Ago 16, 2026 | Dai Territori, Notizie e Approfondimenti, Uncategorized
Pochi giorni fa abbiamo visto un’enorme esplosione coinvolgere una fabbrica di munizioni a Colleferro, la KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa. Immagini impressionanti della violenza con cui un sito industriale può immediatamente diventare una bomba che minaccia la vita di dipendenti e abitanti del territorio. Un evento che ha giustamente spaventato e fatto notizia, a maggior ragione dato che in quello stesso territorio, la Valle del Sacco, KNDS intende riconvertire e ampliare lo stabilimento realizzandovi un nuovo impianto per la produzione di nitrogelatina, componente destinato alla filiera degli esplosivi e delle munizioni.
Così, alla faccia degli incidenti esplosivi, si continua a incentivare una dinamica di riarmo e militarizzazione palesemente nociva e pericolosa per la vita, la sicurezza e la salute dellə abitanti.
A partire dall’episodio di Colleferro, vogliamo cogliere l’occasione per guardare al nostro territorio e fare luce su come una zona di sacrificio sia sempre di più un campo minato in cui la vita di chi ci vive o lavora non è messa sullo stesso piano dell’interesse politico, economico e militare a portare avanti piani di riarmo e proiezione bellica nel pieno di una guerra mondiale devastante.
Porto e raffineria a Livorno: una minaccia perenne per la sicurezza del territorio
Quante Colleferro ci sono tra Livorno e Pisa, nei pressi di case, quartieri, infrastrutture, parchi, strade e stazioni? Quanto è concreta la minaccia della guerra e dell’estrattivismo per vite e territorio, quando ci muoviamo tra le nostre città? Immaginiamo di camminare da Livorno a Pisa e percorrere le strade in cui abitano e lavorano decine di migliaia di persone.
Quali sono le Colleferro che incontriamo ogni giorno?
A Livorno il porto, come denunciano i portuali e la cittadinanza da anni, è luogo di transito di merci militari. Centinaia di container che possono ospitare qualsiasi cosa, da armi a esplosivi, da bombe a missili, scaricate in mezzo a lavoratori, abitanti e turisti. Dal 2025 a oggi, sono più di 600 le tonnellate di esplosivi circolate nel porto. A questo si aggiunge l’interesse a insediare nel porto un nuovo sito per la costruzione e il collaudo di sottomarini da guerra dell’impresa Drass.
Andando verso Pisa incontriamo Stagno, dove la raffineria Eni — oggi interessata da un progetto di conversione in bioraffineria — rappresenta l’eredità concreta di decenni di attività industriale ad alto impatto. L’impianto è classificato dalla normativa Seveso come stabilimento a rischio di incidente rilevante, mentre nelle aree circostanti sono state documentate contaminazioni dei terreni e delle acque di falda da idrocarburi, metalli e sostanze cancerogene. La riconversione annunciata non cancella la necessità di completare le bonifiche, garantire la sicurezza dei lavoratori e tutelare la salute della popolazione.
Camp Darby: un immenso deposito di munizioni nel cuore del Parco
Il percorso prosegue fino al Camp Darby, base militare utilizzata dalle forze armate statunitensi come deposito logistico e di munizioni. Un vero e proprio bersaglio per qualsiasi tipo di operazione militare che abbia come controparte l’esercito USA o la NATO. Una polveriera gigante in cui non si conosce cosa vi sia stoccato, per quanto tempo, con quali rischi per la sicurezza e con quali conseguenze in caso di incidente o esplosione.
Un’installazione collocata in territorio italiano ma sottratta, nei fatti, a un effettivo controllo democratico e caratterizzata da un regime di segretezza che impedisce alla popolazione di conoscere quantità, tipologia e rischi dei materiali stoccati.
Non risulta pubblicamente disponibile un piano di emergenza esterna che informi gli abitanti sui rischi, sulle aree coinvolte e sui comportamenti da adottare in caso di incidente, né tantomeno informazioni sulle attività quali movimentazione di armi, esplosivi e munizioni. Quale impatto avrebbe un evento come quello di Colleferro, se coinvolgesse un luogo di questo tipo?
