fare il corteo più numeroso di sempre d’estate credo che per un movimento sia una cosa particolarmente importante. Ora stiamo provando a costruire per fine novembre-inizio dicembre, il più grande corteo no-ponte di sempre. Questo è il nostro obiettivo, ma la cosa che ci ha reso ancora più felice è il fatto che questo corteo aveva proprio un carattere che noi abbiamo chiamato la mareggiata, tutti quanti insieme con pochissimi striscioni di organizzazioni.
La parte che abbiamo costruito noi era stata sostanzialmente la piattaforma organizzativa, ma poi i contenuti del corteo sono stati dati dalle persone che sono venute. E io ci tengo veramente a sottolineare molto questo aspetto che riguarda il nostro movimento, che è un movimento veramente molto di popolo: la composizione sociale dei nostri cortei è una composizione poco di organizzazioni. Qua a Pisa siamo in un territorio dove la sinistra ha una tradizione molto forte. Noi viviamo in un territorio in cui questo non c’è. E quindi è importante capire questo elemento, è importante capire come accade che 10.000 persone scendano in piazza insieme. Il passaggio successivo qual è? Il fatto che è stato approvato un piano, il progetto definitivo dal CIPES, si aspetta la valutazione della Corte dei conti. Se dovesse essere positiva, in autunno dovrebbero partire i primi cantieri che chiamano delle “opere anticipate”, ci sono delle cose che magari in Val di Susa conoscono già, sono le bonifiche, sono le piste di cantiere: cose che non sono ancora veri e propri cantieri ma vi alludono. E quindi noi abbiamo a che fare con questo elemento: capire come spostare la lotta da una lotta d’opinione a una lotta sui cantieri.
- Il ponte sullo Stretto: dispositivo politico-finanziario
Detto questo io partirei dalla questione della Governance: noi abbiamo definito il Ponte sullo Stretto non un’infrastruttura ma un dispositivo politico finanziario: il Ponte è rappresentato da una serie di elementi molto chiaramente definibili, molto chiaramente identificabili. Per esempio i Partiti: una cosa che è caratteristica del Ponte è che i partiti tutti quando sono all’opposizione sono contro il Ponte e quando sono al governo sono a favore. È stato così per la Lega, è stato così per il PD, è stato così per il 5 Stelle, gli unici che sono coerenti è Forza Italia che è sempre stato a favore del Ponte, per il resto cambiano sempre tutti. Questo è normale perché se stai al governo utilizzi i fondi, i flussi finanziari, se stai all’opposizione capitalizzi il dissenso.
Un altro elemento fondamentale di questo dispositivo sono le società di costruzione: ovviamente We-Build, che è importantissima dappertutto, è la società che dovrebbe costruire il Ponte; le filiere di tecnici che sono legate ai partiti, da cui si capisce perché i partiti al governo diventano favorevoli e quelli all’opposizione contrari: quando stai al governo foraggi le filiere di tecnici che sono legate a te. Queste grandi infrastrutture le fanno le grandi imprese, il territorio non conta un figo secco. Però la realtà economica del territorio si forma ai piedi, ai margini di questa grande operazione di tipo economico. Proprio di recente si è formata un’associazione di imprese tra le più importanti e anche tra le più discusse nel territorio siciliano, che fornirà servizi per questo dispositivo. Tutto questo meccanismo, insieme forma il dispositivo politico finanziario del Ponte, così come di tutte le altre infrastrutture militari e civili.
Coloro che stanno dentro la governance sono proprio indicativi: non è un caso che a capo di Eurolink, che è la società, il consorzio di imprese che dovrebbe progettare e costruire il Ponte sullo Stretto, c’è De Gennaro, capo della polizia durante le giornate di Genova ed ex capo di Leonardo SpA. Come si vede questi personaggi passano da una parte all’altra.
- Il Ponte e la Guerra
È molto interessante questo discorso delle infrastrutture come Dual Use e quindi del Ponte come Dual Use perché è il centro di questo dibattito capire se il ponte è un’infrastruttura militare o no. Loro hanno provato a costruirlo ideologicamente come un’infrastruttura militare. Noi l’abbiamo sempre pensato così, anche vent’anni fa quando abbiamo cominciato a fare l’iniziativa contro il Ponte, non ci sfuggiva il legame tra il Ponte sullo Stretto, i grandi eventi, le politiche dei disastri, le altre grandi infrastrutture, il militare… Lo facevamo quando non avevamo ancora una lettura estrattivista, però lo capivamo nei fatti. Oggi vediamo come la ripartenza del Ponte è stata costruita intorno al dispositivo militare.
