Il Buio oltre le Reti – Sulla trasparenza per il territorio non si discute

Il Buio oltre le Reti – Sulla trasparenza per il territorio non si discute

La campagna “Il Buio oltre le Reti” nasce da un principio semplice: la popolazione del nostro territorio ha il diritto di sapere.
Deve sapere cosa accade dietro le reti del CISAM, deve sapere quali trasformazioni sono previste nel territorio di Pontedera, deve sapere come vengono spesi i fondi pubblici e con quali conseguenze ambientali e sociali.
La trasparenza non è una gentile concessione, ma un principio che non può essere minato da interessi di pochi a scapito di molti. La trasparenza è il presupposto fondamentale che serve alla popolazione per poter agire e decidere sul proprio territorio.

Giusto un anno fa, come Movimento No Base siamo stati sotto il Palazzo del Consiglio Regionale con una petizione firmata da oltre 8000 cittadini per richiedere le dimissioni di Bani, presidente dell’Ente Parco e primo promotore della base diffusa con una cospicua parte della stessa prevista all’interno del parco stesso. Con quel presidio abbiamo portato la rivendicazione di bloccare l’esecuzione dei lavori del primo lotto, per la cui realizzazione erano già stati stanziati i primi fondi con il DL Infrastrutture e ottenere tutti i documenti in possesso della regione sullo stato del progetto. In quell’ occasione il già presidente Giani ha chiuso ogni possibilità di interlocuzione, a partire dal rifiutare di fornirci le informazioni che in migliaia chiediamo da anni, oltre che chiudere ogni possibilità di dialogo sulla messa in discussione dell’opera.

Per questo circa un mese fa abbiamo lanciato una campagna che potesse permetterci di arrivare alla conoscenza di quel che, ad oggi, è già stato discusso nelle sedi istituzionali riguardo alla Base militare che hanno intenzione di costruire a San Piero a Grado e Pontedera.

Nelle ultime settimane questo principio è stato riaffermato con forza da parte del territorio: dopo aver redatto la nostra richiesta di accesso civico agli atti, sottoscritta insieme ad Altreconomia, Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e università, Libera Pisa e Legambiente Pisa, anche la sindaca di Calci, Valentina Ricotta, e la consigliera comunale di Pontedera, Denise Ciampi, hanno presentato la stessa istanza. Nel mentre abbiamo sempre più discusso e approfondito l’importanza della trasparenza con i vari rappresentanti delle istituzioni locali.

A fronte di questa richiesta, espressione di una volontà pubblica anche più ampia delle singole realtà proponenti, il Commissario Sessa ha trasmesso una parte della documentazione richiesta. L’accesso non è tuttavia stato completo e il diniego ha riguardato proprio i documenti che avrebbero permesso uno sguardo completo e complessivo dell’opera.
Tra questi abbiamo il cronoprogramma dei lavori, il piano economico da 520 milioni,  analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione dell’opera.

Quando nel 2022 la base era prevista a Coltano, questi stessi documenti erano pubblici.
Furono discussi in conferenze stampa, analizzati nelle sedi istituzionali, riportati dai giornali.
Oggi, per San Piero e Pontedera, la stessa documentazione viene considerata “sensibile” e sottratta alla cittadinanza.
La trasparenza è diventata selettiva. E questa selettività non è un fatto tecnico: è una scelta politica.

Nonostante ciò, la pressione fino ad ora esercitata sul ministero e sul commissario Sessa, partita dal basso e dall’unione del movimento con associazioni, singoli e cariche politiche locali, ha fatto in modo che si riconoscesse legittimità alla nostra pretesa. Il percorso verso la piena comprensione del progetto ha finalmente più chiara la strada.

Cosa ricaviamo dalla documentazione ricevuta

Molto di quel che si evince dalla documentazione rientra in informazioni di cui già eravamo in possesso, ma riusciamo comunque ad avere un quadro più complessivo e confermato.

I cinque documenti rilasciati (tre Relazioni annuali del Commissario, l’Accordo Tecnico Operativo e il Decreto Commissariale n. 1) offrono una panoramica sull’assetto amministrativo e finanziario, confermando la localizzazione definitiva all’interno del C.I.S.A.M. e stabilendo un costo complessivo stimato per l’intera opera di 520 milioni di euro. 

I documenti tracciano la storia del progetto, partito dall’area demaniale di 72 ettari a Coltano (PI), ma abbandonato a seguito delle “manifestazioni contrarie” della cittadinanza locale. Il Ministero della Difesa aveva istituito un tavolo operativo interistituzionale nel maggio 2022 per trovare soluzioni alternative nella provincia di Pisa.

La soluzione definitiva è stata formalizzata il 18 ottobre 2023, stabilendo che la nuova sede, destinata al Gruppo Intervento Speciale (G.I.S.) e al 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, sarà realizzata all’interno della base del C.I.S.A.M. (Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari). La scelta è avvenuta dopo un parere favorevole delle istituzioni della Comunità del Parco Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli.