Quando il rischio aumenta solo aspettando un treno
Ma la minaccia che comportano questo tipo di infrastrutture è anche in movimento: le stesse merci militari che arrivano a Livorno o vengono stoccate a Camp Darby, circolano sulle nostre strade, nei nostri cieli e soprattutto sulle nostre rotaie e sui nostri treni. Quante delle merci che transitano nell’hub militare pisano-livornese, atterrano all’aeroporto di Pisa? Quanti di questi esplosivi sono passati e passano tutt’ora dalla stazione dei treni? Quanti dai binari di Livorno, Calambrone, Collesalvetti? Magari in pieno giorno, con stazioni piene di pendolari? Quali misure di sicurezza sono messe in atto e come possono tutelarsi le persone laddove il passaggio di questo materiale rimane completamente sconosciuto?
Il rischio non si ferma alle zone tra Pisa e Livorno: a Pontedera, uno dei luoghi designati per il nuovo progetto di base militare, è stato di recente ampliato il binario 4 della stazione, nell’ambito di un progetto europeo dual use, destinato anche alla mobilità militare e alla circolazione di convogli lunghi fino a 740 metri, in una zona ad altissima frequentazione a ogni ora del giorno e della notte.
Armi, esplosivi e… reattori: il nucleare di San Piero a Grado di cui nessuno sa nulla
E se non si tratta di combustibili, armi o esplosivi, si tratta di inquinamento. Qual è lo stato effettivo dello smantellamento del reattore dismesso nell’area Cisam e della rimozione dei materiali radioattivi? Quali controlli continuativi vengono effettuati sulle acque, sui sedimenti e sull’ecosistema del Parco, e con quali modalità di informazione pubblica?
Vita, salute e sicurezza: la nostra vera posta in gioco
Quando la guerra diventa la regola con cui si organizzano i territori, le infrastrutture, il lavoro, l’economia, la logistica, ognuno di questi luoghi è una possibile Colleferro, una polveriera pronta a saltare in aria. Non si tratta di allarmismo, ma della posta in gioco della lotta che portiamo avanti: difendere la vita stessa, la salute e la sicurezza quotidiana delle nostre città, dei nostri posti di lavoro, dei territori che viviamo.
Non vogliamo territori che siano parchi giochi per militari e industriali, mentre diventano campi minati per la popolazione; non vogliamo che il prezzo della guerra mondiale sia pagato dai più, mentre pochi potenti fomentano il riarmo dal caldo delle loro poltrone.
Fermare la logistica bellica e le basi militari proiettate verso i teatri di guerra globali; organizzarsi sui territori per rivendicare condizioni di vita sicure, salubri, dignitose, ecologiche; scioperare nei posti di lavoro per sottrarsi ai ricatti dell’economia di guerra; lottare contro questi sacrifici imposti ai territori e a chi li abita. Questi sono gli unici strumenti che abbiamo a tutela della vita umana e naturale, verso la quale la guerra e i suoi ingranaggi sono oggi una minaccia sempre più incompatibile e inaccettabile.
Giu 4, 2026 | Dai Territori, Notizie e Approfondimenti, Uncategorized
In questi giorni cinquantaquattro persone che hanno partecipato al movimento per la Palestina nell’ultimo anno, hanno ricevuto le notifiche della conclusione delle indagini da parte della Questura di Pisa per le incredibili mobilitazioni di massa della scorsa estate e dell’autunno contro guerra e genocidio. Contemporaneamente, sono arrivate decine di sanzioni amministrative per migliaia di euro nei confronti di chi ha partecipato il 12 marzo di quest’anno al blocco del treno carico di armi alla stazione di Pisa, iniziativa pacifista che ha fatto il giro d’Italia e non solo con un grandissimo sostegno da parte di milioni di persone.
Per comprendere la natura delle mobilitazioni e del tentativo repressivo, pensiamo sia necessario partire da un dato: chi sono queste 60 e più persone colpite dai provvedimenti giudiziari citati? Studenti, dottorandi e ricercatori di tutti e tre gli atenei pisani – Scuola Normale, Università di Pisa e Scuola Superiore Sant’Anna. Lavoratrici del mondo della sanità, delle pulizie, del turismo e dei servizi, mamme che erano presenti alle manifestazioni con i loro figli, driver della logistica, abitanti dei quartieri popolari, sindacalisti, pensionati, consiglieri comunali.
