Ago 16, 2026 | Dai Territori, Notizie e Approfondimenti, Uncategorized
Pochi giorni fa abbiamo visto un’enorme esplosione coinvolgere una fabbrica di munizioni a Colleferro, la KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa. Immagini impressionanti della violenza con cui un sito industriale può immediatamente diventare una bomba che minaccia la vita di dipendenti e abitanti del territorio. Un evento che ha giustamente spaventato e fatto notizia, a maggior ragione dato che in quello stesso territorio, la Valle del Sacco, KNDS intende riconvertire e ampliare lo stabilimento realizzandovi un nuovo impianto per la produzione di nitrogelatina, componente destinato alla filiera degli esplosivi e delle munizioni.
Così, alla faccia degli incidenti esplosivi, si continua a incentivare una dinamica di riarmo e militarizzazione palesemente nociva e pericolosa per la vita, la sicurezza e la salute dellə abitanti.
A partire dall’episodio di Colleferro, vogliamo cogliere l’occasione per guardare al nostro territorio e fare luce su come una zona di sacrificio sia sempre di più un campo minato in cui la vita di chi ci vive o lavora non è messa sullo stesso piano dell’interesse politico, economico e militare a portare avanti piani di riarmo e proiezione bellica nel pieno di una guerra mondiale devastante.
Porto e raffineria a Livorno: una minaccia perenne per la sicurezza del territorio
Quante Colleferro ci sono tra Livorno e Pisa, nei pressi di case, quartieri, infrastrutture, parchi, strade e stazioni? Quanto è concreta la minaccia della guerra e dell’estrattivismo per vite e territorio, quando ci muoviamo tra le nostre città? Immaginiamo di camminare da Livorno a Pisa e percorrere le strade in cui abitano e lavorano decine di migliaia di persone.
Quali sono le Colleferro che incontriamo ogni giorno?
A Livorno il porto, come denunciano i portuali e la cittadinanza da anni, è luogo di transito di merci militari. Centinaia di container che possono ospitare qualsiasi cosa, da armi a esplosivi, da bombe a missili, scaricate in mezzo a lavoratori, abitanti e turisti. Dal 2025 a oggi, sono più di 600 le tonnellate di esplosivi circolate nel porto. A questo si aggiunge l’interesse a insediare nel porto un nuovo sito per la costruzione e il collaudo di sottomarini da guerra dell’impresa Drass.
Andando verso Pisa incontriamo Stagno, dove la raffineria Eni — oggi interessata da un progetto di conversione in bioraffineria — rappresenta l’eredità concreta di decenni di attività industriale ad alto impatto. L’impianto è classificato dalla normativa Seveso come stabilimento a rischio di incidente rilevante, mentre nelle aree circostanti sono state documentate contaminazioni dei terreni e delle acque di falda da idrocarburi, metalli e sostanze cancerogene. La riconversione annunciata non cancella la necessità di completare le bonifiche, garantire la sicurezza dei lavoratori e tutelare la salute della popolazione.
Camp Darby: un immenso deposito di munizioni nel cuore del Parco
Il percorso prosegue fino al Camp Darby, base militare utilizzata dalle forze armate statunitensi come deposito logistico e di munizioni. Un vero e proprio bersaglio per qualsiasi tipo di operazione militare che abbia come controparte l’esercito USA o la NATO. Una polveriera gigante in cui non si conosce cosa vi sia stoccato, per quanto tempo, con quali rischi per la sicurezza e con quali conseguenze in caso di incidente o esplosione.
Un’installazione collocata in territorio italiano ma sottratta, nei fatti, a un effettivo controllo democratico e caratterizzata da un regime di segretezza che impedisce alla popolazione di conoscere quantità, tipologia e rischi dei materiali stoccati.
Non risulta pubblicamente disponibile un piano di emergenza esterna che informi gli abitanti sui rischi, sulle aree coinvolte e sui comportamenti da adottare in caso di incidente, né tantomeno informazioni sulle attività quali movimentazione di armi, esplosivi e munizioni. Quale impatto avrebbe un evento come quello di Colleferro, se coinvolgesse un luogo di questo tipo?