La documentazione conferma che la sede della pista per guida sicura e del poligono a cielo aperto era stata individuata fra le aree di Ospedaletto e Pontedera. Da qui la decisione per la costruzione nell’attuale Tenuta Isabella a Pontedera.

Per il I lotto funzionale, il costo complessivo stimato era di 72,5 M€.

A seguito dell’autorizzazione, è stata aperta una Contabilità Speciale n. 6468 presso la Tesoreria dello Stato per la gestione delle spese di realizzazione e funzionamento, intestata a “COMSTR DL 32-19 SEDE ARMA CC”.

L’Accordo Tecnico Operativo e il Decreto Commissariale n. 1 del 25 luglio 2023 definiscono le responsabilità sul progetto:

  • Commissario Straordinario (Ing. Massimo Sessa): Ha il ruolo di sovraintendere, coordinare, gestire e finalizzare tutte le attività. Gode di potere di sostituzione qualora ritardi della Stazione Appaltante mettano a rischio il cronoprogramma.
  • Stazione Appaltante: È la Direzione dei lavori e del Demanio (GENIODIFE) del Ministero della Difesa, che si occupa di tutte le fasi del procedimento: attività propedeutiche alla progettazione, progettazione, affidamento, esecuzione e collaudo.
  • Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri: È il soggetto utilizzatore finale dell’infrastruttura. Ha il compito di fornire le specifiche competenze tecniche e amministrative e deve esprimere il nulla osta tecnico-operativo sulla progettazione e su eventuali varianti in corso d’opera.

Dopo la chiusura della fase di individuazione della sede (18 ottobre 2023), sono state avviate le attività per la redazione del Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali (DOCFAP) e del Documento di Indirizzo alla Progettazione (DIP).

Per accelerare i tempi di affidamento della progettazione (PFTE), il Commissario prevede di ricorrere agli accordi quadro recentemente finalizzati da GENIODIFE.

I documenti rilasciati non includono gli atti relativi alla progettualità (punti 2, 3 e 4 della richiesta di accesso agli atti da noi redatta). Il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ha opposto diniego al rilascio di tali documenti, motivando che la loro ostensione inciderebbe “in maniera pregiudizievole sulla tutela degli interessi inerenti la sicurezza pubblica e l’ordine pubblico, la sicurezza nazionale, la difesa e le questioni militari”.

La ragione del diniego, a detta del commissario, è che tali documenti rivelerebbero dettagli sensibili come la dislocazione e le dimensioni di uffici, magazzini, aree logistico/operative, autorimesse e le caratteristiche degli impianti e delle attrezzature da ospitare negli edifici da realizzare/ristrutturare.

La campagna continua

I documenti che oggi ci vengono negati sono documenti dovuti, e per questo presenteremo immediatamente un’istanza di riesame. Allo stesso tempo invitiamo associazioni, comitati e istituzioni locali che non hanno ancora inoltrato richieste di accesso a contattarci: vogliamo costruire insieme un percorso condiviso, affinché anche loro possano presentare accessi formali per ottenere gli atti mancanti e rafforzare una pressione collettiva che sta già dando i primi risultati.

Nei prossimi mesi torneremo nei territori, nelle assemblee, nelle frazioni, per continuare a far vivere questa campagna insieme alle persone che quei luoghi li abitano ogni giorno. Perché la spinta alla trasparenza nasce anzitutto dal basso, da chi conosce il valore del proprio territorio e rifiuta che venga trasformato senza confronto, senza informazione e senza verità.

Continueremo finché non avremo piena trasparenza: nessuna giustificazione può legittimare l’occultamento di un progetto tanto impattante, in un momento in cui la guerra torna ad essere sempre più concreta.


Di seguito i documenti ad ora rilasciati

Workshop “Trasparenza subito” – Report del workshop 6 settembre al Campeggio No Base

Workshop “Trasparenza subito” – Report del workshop 6 settembre al Campeggio No Base