In questo procedimento si mettono insieme, tentando di criminalizzare, episodi differenziati nel tempo, nelle modalità, nei luoghi e nei protagonisti. L’interruzione di una lezione all’università da parte di alcuni studenti e studentesse per parlare di Palestina, il blocco di massa dei binari della stazione nelle giornate di “Blocchiamo tutto”, l’occupazione del Rettorato dell’Università di Pisa, l’arrivo di migliaia di persone durante gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre in superstrada, autostrada e aeroporto, un presidio davanti al rettorato, che con la sua pressione ha portato alla rottura degli accordi quadro tra l’Università di Pisa e due università israeliane, risultato raggiunto in due anni di mobilitazioni.
Questi provvedimenti non sono un caso isolato, ma il riflesso di una dinamica repressiva che attraversa tutto l’Occidente: dai college statunitensi alle università europee, vediamo una risposta autoritaria che colpisce ovunque si manifesti dissenso contro le politiche di guerra e di occupazione. Tutto l’establishment imperialista euroatlantico si è mobilitato in difesa di Israele e della sua ideologia razzista e suprematista, che da oltre 70 anni arma l’esercito sionista contro il popolo palestinese e arabo. Un’ideologia, il sionismo, in larga parte coincidente con quella occidentale, con gli interessi geopolitici ed economici di un capitalismo in profonda crisi di egemonia, alla quale risponde solo con la forza bruta, dalla Palestina al Libano, dall’Iran allo Yemen, dal Venezuela a Cuba Socialista, portando sempre più l’umanità dentro una devastante terza guerra mondiale. E’ questo il contesto generale nel quale si muovono il governo Meloni e le false opposizioni, con Decreti Legge sulla sicurezza oltremodo liberticidi, costruiti in continuità stretta tra esecutivi di centro “sinistra” e destra.
Le mobilitazioni che questi poteri vogliono processare sono accomunate da un tenace filo rosso: la volontà di agire in autonomia di fronte al genocidio in Palestina e alla guerra mondiale, di incidere sui propri obiettivi e non delegare più le decisioni ad amministrazioni e istituzioni
sistematicamente complici e coinvolte nelle politiche sioniste, nelle scelte guerrafondaie, nella corsa al riarmo. Davanti a un genocidio, saltano le gerarchie accademiche: studenti e studentesse non accettano la propaganda imperialista e violenta di un professore, così come sono pronti a fare pressione sulla governance affinché rescinda gli accordi con Israele.
Questo clima di caccia alle streghe è alimentato da una convergenza pericolosa: da un lato i decreti sicurezza del governo e il silenzio delle opposizioni, dall’altro la gestione autoritaria degli atenei. Il Rettore di Pisa, denunciando ‘ignoti’ per le mobilitazioni studentesche, ha di fatto aperto le porte della nostra università alla polizia, venendo meno al ruolo di garante della libertà di espressione e di ricerca.
Di fronte alla tragedia della guerra e del genocidio, scioperare e scendere in piazza significa decidere che il proprio lavoro, i binari della propria stazione e il proprio territorio non devono più essere al servizio della logistica bellica. La scelta di fermare il passaggio delle armi nella nostra città è un atto di responsabilità che non appartiene solo alle decine di persone oggi sotto indagine, ma alle migliaia che si sono mobilitate.
Le mobilitazioni, nate in solidarietà con la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, hanno segnato un punto di svolta: mentre il governo israeliano agisce per bloccare in mare gli aiuti umanitari necessari a un popolo stremato, noi abbiamo scelto di bloccare a terra il flusso di armi che alimenta il massacro.