Quando il rischio aumenta solo aspettando un treno
Ma la minaccia che comportano questo tipo di infrastrutture è anche in movimento: le stesse merci militari che arrivano a Livorno o vengono stoccate a Camp Darby, circolano sulle nostre strade, nei nostri cieli e soprattutto sulle nostre rotaie e sui nostri treni. Quante delle merci che transitano nell’hub militare pisano-livornese, atterrano all’aeroporto di Pisa? Quanti di questi esplosivi sono passati e passano tutt’ora dalla stazione dei treni? Quanti dai binari di Livorno, Calambrone, Collesalvetti? Magari in pieno giorno, con stazioni piene di pendolari? Quali misure di sicurezza sono messe in atto e come possono tutelarsi le persone laddove il passaggio di questo materiale rimane completamente sconosciuto?
Il rischio non si ferma alle zone tra Pisa e Livorno: a Pontedera, uno dei luoghi designati per il nuovo progetto di base militare, è stato di recente ampliato il binario 4 della stazione, nell’ambito di un progetto europeo dual use, destinato anche alla mobilità militare e alla circolazione di convogli lunghi fino a 740 metri, in una zona ad altissima frequentazione a ogni ora del giorno e della notte.
Armi, esplosivi e… reattori: il nucleare di San Piero a Grado di cui nessuno sa nulla
E se non si tratta di combustibili, armi o esplosivi, si tratta di inquinamento. Qual è lo stato effettivo dello smantellamento del reattore dismesso nell’area Cisam e della rimozione dei materiali radioattivi? Quali controlli continuativi vengono effettuati sulle acque, sui sedimenti e sull’ecosistema del Parco, e con quali modalità di informazione pubblica?
Vita, salute e sicurezza: la nostra vera posta in gioco
Quando la guerra diventa la regola con cui si organizzano i territori, le infrastrutture, il lavoro, l’economia, la logistica, ognuno di questi luoghi è una possibile Colleferro, una polveriera pronta a saltare in aria. Non si tratta di allarmismo, ma della posta in gioco della lotta che portiamo avanti: difendere la vita stessa, la salute e la sicurezza quotidiana delle nostre città, dei nostri posti di lavoro, dei territori che viviamo.
Non vogliamo territori che siano parchi giochi per militari e industriali, mentre diventano campi minati per la popolazione; non vogliamo che il prezzo della guerra mondiale sia pagato dai più, mentre pochi potenti fomentano il riarmo dal caldo delle loro poltrone.
Fermare la logistica bellica e le basi militari proiettate verso i teatri di guerra globali; organizzarsi sui territori per rivendicare condizioni di vita sicure, salubri, dignitose, ecologiche; scioperare nei posti di lavoro per sottrarsi ai ricatti dell’economia di guerra; lottare contro questi sacrifici imposti ai territori e a chi li abita. Questi sono gli unici strumenti che abbiamo a tutela della vita umana e naturale, verso la quale la guerra e i suoi ingranaggi sono oggi una minaccia sempre più incompatibile e inaccettabile.
Giu 4, 2026 | Dai Territori, Notizie e Approfondimenti, Uncategorized
In questi giorni cinquantaquattro persone che hanno partecipato al movimento per la Palestina nell’ultimo anno, hanno ricevuto le notifiche della conclusione delle indagini da parte della Questura di Pisa per le incredibili mobilitazioni di massa della scorsa estate e dell’autunno contro guerra e genocidio. Contemporaneamente, sono arrivate decine di sanzioni amministrative per migliaia di euro nei confronti di chi ha partecipato il 12 marzo di quest’anno al blocco del treno carico di armi alla stazione di Pisa, iniziativa pacifista che ha fatto il giro d’Italia e non solo con un grandissimo sostegno da parte di milioni di persone.
Per comprendere la natura delle mobilitazioni e del tentativo repressivo, pensiamo sia necessario partire da un dato: chi sono queste 60 e più persone colpite dai provvedimenti giudiziari citati? Studenti, dottorandi e ricercatori di tutti e tre gli atenei pisani – Scuola Normale, Università di Pisa e Scuola Superiore Sant’Anna. Lavoratrici del mondo della sanità, delle pulizie, del turismo e dei servizi, mamme che erano presenti alle manifestazioni con i loro figli, driver della logistica, abitanti dei quartieri popolari, sindacalisti, pensionati, consiglieri comunali.