Sabato 6 Settembre si è tenuto il workshop “Trasparenza subito”, un momento di ricaduta e di progettazione del lavoro futuro per il percorso che il movimento sta facendo per ottenere trasparenza rispetto alla documentazione relativa alla base e a com’è la situazione interna al perimetro del Cisam.
Fino ad ora i tentativi di accedere alla documentazione che sappiamo esistere relativa alla base, fatti attraverso il consigliere comunale Auletta non hanno avuto esito: un muro di gomma issato dal commissario straordinario Sessa e dal Ministero della Difesa ha anteposto le esigenze di sicurezza nazionale rispetto ai minimi doveri di trasparenza.
Sono continui i movimenti in entrata e uscita dal perimetro del Cisam di mezzi di movimentazione terra o abbattimento alberi: è arrivata l’ora di muoversi per tutte le strade possibili per sapere come, cosa e quando hanno intenzione di realizzare l’opera e cosa c’è dietro quelle reti. Come fu ai tempi di Coltano, poter vedere plasticamente in cosa consiste il progetto dell’opera è fondamentale per costruire consapevolezza a Pisa, a Pontedera e nel territorio pisano, permettendo quella che mobilitazione popolare che bloccherà la realizzazione della base.
Il workshop è servito sia come momento di formazione rispetto agli accessi civici, sia per pianificare la compagna autunnale sulla trasparenza. L’avvocata Anna Brambilla ci ha fornito alcune coordinate generali rispetto agli accessi civici e ci ha aiutato a stendere un accesso civico generalizzato, che diventerà il punto centrale del percorso di ottenimento dei documenti. La discussione però non si è fermata a questo. Nell’ottica di tentare tutte le strade possibili, si sfrutterà i posizionamenti già espressi dai comuni limitrofi perché anche i vari consigli comunali si muovano per richiedere questi documenti, allargando il coinvolgimento dei territori. Dall’altro lato, è ora di avere un’ispezione dentro il Cisam: è ora di sapere com’è messo il reattore e quante e dove sono le scorie nucleari, quanti alberi sono stati già tagliati, quanta terra è già stata smossa, se sono già cominciati i lavori di fondazione. Infine, ci muoveremo per capire quali sono i vincoli ambientali che potrebbero bloccare la realizzazione della base.

Dalla Sicilia alla Val di Susa, i territori sono in lotta contro la guerra! – Estratti dal dibattito del 7 settembre 2025 al Campeggio No Base

Dalla Sicilia alla Val di Susa, i territori sono in lotta contro la guerra! – Estratti dal dibattito del 7 settembre 2025 al Campeggio No Base

Pubblichiamo di seguito gli interventi del Movimento No Ponte e del Movimento No Tav dalla assemblea del 7 settembre al Presidio di Pace “Tre Pini” dedicata ai territori in lotta contro la guerra. Nel dibattito abbiamo approfondito un’idea di economia di guerra intesa sia come incremento della spesa militare e impiego di risorse per finalità belliche, sia come paradigma di aggressione ai territori, dispotico, impoverente, che fa della guerra un fine e un mezzo per disciplinare e svuotare le comunità dei loro bisogni, di un senso di appartenenza, decisionalità, democrazia: un paradigma di guerra ai territori condotto per arrivare a imporre le cosiddette “grandi opere” come il Ponte, il TAV, la nuova Base militare, a loro volta per le Grandi Guerre del mondo.

In questo quadro la pace è qualcosa che non rappresenta un equilibrio o uno stato zero, da cui scoppiano le guerre. È una posta in gioco della lotta per democratizzare i territori, per demilitarizzare e disarmare l’economia, per sviluppare una formazione critica, libera, aperta alla pluralità e non al dominio e al disciplinamento. La pace è quindi qualcosa che possono realizzare soltanto le comunità e i popoli, che non verrà dai Paesi che ci governano e dagli accordi che vengono presi tra questi Paesi. È dai territori in lotta nella loro autodeterminazione che può maturare il senso concreto di cosa significa la pace: difendere la libertà di decidere e prendersi cura dei bisogni reali di chi i territori li vive e non dell’avidità di chi intende depredarli!

Pubblichiamo qui a fianco il video messaggio inviatoci da Nicoletta Dosio del Movimento No Tav e di sotto la trascrizione dell’intervento di Gino del Movimento No Ponte.

Intervento di Gino del Movimento No Ponte

  • Un punto sulla lotta No Ponte

Noi abbiamo fatto ad agosto un corteo molto partecipato, molto bello e interessante. I compagni pisani sono venuti e posso raccontarvi che è stato il corteo estivo più partecipato di sempre. Noi manifestiamo da 25 anni e dopo 25 anni fare il corteo più numeroso di sempre d’estate credo che per un movimento sia una cosa particolarmente importante. Ora stiamo provando a costruire per fine novembre-inizio dicembre, il più grande corteo no-ponte di sempre. Questo è il nostro obiettivo, ma la cosa che ci ha reso ancora più felice è il fatto che questo corteo aveva proprio un carattere che noi abbiamo chiamato la mareggiata, tutti quanti insieme con pochissimi striscioni di organizzazioni.

La parte che abbiamo costruito noi era stata sostanzialmente la piattaforma organizzativa, ma poi i contenuti del corteo sono stati dati dalle persone che sono venute. E io ci tengo veramente a sottolineare molto questo aspetto che riguarda il nostro movimento, che è un movimento veramente molto di popolo: la composizione sociale dei nostri cortei è una composizione poco di organizzazioni. Qua a Pisa siamo in un territorio dove la sinistra ha una tradizione molto forte. Noi viviamo in un territorio in cui questo non c’è. E quindi è importante capire questo elemento, è importante capire come accade che 10.000 persone scendano in piazza insieme. Il passaggio successivo qual è? Il fatto che è stato approvato un piano, il progetto definitivo dal CIPES, si aspetta la valutazione della Corte dei conti. Se dovesse essere positiva, in autunno dovrebbero partire i primi cantieri che chiamano delle “opere anticipate”, ci sono delle cose che magari in Val di Susa conoscono già, sono le bonifiche, sono le piste di cantiere: cose che non sono ancora veri e propri cantieri ma vi alludono. E quindi noi abbiamo a che fare con questo elemento: capire come spostare la lotta da una lotta d’opinione a una lotta sui cantieri.