In quei giorni abbiamo dimostrato che è possibile sottrarsi alla routine della produzione per opporsi concretamente alla guerra. Da quell’esperienza sono nate reti di insegnanti, medici e collettivi studenteschi: un’infrastruttura sociale che vive nelle nostre scelte quotidiane. Rifiutare la collaborazione con l’industria bellica, opporsi alla costruzione di nuove basi militari e fermare i carichi di armi sono oggi le uniche azioni concrete per agire là dove la guerra passa, con l’obiettivo di fermarla. Se l’obiettivo di indagini, denunce e sanzioni è isolare chi vuole ribellarsi alla guerra e suggerire che lottare sia sconveniente, non accettiamo la selezione di poche persone colpite per atti che sono stati scelti e praticati da migliaia: a chi tenta di criminalizzare il movimento, rispondiamo rivendicando la legittimità del concorso morale e politico di un’intera città.
La risposta migliore alla repressione e ai decreti sicurezza è rendere ‘sconveniente’ la complicità con il genocidio e la corsa al riarmo. Moltiplicare le iniziative, rafforzare le reti di solidarietà e resistenza. Continueremo a difendere la libertà di scendere in piazza, di scioperare e di interferire con la logistica bellica, toccando gli interessi diretti di chi oggi trae profitto dalla guerra. Ci sarà bisogno di rendere sempre più difficile e sconveniente il passaggio delle armi, la complicità delle istituzioni, la propaganda militarista nelle università e nei territori, la costruzione di nuove basi militari, le attività delle basi che già ci sono. Non saranno le persone comuni a pagare il prezzo del dissenso, ma chi progetta la guerra a dover rispondere delle proprie scelte. Ciò che è in gioco non sono singoli episodi, ma la possibilità di affermare un futuro di pace, dignità e solidarietà tra i popoli.
Non rinunceremo alla libertà di lottare e ripudiare guerre e genocidio. Non sarà il tentativo di repressione a fermare una lotta giusta e collettiva per la Pace, la Dignità umana, la Solidarietà tra popoli. Per questo invitiamo tutte le realtà politiche, associative, sindacali, collettivi, comitati e movimenti, singoli e personalità, a sostenere questo appello per dare un segnale chiaro: rispondiamo agli attacchi rilanciando in ogni modo la mobilitazione per la Palestina libera, contro la militarizzazione e per una vita libera dalla guerra.
PRIMI FIRMATARI
Studentə per la Palestina
Movimento No Base
Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista
Potere al Popolo!
Rete dei Comunisti
Unione Sindacale di Base
Palestra Popolare La Fontina
eXploit!
Una città in comune
Rifondazione Comunista
SOTTOSCRIZIONI
- Abbasso la Guerra OdV Venegono
- All eyes on Palestine – Perugia
- Anomalia collettiva
- Arci Valdera
- Ass. di promozione sociale OBLÒ – Livorno
- Associazione Culturale Livorno-Palestina
- Associazione Il Giardino dei Fenicotteri Piana di Lecore
- Associazione La Rossa
- Associazione Senza Confini
- Auser collettivo
- Break now
- Carc sez. Pisa
- Cascina Rossa
- Cittadine e cittadini di Calci per la Palestina (CCCP)
- Circolo Arci Agorà – Pisa
- Circolo Arci L’Ortaccio
- Circolo Il Botteghino
- Cobas Pisa
- Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
- Collettivo Millepiani Arezzo
- Collettivo Scuola Normale Superiore
- Collettivo Universitario Autonomo Pisa
- Comitato Varesino per la Palestina
- Comunità di Quartiere Sant’Ermete
- Coordinamento Antimilitarista Livornese
- Coordinamento Flottilla di terra Livorno
- Coordinamento per il boicottaggio di Israele
- Coordinamento in Valdera di Stop Rearm Europe
- Coordinamento Valdera per la Palestina
- Cristiani no base
- CUB
- Demiurga Pisa
- Ecovillaggio Ca’ dei Dodo
- Ex Caserma Occupata Livorno
- Federazione Anarchica Siciliana
- Ferrovieri Contro la Guerra
- Fgc Pisa
- Forum della Pace Versilia
- Freedom Flotilla Italia
- GAP Livorno
- Global Sumud Flottilla Italia