Prima con un terreno ben arato anche da alcuni opinionisti importanti come Caracciolo che ha fatto un numero unico di Limes sulla Sicilia, in cui sostanzialmente diceva: l’Italia senza la Sicilia non esiste, perché la Sicilia è la piattaforma del Mediterraneo luogo oggi così importante, dal punto di vista geopolitico, dal punto di vista commerciale… è diventato nuovamente il mare dei commerci; quindi, questa isola lanciata in mezzo al Mediterraneo diventa la piattaforma fondamentale. Dice che il Ponte diventa fondamentale perché unisce la Sicilia al continente.
Nella relazione introduttiva al DL Ponte c’è proprio scritto che è un’infrastruttura militare. Perché lo fanno? Tutto viene costruito intorno a questo punto di vista, quindi se tu lo definisci così, magari acquisisci finanziamenti europei che il ponte sullo stretto sta cercando come il pane. Al momento sono riusciti ad avere solo 25 milioni per la progettazione della parte ferroviaria che è poca roba rispetto ai 14 miliardi di euro, quindi lo fanno per questo.
Il Ponte è un’opera strategica importante di utilità pubblica tale da bypassare anche i vincoli ambientali; dunque, il carattere militare gli serve visto che lì ci stanno delle riserve naturali protette anche dalle norme europee. In ultimo la questione del 5% del PIL: ci puoi mettere dentro per l’1,5% le opere militari. Ci mettiamo dentro anche il ponte, quindi così recuperiamo un po’ di soldi, salvo poi che gli americani ci dicano che vogliono che facciamo veramente le opere militari, non che ci approfittiamo. Questa è una cosa su cui insistono molto, perché intorno alla manifestazione del 9 agosto c’è stato un interessamento da parte della stampa internazionale come non avevamo mai visto.
Noi pensiamo che il Ponte sia precedente a questo tipo di meccanismi; casomai è il Governo che cerca di approfittare di questa finestra d’opportunità che si offre per catturare un flusso finanziario in più. Ci sono anche dei pronunciamenti militari sul fatto che il costo della difesa del Ponte dal punto di vista militare sarebbe tanto quanto la costruzione del Ponte.
- Guerra e Pace sui territori
Probabilmente inserire il Ponte all’interno di questo dispositivo è una cosa più ideologica di questa fase della storia. Una volta magari cercavi di nascondere una cosa militare attraverso una cosa civile per legittimarla, ora pensi a quella civile e cerchi quella militare per legittimarla, perché il militare è oggi più importante, è l’onda e l’onda è quella militare. L’espressione pace, per esempio, alla fine degli anni ‘70, per noi sarebbe stata problematica.
Io non avrei utilizzato mai pace come termine, perché la pace è la pace dei capitalisti, degli stati, dei governi, dei potenti. Però oggi capisco che un po’ la utilizziamo “pace”: proprio perché, faccio ancora fatica a utilizzarla, però capisco che la si possa utilizzare perché l’onda è quella della guerra, cioè la guerra che diventa strumento, che è economia di guerra. Tutte queste opere hanno questo elemento, questo carattere: che servono, più che alla guerra, ai soggetti che vivono della guerra e quindi al modo di gestire i territori.
- Fare rete tra comunità in lotta
Le lotte territoriali contro le grandi infrastrutture, contro il militare, contro i termovalorizzatori, etc., affondano molto nel territorio, prendono molto su settori della società che non hanno spesso un legame ideologico con il nostro punto di vista. C’è spesso una grande asimmetria tra le reti militanti e i territori in lotta, le comunità in lotta. La cosa su cui noi dovremmo cercare di lavorare è questa: fare in modo che noi facciamo rete non tra le reti militanti che rappresentano le lotte territoriali, ma tra le comunità in lotta.
Questo è un passaggio che è molto complicato, perché molto spesso noi mettiamo insieme le reti militanti. Come si fa? Ovviamente è una cosa estremamente complicata, ma noi abbiamo cominciato a pensare che all’interno dei territori sia necessario che si formi un discorso comune, molto semplice, che abbia una lettura comune di tutte quante queste grandi operazioni infrastrutturali, di guerra, di devastazione, etc., affinché questa lettura comune possa diventare patrimonio delle comunità in lotta, e allora sì, probabilmente, forse, riusciremo a mettere in comune e a mettere in rete non soltanto le reti militanti, ma anche le stesse comunità in lotta.
Sembrerebbe non entrarci, ma oggi non si può fare nulla se non si difende Gaza. Il genocidio che il popolo palestinese sta subendo deve comunque essere in cima ai nostri pensieri, ma dobbiamo anche capire che Gaza è un modello di espropriazione dei territori. Trasformare Gaza in un enorme resort significa applicare in maniera esasperata il modello estrattivista che informa le grandi opere. A Gaza, come nei territori sottoposti ad esproprio, la popolazione diventa un intralcio, conta solo il profitto.