  • Il ponte sullo Stretto: dispositivo politico-finanziario

Detto questo io partirei dalla questione della Governance: noi abbiamo definito il Ponte sullo Stretto non un’infrastruttura ma un dispositivo politico finanziario: il Ponte è rappresentato da una serie di elementi molto chiaramente definibili, molto chiaramente identificabili. Per esempio i Partiti: una cosa che è caratteristica del Ponte è che i partiti tutti quando sono all’opposizione sono contro il Ponte e quando sono al governo sono a favore. È stato così per la Lega, è stato così per il PD, è stato così per il 5 Stelle, gli unici che sono coerenti è Forza Italia che è sempre stato a favore del Ponte, per il resto cambiano sempre tutti. Questo è normale perché se stai al governo utilizzi i fondi, i flussi finanziari, se stai all’opposizione capitalizzi il dissenso.

Un altro elemento fondamentale di questo dispositivo sono le società di costruzione: ovviamente We-Build, che è importantissima dappertutto, è la società che dovrebbe costruire il Ponte; le filiere di tecnici che sono legate ai partiti, da cui si capisce perché i partiti al governo diventano favorevoli e quelli all’opposizione contrari: quando stai al governo foraggi le filiere di tecnici che sono legate a te. Queste grandi infrastrutture le fanno le grandi imprese, il territorio non conta un figo secco. Però la realtà economica del territorio si forma ai piedi, ai margini di questa grande operazione di tipo economico. Proprio di recente si è formata un’associazione di imprese tra le più importanti e anche tra le più discusse nel territorio siciliano, che fornirà servizi per questo dispositivo. Tutto questo meccanismo, insieme forma il dispositivo politico finanziario del Ponte, così come di tutte le altre infrastrutture militari e civili.

Coloro che stanno dentro la governance sono proprio indicativi: non è un caso che a capo di Eurolink, che è la società, il consorzio di imprese che dovrebbe progettare e costruire il Ponte sullo Stretto, c’è De Gennaro, capo della polizia durante le giornate di Genova ed ex capo di Leonardo SpA. Come si vede questi personaggi passano da una parte all’altra.

  • Il Ponte e la Guerra

È molto interessante questo discorso delle infrastrutture come Dual Use e quindi del Ponte come Dual Use perché è il centro di questo dibattito capire se il ponte è un’infrastruttura militare o no. Loro hanno provato a costruirlo ideologicamente come un’infrastruttura militare. Noi l’abbiamo sempre pensato così, anche vent’anni fa quando abbiamo cominciato a fare l’iniziativa contro il Ponte, non ci sfuggiva il legame tra il Ponte sullo Stretto, i grandi eventi, le politiche dei disastri, le altre grandi infrastrutture, il militare… Lo facevamo quando non avevamo ancora una lettura estrattivista, però lo capivamo nei fatti. Oggi vediamo come la ripartenza del Ponte è stata costruita intorno al dispositivo militare.

Prima con un terreno ben arato anche da alcuni opinionisti importanti come Caracciolo che ha fatto un numero unico di Limes sulla Sicilia, in cui sostanzialmente diceva: l’Italia senza la Sicilia non esiste, perché la Sicilia è la piattaforma del Mediterraneo luogo oggi così importante, dal punto di vista geopolitico, dal punto di vista commerciale… è diventato nuovamente il mare dei commerci; quindi, questa isola lanciata in mezzo al Mediterraneo diventa la piattaforma fondamentale. Dice che il Ponte diventa fondamentale perché unisce la Sicilia al continente.

Nella relazione introduttiva al DL Ponte c’è proprio scritto che è un’infrastruttura militare. Perché lo fanno? Tutto viene costruito intorno a questo punto di vista, quindi se tu lo definisci così, magari acquisisci finanziamenti europei che il ponte sullo stretto sta cercando come il pane. Al momento sono riusciti ad avere solo 25 milioni per la progettazione della parte ferroviaria che è poca roba rispetto ai 14 miliardi di euro, quindi lo fanno per questo.

Il Ponte è un’opera strategica importante di utilità pubblica tale da bypassare anche i vincoli ambientali; dunque, il carattere militare gli serve visto che lì ci stanno delle riserve naturali protette anche dalle norme europee. In ultimo la questione del 5% del PIL: ci puoi mettere dentro per l’1,5% le opere militari. Ci mettiamo dentro anche il ponte, quindi così recuperiamo un po’ di soldi, salvo poi che gli americani ci dicano che vogliono che facciamo veramente le opere militari, non che ci approfittiamo. Questa è una cosa su cui insistono molto, perché intorno alla manifestazione del 9 agosto c’è stato un interessamento da parte della stampa internazionale come non avevamo mai visto.