In questo procedimento si mettono insieme, tentando di criminalizzare, episodi differenziati nel tempo, nelle modalità, nei luoghi e nei protagonisti. L’interruzione di una lezione all’università da parte di alcuni studenti e studentesse per parlare di Palestina, il blocco di massa dei binari della stazione nelle giornate di “Blocchiamo tutto”, l’occupazione del Rettorato dell’Università di Pisa, l’arrivo di migliaia di persone durante gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre in superstrada, autostrada e aeroporto, un presidio davanti al rettorato, che con la sua pressione ha portato alla rottura degli accordi quadro tra l’Università di Pisa e due università israeliane, risultato raggiunto in due anni di mobilitazioni.
Questi provvedimenti non sono un caso isolato, ma il riflesso di una dinamica repressiva che attraversa tutto l’Occidente: dai college statunitensi alle università europee, vediamo una risposta autoritaria che colpisce ovunque si manifesti dissenso contro le politiche di guerra e di occupazione. Tutto l’establishment imperialista euroatlantico si è mobilitato in difesa di Israele e della sua ideologia razzista e suprematista, che da oltre 70 anni arma l’esercito sionista contro il popolo palestinese e arabo. Un’ideologia, il sionismo, in larga parte coincidente con quella occidentale, con gli interessi geopolitici ed economici di un capitalismo in profonda crisi di egemonia, alla quale risponde solo con la forza bruta, dalla Palestina al Libano, dall’Iran allo Yemen, dal Venezuela a Cuba Socialista, portando sempre più l’umanità dentro una devastante terza guerra mondiale. E’ questo il contesto generale nel quale si muovono il governo Meloni e le false opposizioni, con Decreti Legge sulla sicurezza oltremodo liberticidi, costruiti in continuità stretta tra esecutivi di centro “sinistra” e destra.
Le mobilitazioni che questi poteri vogliono processare sono accomunate da un tenace filo rosso: la volontà di agire in autonomia di fronte al genocidio in Palestina e alla guerra mondiale, di incidere sui propri obiettivi e non delegare più le decisioni ad amministrazioni e istituzioni
sistematicamente complici e coinvolte nelle politiche sioniste, nelle scelte guerrafondaie, nella corsa al riarmo. Davanti a un genocidio, saltano le gerarchie accademiche: studenti e studentesse non accettano la propaganda imperialista e violenta di un professore, così come sono pronti a fare pressione sulla governance affinché rescinda gli accordi con Israele.
Questo clima di caccia alle streghe è alimentato da una convergenza pericolosa: da un lato i decreti sicurezza del governo e il silenzio delle opposizioni, dall’altro la gestione autoritaria degli atenei. Il Rettore di Pisa, denunciando ‘ignoti’ per le mobilitazioni studentesche, ha di fatto aperto le porte della nostra università alla polizia, venendo meno al ruolo di garante della libertà di espressione e di ricerca.
Di fronte alla tragedia della guerra e del genocidio, scioperare e scendere in piazza significa decidere che il proprio lavoro, i binari della propria stazione e il proprio territorio non devono più essere al servizio della logistica bellica. La scelta di fermare il passaggio delle armi nella nostra città è un atto di responsabilità che non appartiene solo alle decine di persone oggi sotto indagine, ma alle migliaia che si sono mobilitate.
Le mobilitazioni, nate in solidarietà con la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, hanno segnato un punto di svolta: mentre il governo israeliano agisce per bloccare in mare gli aiuti umanitari necessari a un popolo stremato, noi abbiamo scelto di bloccare a terra il flusso di armi che alimenta il massacro.
In quei giorni abbiamo dimostrato che è possibile sottrarsi alla routine della produzione per opporsi concretamente alla guerra. Da quell’esperienza sono nate reti di insegnanti, medici e collettivi studenteschi: un’infrastruttura sociale che vive nelle nostre scelte quotidiane. Rifiutare la collaborazione con l’industria bellica, opporsi alla costruzione di nuove basi militari e fermare i carichi di armi sono oggi le uniche azioni concrete per agire là dove la guerra passa, con l’obiettivo di fermarla. Se l’obiettivo di indagini, denunce e sanzioni è isolare chi vuole ribellarsi alla guerra e suggerire che lottare sia sconveniente, non accettiamo la selezione di poche persone colpite per atti che sono stati scelti e praticati da migliaia: a chi tenta di criminalizzare il movimento, rispondiamo rivendicando la legittimità del concorso morale e politico di un’intera città.