- Gruppo Consiliare “Pontedera a Sinistra”
- Il Chicco di Senape
- Immigrital
- Ingegnerie senza frontiere (ISF Pisa)
- Kontromovimento
- L3 Reiett3
- Legambiente Pisa
- Legambiente Valdera
- Mala Servanen Jin – casa delle donne che combattono
- Non Una di Meno Lucca
- Non Una di Meno Pisa
- Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
- Osservatorio Antiproibizionista
- Pax Christi Valdera
- Pisa per la Palestina
- Redshift
- Rete Docenti Lavoratori e Lavoratrici della Scuola uniti per Gaza – Livorno
- Rete La scuola per la Palestina
- Rinascita Popolare
- S. A. Newroz
- Sanitari per Gaza Toscana
- Sindacato Sociale di Base – Pisa
- Sinistra per
- Un Ponte Per Comitato Toscano
- Unione Inquilini – Pisa
Di seguito anche un elenco dei comunicati di sostegno scritti nelle ultime settimane (in aggiornamento):
ARCI Valdera
Pax Christi Italia
Nonne in lotta
Insorgiamo GKN
Kontromovimento
Sinistra Per
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Rete di Docenti Provincia di Pisa
CGIL, ARCI, ANPI, Casa della Donna, Legambiente- PISA
COBAS PISA
CUB
USB PISA
Gilda degli Insegnanti di Pisa
Acerbo (Rifondazione)
Rifondazione Comunista Toscana
Luigi Sofia (consigliere comunale AVS Pisa)
Sinistra Italiana Pisa e Provincia + UGS
Giovani del Centro Sinistra
Diritti in Comune
Mar 14, 2026 | Rassegna stampa, Uncategorized
Ecco una lista di articoli e comunicati in seguito al blocco del traffico di armi del 12 marzo alla stazione di Pisa centrale.
Il Fatto Quotidiano recita ”un centinaio di attivisti contro la guerra si è seduto sulle rotaie del binario 3 della stazione di Pisa per fermare il passaggio di un convoglio di 32 vagoni carichi di mezzi militari e container di armamenti diretto a Palmanova in provincia di Udine”.
Anche L’Indipendente. riporta le parole del Movimento No Base: “Ovunque possiamo fermarli, in ogni città e in ogni paese. Oggi un primo passo, la pace si può realizzare con la lotta e la lotta continua”.
Su Repubblica possiamo trovare un video del presidio.
La Nazione riporta i commenti a caldo dei passanti durante il blocco del carico di guerra. E qua il commento di Alessandro Volpi, professore dell’Università di Pisa.
Qui invece ecco l’articolo su Riscatto.
Anche su Scomodo si scrive della concretezza dell’azione pacifista del Movimento No Base: “Intorno alle 22:30, le forze dell’ordine, preso atto che il presidio non avrebbe in alcun modo consentito di far passare il convoglio, hanno ceduto davanti alla proposta dei manifestanti di invertire la direzione del treno e farlo tornare verso la stazione di partenza”
Pure su Al Jazeera si parla del blocco Movimento No Base.
Molto importante il comunicato del Gap di Livorno che sottolinea come questo “blocco non nasce dal nulla” . “Quel treno è stato fermato perché esiste una trama di relazioni costruita nel tempo: portuali, lavoratori della logistica, movimenti territoriali, collettivi antimilitaristi, spazi sociali e sindacati”. “è un esempio concreto di come si costruisce l’opposizione reale alla guerra: inchiesta, organizzazione, sciopero, blocco”
I nostri interventi durante il momento di blocco su Radio Onda d’Urto si trovano qui e qui.
Importante anche l’articolo di resoconto della serata su Infoaut
Nel Comunicato conclusivo della due giorni di Non Una di Meno di 8-9 marzo la partecipazione al blocco della stazione delinea la possibilità concreta di inceppamento della macchina della guerra.
Anche il comune di Collesalvetti tramite le parole della sindaca esprime la sua contrarietà alla guerra e al silenzioso passaggio di convogli militari sul territorio.
Nel comunicato di Usb dopo il blocco del 12 marzo si sottolinea l’importanza dello sciopero specifico per il carico, scarico e trasporto di armamenti per tutti i lavoratori coinvolti della JSW e per i macchinisti di Mercitialia, i primi ha segnalare il carico su rotaia di parte del materiale bellico.