Noi pensiamo che il Ponte sia precedente a questo tipo di meccanismi; casomai è il Governo che cerca di approfittare di questa finestra d’opportunità che si offre per catturare un flusso finanziario in più. Ci sono anche dei pronunciamenti militari sul fatto che il costo della difesa del Ponte dal punto di vista militare sarebbe tanto quanto la costruzione del Ponte.

  • Guerra e Pace sui territori

Probabilmente inserire il Ponte all’interno di questo dispositivo è una cosa più ideologica di questa fase della storia. Una volta magari cercavi di nascondere una cosa militare attraverso una cosa civile per legittimarla, ora pensi a quella civile e cerchi quella militare per legittimarla, perché il militare è oggi più importante, è l’onda e l’onda è quella militare. L’espressione pace, per esempio, alla fine degli anni ‘70, per noi sarebbe stata problematica.

Io non avrei utilizzato mai pace come termine, perché la pace è la pace dei capitalisti, degli stati, dei governi, dei potenti. Però oggi capisco che un po’ la utilizziamo “pace”: proprio perché, faccio ancora fatica a utilizzarla, però capisco che la si possa utilizzare perché l’onda è quella della guerra, cioè la guerra che diventa strumento, che è economia di guerra. Tutte queste opere hanno questo elemento, questo carattere: che servono, più che alla guerra, ai soggetti che vivono della guerra e quindi al modo di gestire i territori.

  • Fare rete tra comunità in lotta

Le lotte territoriali contro le grandi infrastrutture, contro il militare, contro i termovalorizzatori, etc., affondano molto nel territorio, prendono molto su settori della società che non hanno spesso un legame ideologico con il nostro punto di vista. C’è spesso una grande asimmetria tra le reti militanti e i territori in lotta, le comunità in lotta. La cosa su cui noi dovremmo cercare di lavorare è questa: fare in modo che noi facciamo rete non tra le reti militanti che rappresentano le lotte territoriali, ma tra le comunità in lotta.

Questo è un passaggio che è molto complicato, perché molto spesso noi mettiamo insieme le reti militanti. Come si fa? Ovviamente è una cosa estremamente complicata, ma noi abbiamo cominciato a pensare che all’interno dei territori sia necessario che si formi un discorso comune, molto semplice, che abbia una lettura comune di tutte quante queste grandi operazioni infrastrutturali, di guerra, di devastazione, etc., affinché questa lettura comune possa diventare patrimonio delle comunità in lotta, e allora sì, probabilmente, forse, riusciremo a mettere in comune e a mettere in rete non soltanto le reti militanti, ma anche le stesse comunità in lotta.

Sembrerebbe non entrarci, ma oggi non si può fare nulla se non si difende Gaza. Il genocidio che il popolo palestinese sta subendo deve comunque essere in cima ai nostri pensieri, ma dobbiamo anche capire che Gaza è un modello di espropriazione dei territori. Trasformare Gaza in un enorme resort significa applicare in maniera esasperata il modello estrattivista che informa le grandi opere.  A Gaza, come nei territori sottoposti ad esproprio, la popolazione diventa un intralcio, conta solo il profitto.

Per la resistenza degli alberi – Report dal Tavolo sul Parco del 5 settembre 2025 al Campeggio No Base

Per la resistenza degli alberi – Report dal Tavolo sul Parco del 5 settembre 2025 al Campeggio No Base


“Contro l’arroganza di chi pensava di poter far tutto [..] 

vince l’idea della salvaguardia e della valorizzazione dei beni naturali, 

sostenuta da un’intera comunità” 

(Dal libro I cittadini del Parco di Sondra Cerrai e Debly Cerri)

Oggi il Parco è sotto attacco. Il progetto di una nuova base militare di 140 ettari minaccia di distruggere in modo irreversibile un territorio da cui dipende il microclima di tutta la regione, con cementificazione e taglio di migliaia di alberi. L’intensificazione delle esercitazioni militari e del movimento di mezzi tra Camp Darby ed ex-Cisam aumenta la pressione su questa vasta area che racchiude una immensa ricchezza in termini di fauna e flora, e una storia da difendere.

La tavola rotonda “Il Parco che vogliamo” ha rappresentato un primo momento pubblico di discussione con i tanti soggetti che vivono il parco in modi diversi ma accomunati dalla volontà di proteggere questo ecosistema e valorizzare l’importanza che esso ha e deve avere per la città e nella costruzione di economie di pace. Per fare questo, è necessario respingere il processo di militarizzazione del parco, un parco che sempre più viene modellato in base alle esigenze della guerra.

Ad aprire questa tavola rotonda, gli interventi di Sondra Cerrai, ricercatrice storica e autrice insieme a Debly Cerri del libro “I cittadini del Parco: la storia corale della lotta per il parco naturale di Migliarino, S. Rossore, Massaciuccoli” e Linda Maggiori, giornalista freelance e autrice – tra i vari – del libro “La mattanza degli alberi”. 

Con Sondra Cerrai abbiamo ripercorso la storia della nascita del Parco, che si dipana tra 1958 e 1979, anno in cui con una Legge Regionale viene istituito l’Ente Parco Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Questa legge fù il frutto di una lunga battaglia cittadina portata avanti in una fase in cui il boom edilizio e la cementificazione delle coste correvano più veloci che mai, e quindi fù una battaglia dei cittadini – in primo luogo quelli di Vecchiano – contro storici proprietari terrieri (in particolare i Duchi Salviati) che durante il Fascismo ottennero il divieto di far accedere al mare gli abitanti e speculatori che cercavano di lottizzare e trasformare questo ricco e delicato ecosistema in un affare redditizio. In una fase storica in cui boom economico e crescita occupazionale andavano a braccetto, diverse forze partitiche della sinistra come i socialisti e il PCI sembravano sostenere questo progetto di distruzione.

Fu proprio lo sviluppo di un movimento giovanile – preludio di quello che sarebbe stato il ‘68 – che inizia a incrinare questo progetto speculativo, creando frizioni anche all’interno degli stessi partiti, e che si fa largo l’idea di dare vita ad un parco naturale, aprendo un dibattito pubblico che assume una rilevanza nazionale con articoli di giornale nei più importanti quotidiani del paese.

Su spinta di cittadini, giornalisti, studiosi e fazioni più sensibili ai temi ambientali nei vari partiti, la notte del 13 dicembre 1979 viene emanata la legge che dà vita al Parco di Migliarino, S. Rossore, Massaciuccoli, che collega aree paludose e boschi, dune e corsi d’acqua, e i cittadini di diversi comuni, che il libro di Sondra e Debly ripercorre attraverso la storia orale e le narrazioni di quanti lo hanno immaginato e lasciato in eredità a noi, a cui oggi spetta il compito di difenderlo dalla speculazione armata.

Difendere il Parco dalla base significa anche difendere diecimila alberi che verrebbero abbattuti per fare spazio a questo nuovo progetto. Con Linda Maggiori abbiamo contestualizzato la nostra lotta nella più generale battaglia condotta da migliaia di comitati a difesa di boschi e aree verdi dentro e fuori dalle città per un ambiente più vivibile e sicuro anche rispetto ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi.

Gli alberi hanno una funzione vitale per l’ecosistema e l’umanità in generale: rimuovono polveri sottili, rinfrescano l’aria nelle estati sempre più estreme, proteggono la costa da uragani, attraverso le radici trattengono la terra durante le piogge sempre più forti. I dati scientifici riportati nel libro di Linda Maggiori rendono evidente il ruolo cruciale degli alberi per la salute umana.

Sebbene le istituzioni – come in questo caso – sostengono di poter compensare il danno attraverso la piantumazione di nuovi alberi, i benefici ecosistemici di un albero adulto sono incomparabili a quelli di un albero appena piantato. I motivi per abbattere alberi sono tantissimi, e quelli legati a ragioni militare sono sempre di più e vanno dall’ampliamento di basi militari alla costruzione di infrastrutture belliche, passando per la realizzazione di poligoni o l’uso di aree naturali come discariche per depositare bombe radioattive, metalli pesanti, ecc. 

Nella guerra che è in atto contro la natura e la vita, sappiamo che i nostri alleati e le nostre resistenze sono plurali e diffuse: dai comitati cittadini alle donne indiane che li abbracciano, fino a chi ci si arrampica per fermare l’ecatombe. 

Il dibattito è proseguito con tanti interventi di organizzazioni ambientaliste (Amici della Terra, Italia Nostra, Greenpeace), comitati (Comitato di Difesa degli Alberi di Pisa), guide turistiche ambientali (Azimut), artisti (Museo Popolare Giak Verdun), e altri soggetti (come Confluenze), grazie ai quali abbiamo potuto continuare a “mappare” il Parco.

Se da un lato gli interventi hanno evidenziato come l’attacco al parco venga da più fronti, si pensi per esempio all’asse di penetrazione prevista nella parte di Viareggio per il traffico di yacht di lusso, dall’altro si è parlato di quelle economie ambientali che vivono in sintonia col parco e che rappresentano un esempio di convivenza tra natura e lavoro dentro una prospettiva di pace

Tutti gli interventi hanno messo in evidenza come la base costituisca un elemento “alieno” nel territorio, un territorio inteso come una moltitudine di ecosistemi che collaborano e tengono in vita la città, proteggendola da raffiche di vento e piogge torrenziali.

In nome della “sicurezza nazionale” si sacrifica la sicurezza del territorio e dei suoi abitanti, e si frammenta un parco la cui vita dipende dall’interdipendenza tra elementi diversi. Come in molti hanno ribadito, il bosco non è uniforme, ma racchiude una grande ricchezza vegetativa: modificare un solo elemento significa minacciare la vita dell’ecosistema stesso.

Per salvare il Parco e opporsi alla base militare è allora necessario conoscere questo ecosistema, mappare le sue economie, fare educazione ambientale, recuperare la propria storia e fare tesoro degli insegnamenti che ci arrivano dai popoli indigeni rispetto alla centralità della terra per la vita e per definire la nostra identità.