Anche il Collettivo Gkn esprime complicità e solidarietà dei confronti del Movimento No Base “E di una sola cosa ci hanno infine convinti. Bisogna scendere in guerra e dichiarare guerra alla guerra. E noi abbiamo un piano…”
E anche su comune.info potete trovare il nostro comunicato.
Dalla Francia, il blocco delle armi alla stazione di Pisa viene considerato un esempio di lotta antimilitarista da cui trarre ispirazione. “Se il movimento di armi e veicoli militari venisse completamente bloccato in questo modo, i sogni di guerra dei nostri leader diventerebbero semplicemente irrealizzabili” recita Contre Attaque.
Mar 13, 2026 | Dai Territori, Uncategorized
Comunicato del Movimento No Base sul blocco delle armi del 12 marzo 2026
Respingere la guerra. Ricacciarla indietro.
È quello che il movimento ha fatto ieri, attraverso un blocco di oltre sei ore sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto possiamo solo immaginarlo.
Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando il traffico di armi.
Ieri abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che possiamo essere concretamente efficaci. Ieri sera abbiamo dato realtà al nostro desiderio di Pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno fermato la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo, l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.
Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati, movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa, da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi per bloccare questo treno.
Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia nell’ingranaggio della guerra.
A Pisa la guerra ieri non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi alla guerra e non ai bisogni della società.
Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la Pace significa essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che il popolo non vuole farne parte.
Ieri abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17, organizziamo insieme nuove iniziative di diserzione, di disarmo, di blocco. Costruiamo la pace con la lotta.
Dic 16, 2025 | Bollettino, Opuscolo, Uncategorized
Dal lavoro congiunto di mobilitazione, organizzazione e inchiesta degli ultimi mesi che ha coinvolto diverse realtà e lavoratorə di Pisa, Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara nasce il primo numero di “HUB”, un bollettino che raccoglie inchieste e approfondimenti sulla militarizzazione dei territori che abitiamo. Di seguito condividiamo l’editoriale e la versione digitale del primo numero!
Cos’è “HUB”? perchè un bollettino della militarizzazione?
“HUB” è un bollettino di informazione, inchiesta, approfondimento e scambio sulla militarizzazione dei territori, nato a partire dal campeggio No Base del 5-6-7 settembre 2025 nell’assemblea dedicata alla costruzione di alleanze tra i territori investiti dalla trasformazione in snodi strategici della guerra. Con la discussione di lavoratorə, movimenti, abitanti di Livorno, Pisa, Firenze, Carrara, La Spezia, tra chi si batte contro le basi militari e chi lavora e lotta nelle ferrovie e nei porti, è maturato il proposito di intraprendere una strada comune. Il bollettino “HUB” rappresenta la proposta attorno a cui vogliamo condividere questo percorso: una rivista digitale e cartacea, aperiodica, in cui trovare approfondimenti e contributi su come funziona l’hub militare in cui siamo immersə, per conoscere il sistema di guerra che innerva i territori e sviluppare la cooperazione e la condivisione adeguate a organizzarsi sempre più, sempre meglio, per bloccare e immaginare le alternative degne di cui la società ha bisogno.
“HUB” nasce anche dalla spinta di un movimento che gli scorsi mesi ha sconvolto il nostro Paese dando coraggio e fiducia, a milioni di persone solidali con la Palestina, mostrando che è possibile bloccare materialmente la guerra, che le persone hanno un potere nell’unirsi e organizzarsi persino contro le forze micidiali della guerra mondiale e del genocidio. Le lotte e gli scioperi ci hanno reso consapevoli che siamo coinvoltə non solo come “complici” o soggetti passivi, ma potenzialmente come protagonistə coscienti del nostro ruolo nella storia e nel mondo. Impedire che i piani di guerra e colonialismo, fatti di binari da cui transitano armi, di basi in cui si addestrano soldati e si progettano le operazioni militari, di aeroporti e porti in cui la logistica ha il suo fulcro, di fabbriche in cui bombe e munizioni sono prodotte, possano svolgersi impunemente.