E’ importante costruire alternative, fare fronte comune, sbarazzarci dalla rassegnazione, e fare comunità intorno al parco.Per questa ragione, la tavola rotonda si è conclusa con la proposta di dare seguito a questo processo di mappatura e conoscenza condivisa del parco, e di istituire un Consiglio del Parco. In critica al sistema Bani che ha concesso speculazioni e militarizzazione a favore di un Parco della Guerra, costruiamo in Consiglio dei cittadini, degli operatori ambientali, delle organizzazioni sociali, della società tutta che desidera un Parco di Pace per la città e non contro la città. Il presidio di Pace dei Tre Pini, al confine con le reti dell’ex-Cisam, è un primo punto di ritrovo della comunità che vuole pace, salute, ambiente. Ma è solo il primo tassello, da vivere ed espandere finché tutto il parco non sarà libero dalla guerra.

Campeggio no base 5-6-7 settembre – Comunicato conclusivo

Campeggio no base 5-6-7 settembre – Comunicato conclusivo

Il campeggio territoriale No Base del 5-6-7 settembre è stato un momento fondamentale nella crescita della lotta del movimento No Base, aprendo nuovi spazi di organizzazione e di lotta, unendo persone e realtà differenti nell’obiettivo comune di fermare la base militare. Ci ha unitə e avvicinatə, dando vigore alla comunità in lotta che da Viareggio, a Livorno, a Pontedera si riconosce nell’urgenza di non accettare più la militarizzazione e il sacrificio del nostro territorio per la guerra. 

Con il campeggio guardiamo con rinnovata fiducia all’idea di fermare la guerra dai nostri territori, immaginando nuove forme di diserzione, nuove alleanze e strumenti per bloccare i flussi di armi e mezzi che innervano l’HUB militare toscano, per intervenire e impedire che la nuova base militare per GIS e Tuscania venga costruita, a San Piero a Grado, a Pontedera, ovunque.

Il Presidio di Pace dei “Tre Pini” è stato il cuore di tutto questo: siamo convintə che al centro delle nostre possibilità di vittoria vi sia la capacità di costruire l’unione, la condivisione, il riconoscimento reciproco che sconfigge la prima arma della guerra, la rassegnazione. Il Presidio è stato un luogo dove l’isolamente e l’impotenza si sono potute rovesciare in cooperazione, nel fare insieme per costruire nuove possibilità: imparare a costruire casette sugli alberi, organizzare una cena o un concerto, passeggiare nel bosco per conoscere il Parco e contestare la sua militarizzazione, preparare il presidio pulendo e curando un luogo abbandonato da istituzioni che dovrebbero tutelarlo: questo ci dà l’idea di ciò che possiamo fare insieme e la forza di continuare a farlo sempre più e sempre meglio. 

Nel campeggio ci ha unitə un legame consapevole con il territorio e la motivazione profonda a ricercare e sperimentare un’economia di vita, ecologica, comunitaria e non di guerra, acciaio e cemento. Un’economia che ha il centro nel Parco Regionale di San Rossore, nel suo ecosistema, nella sua storia che nasce sulla resistenza alla speculazione immobiliare e nel protagonismo popolare di chi, come noi oggi, ne ha preteso una sorte diversa e giusta.

Sappiamo che la lotta è lunga e difficile e ora più che mai richiede di continuare a organizzarci e moltiplicare forze, idee, conoscenze. Il campeggio è stata la conferma della centralità di monitorare il territorio: in pochi giorni abbiamo sentito forti esplosioni e visto gru e mezzi da lavoro entrare e uscire dal CISAM. Sono già in azione a preparare il terreno per futuri cantieri, lontano dalla nostra vista: l’intensificazione dell’attività militare sul territorio, da Livorno a Pisa, è reale e oggettiva e tale intensità deve spingere anche noi ad agire, fianco a fianco con chi lotta da Messina alla Val Susa contro la devastazione e la guerra globale.

Per questo dal campeggio sentiamo una nuova urgenza di costruire e rafforzare la lotta no base. Da subito continueremo a organizzarci a San Piero a Grado, Pontedera e tra i punti no base, sempre più capillari. Contribuiremo a mappare la guerra sul territorio e fare la nostra parte attivamente nella mobilitazione che dalla Palestina ci chiama a bloccare i flussi della guerra ovunque possiamo. Approfondiremo gli spazi di democrazia per decidere dal basso del Parco che vogliamo, per lottare insieme contro la violenza e l’impoverimento dell’economia di guerra, per disertare dall’arruolamento e dalla ideologia della guerra in scuole e università, sperimentando la lotta e la ribellione a difesa del territorio. Continueremo a pretendere trasparenza dalle istituzioni, per conoscere i progetti e avere un’ispezione ufficiale dentro il CISAM. Rafforzeremo il Presidio, intensificando il monitoraggio, l’azione concreta sul territorio e il disturbo che possiamo arrecare a chi agisce dall’altro lato delle reti. 

La lotta no base è una lotta di tuttə e per tuttə, che vede coinvolto tutto il territorio e che ovunque può esprimersi in forme diverse, ricercando le complicità belliche, rafforzando i legami con chi ambisce a ribellarsi, costruendo spazi democratici per conquistare insieme vita, giustizia e pace laddove si prepara la guerra.

Trasparenza Subito! Luci e ombre sul progetto della base

Trasparenza Subito! Luci e ombre sul progetto della base

Note sull’accesso alla documentazione inerente alla base di San Piero e Pontedera e sull’ispezione civile all’interno del CISAM

Dalla riapertura del progetto della nuova base militare di GIS e Tuscania a San Piero a Grado e Pontedera, il movimento No Base si sta spendendo in sempre più campagne, approfondimenti, richieste e mobilitazioni non solo per opporsi fisicamente e politicamente alla costruzione della grande opera di militarizzazione, ma anche per conoscere effettivamente quale sarà la portata di questa struttura e qual è lo stato attuale delle cose.

Due dei dieci punti del Decalogo No Base sono infatti dedicati a questo: far saltare fuori la verità che fino ad oggi sta sotto il naso di tutti ma nascosta minuziosamente sotto ad un telo mimetico.

Nelle opere militari ci sono norme che prevederebbero un po’ di trasparenza: ai sensi dell’art. 10 del decreto legislativo n. 33/2013, il Ministero della Difesa ha adottato un Programma triennale per la trasparenza e l’integrità. Eppure, nel ricercare informazioni sul progetto della base, i documenti che si trovano sono spesso incompleti, parziali, pubblicati in ritardo o addirittura non pubblicati. Insomma, quando si tratta di infrastrutture militari, in aperta violazione con le norme che pure esistono, si dà come assodato che si debba bypassare la conoscenza e la volontà dei cittadini di un territorio, le regolamentazioni e norme ambientali, per devastare un intero territorio senza mai pagarne il prezzo.

Tenere nascosto il progetto fino alla sua effettiva realizzazione serve a rendere fumoso e vago ogni attacco rivolto direttamente alla costruzione della base. Questa tattica si è dimostrata inutile di fronte ad un movimento che fino ad oggi ha saputo approfondire e mettere in discussione dalle radici la costituzione di questa opera.

Il punto sostanziale è uno: essere a conoscenza di come si vuole modificare il nostro territorio è un nostro diritto irremovibile, sapere cosa sta succedendo al di là delle reti e quali sono le prospettive per il Parco di San Rossore, è una conoscenza che noi dobbiamo pretendere e avere. Pretendiamo il diritto di essere informatə per poter partecipare attivamente e democraticamente alla salvaguardia del nostro ecosistema.

Negli ultimi due anni si sono svolti numerosi tavoli inter-istituzionali con la presenza della Regione, delle autorità militari e della governance del Parco. In quelle sedi, si è discusso di documentazioni che a noi, come cittadine e cittadini, viene detto non essere accessibili. Una contraddizione che non possiamo più accettare. Siamo riusciti a sapere dell’esistenza di alcuni di questi documenti, ma sicuramente ce ne saranno molti di più, riguardanti soprattutto la parte progettuale. Se davvero i documenti non esistono, vogliamo che venga certificata la loro assenza. Se invece esistono, come crediamo, allora devono essere resi pubblici e accessibili a tutte e tutti. È inaccettabile che le decisioni sul futuro del nostro territorio vengano prese sopra le nostre teste, senza trasparenza e senza alcun coinvolgimento democratico. Per questo intendiamo costruire un percorso collettivo di pressione e di mobilitazione per pretendere ciò che ci spetta: chiarezza, trasparenza, accesso agli atti.

La realtà ci dice che, mentre ci raccontano che tutto è ancora “solo un progetto”, dai cancelli del CISAM da mesi entrano ed escono betoniere, camion e mezzi pesanti. Non servono grandi interpretazioni: si sta preparando il terreno per il cantiere della base. Davanti a questo scenario, chiediamo con forza che venga effettuata un’ispezione all’interno delle reti del CISAM. Non possiamo più tollerare che, dietro il silenzio delle istituzioni, proceda la devastazione del territorio e la militarizzazione del Parco di San Rossore.

Alcuni consigli comunali hanno già preso posizione contro la costruzione della base. Adesso vogliamo costruire l’occasione di confluire per pretendere trasparenza. Durante il Campeggio No Base, sabato mattina alle ore 11.00, insieme all’avvocata Anna Brambilla, stileremo una richiesta di accesso agli atti civile. Sarà un momento collettivo di confronto e costruzione: vogliamo che associazioni, enti, comitati, consigli comunali e tutte le realtà sensibili possano unirsi a questa iniziativa. Non si tratta solo di un atto formale, ma di un gesto politico e civile che afferma un principio fondamentale: la trasparenza è un diritto, e il nostro territorio non sarà mai una zona militare sottratta alla democrazia.