“HUB” significa integrazione di flussi, di punti, di rotte, di funzioni, di scienza, di ingegneria dell’organizzazione della guerra per rendere i trasporti di armi, mezzi, munizioni veloci ma silenziosi, per incrementare la capacità operativa e di proiezione delle missioni militari, dalla Palestina, al Sudan, all’Ucraina, e rafforzare insieme il controllo interno sulla società e il territorio. “HUB” significa mettere insieme le capacità mortifere di aria, terra e acqua dell’esercito, per estrarre e far circolare informazioni sottratte dalle nostre vite con l’intelligence e le tecnologie AI, per condividere saperi tra le forze della NATO, per sperimentare nuove armi e sistemi. “HUB” è la pianificazione del colonialismo e dell’estrazione di risorse energetiche, per produrre tutto ciò che l’economia di guerra richiede, alimentare la distruzione della vita e il margine di profitto e potere degli Stati e del complesso militare-industriale.
“HUB” è una sinergia oggettiva tra queste forze che richiede una sinergia altrettanto efficace delle forze sociali dei territori, di chi rifiuta o ambisce a ribellarsi a tutto questo. Lo abbiamo visto nelle settimane di “Blocchiamo tutto”: ciò che viene bloccato in un punto, può passare da un altro, se i territori non sono sufficientemente organizzati per allearsi. La loro macchina di acciaio può essere fermata da un’altra sinergia, dall’organismo vivo delle comunità che lottano, dai saperi costruiti dal basso, dal desiderio di alternativa e libertà che anima sempre più persone indisponibili a vedere città, campi, boschi, montagne, servizi pubblici diventare ingranaggi della catena della guerra, zone di sacrificio inquinate e nocive, polveriere a cielo aperto che rappresentano infiniti bersagli di fronte all’escalation.
Con questo bollettino vogliamo in primo luogo nutrire il bisogno di condividere delle conoscenze su come questo HUB funziona, a cosa serve e com’è organizzato. Questo primo numero contiene approfondimenti su diversi territori, infrastrutture e snodi della logistica di guerra redatti da movimenti, comitati, lavoratorə portuali e ferrovieri e ha un’ampiezza che va da Livorno a La Spezia, uno dei corridoi centrali della militarizzazione in Italia. Un obiettivo che ci proponiamo è scoprire e divulgare come funziona la macchina bellica, costruire un sapere situato nel punto di vista di chi la militarizzazione la subisce e vuole combatterla. Per questo, nei prossimi numeri, lavoreremo a nuove inchieste, per coinvolgere altri territori e ricostruire questa rete che collega tutta Italia e le Isole e che può essere anche una rete di resistenze.
Perchè un altro obiettivo è rafforzare e costruire l’organizzazione e la possibilità della lotta: ovunque possiamo immaginare come difenderci dalla militarizzazione, quali strumenti ci servono per organizzarci, quali saperi dobbiamo ricercare per dare un nome a quanto opprime i territori e avere protagonismo nel denunciarlo; per poter incidere nel bloccare questo sistema di guerra, per liberare energia e voglia di battersi per quello che veramente ci serve: non abbiamo bisogno di basi militari, fabbriche di armi e infrastrutture di guerra; abbiamo bisogno di bonificare e rigenerare territori inquinati e cementificati, riappropriarci di risorse per servizi sanitari, sociali, abitativi dignitosi, sviluppare forme di decisionalità partecipativa soprattutto in quelle zone dove il potere si sente più dispotico e arrogante di imporre le proprie opere e le proprie regole, immaginare nuove forme di educarci alla diversità, all’amicizia tra popoli, alla cura del territorio e della comunità e non alla supremazia, al militarismo, all’isolamento e all’odio, a quei “valori” di cui la guerra si nutre per riprodurre e normalizzare se stessa.
Dai popoli di tutto il mondo su cui il potere abbatte la guerra con violenza c’è una linea che porta a noi e ai nostri territori. “HUB” vuole essere uno strumento per ricostruire queste linee che uniscono i piani della guerra mondiale e rigenerare quelle che uniscono noi, come parte di una sola società, di territori ricattati e offesi, di popoli distanti, ma desiderosi di resistere e agire per costruire un pace giusta, vera e concreta con la lotta e la solidarietà.
Contattaci se vuoi proporre un contributo per un prossimo numero o una presentazione del bollettino nel tuo territorio!