La risposta migliore alla repressione e ai decreti sicurezza è rendere ‘sconveniente’ la complicità con il genocidio e la corsa al riarmo. Moltiplicare le iniziative, rafforzare le reti di solidarietà e resistenza. Continueremo a difendere la libertà di scendere in piazza, di scioperare e di interferire con la logistica bellica, toccando gli interessi diretti di chi oggi trae profitto dalla guerra. Ci sarà bisogno di rendere sempre più difficile e sconveniente il passaggio delle armi, la complicità delle istituzioni, la propaganda militarista nelle università e nei territori, la costruzione di nuove basi militari, le attività delle basi che già ci sono. Non saranno le persone comuni a pagare il prezzo del dissenso, ma chi progetta la guerra a dover rispondere delle proprie scelte. Ciò che è in gioco non sono singoli episodi, ma la possibilità di affermare un futuro di pace, dignità e solidarietà tra i popoli.
Non rinunceremo alla libertà di lottare e ripudiare guerre e genocidio. Non sarà il tentativo di repressione a fermare una lotta giusta e collettiva per la Pace, la Dignità umana, la Solidarietà tra popoli. Per questo invitiamo tutte le realtà politiche, associative, sindacali, collettivi, comitati e movimenti, singoli e personalità, a sostenere questo appello per dare un segnale chiaro: rispondiamo agli attacchi rilanciando in ogni modo la mobilitazione per la Palestina libera, contro la militarizzazione e per una vita libera dalla guerra.
PRIMI FIRMATARI
Studentə per la Palestina
Movimento No Base
Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista
Potere al Popolo!
Rete dei Comunisti
Unione Sindacale di Base
Palestra Popolare La Fontina
eXploit!
Una città in comune
Rifondazione Comunista
SOTTOSCRIZIONI
- Abbasso la Guerra OdV Venegono
- All eyes on Palestine – Perugia
- Anomalia collettiva
- Arci Valdera
- Ass. di promozione sociale OBLÒ – Livorno
- Associazione Culturale Livorno-Palestina
- Associazione Il Giardino dei Fenicotteri Piana di Lecore
- Associazione La Rossa
- Associazione Senza Confini
- Auser collettivo
- Break now
- Carc sez. Pisa
- Cascina Rossa
- Cittadine e cittadini di Calci per la Palestina (CCCP)
- Circolo Arci Agorà – Pisa
- Circolo Arci L’Ortaccio
- Circolo Il Botteghino
- Cobas Pisa
- Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
- Collettivo Millepiani Arezzo
- Collettivo Scuola Normale Superiore
- Collettivo Universitario Autonomo Pisa
- Comitato Varesino per la Palestina
- Comunità di Quartiere Sant’Ermete
- Coordinamento Antimilitarista Livornese
- Coordinamento Flottilla di terra Livorno
- Coordinamento per il boicottaggio di Israele
- Coordinamento in Valdera di Stop Rearm Europe
- Coordinamento Valdera per la Palestina
- Cristiani no base
- CUB
- Demiurga Pisa
- Ecovillaggio Ca’ dei Dodo
- Ex Caserma Occupata Livorno
- Federazione Anarchica Siciliana
- Ferrovieri Contro la Guerra
- Fgc Pisa
- Forum della Pace Versilia
- Freedom Flotilla Italia
- GAP Livorno
- Global Sumud Flottilla Italia
- Gruppo Consiliare “Pontedera a Sinistra”
- Il Chicco di Senape
- Immigrital
- Ingegnerie senza frontiere (ISF Pisa)
- Kontromovimento
- L3 Reiett3
- Legambiente Pisa
- Legambiente Valdera
- Mala Servanen Jin – casa delle donne che combattono
- Non Una di Meno Lucca
- Non Una di Meno Pisa
- Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
- Osservatorio Antiproibizionista
- Pax Christi Valdera
- Pisa per la Palestina
- Redshift
- Rete Docenti Lavoratori e Lavoratrici della Scuola uniti per Gaza – Livorno
- Rete La scuola per la Palestina
- Rinascita Popolare
- S. A. Newroz
- Sanitari per Gaza Toscana
- Sindacato Sociale di Base – Pisa
- Sinistra per
- Un Ponte Per Comitato Toscano
- Unione Inquilini – Pisa
Di seguito anche un elenco dei comunicati di sostegno scritti nelle ultime settimane (in aggiornamento):
ARCI Valdera
Pax Christi Italia
Nonne in lotta
Insorgiamo GKN
Kontromovimento
Sinistra Per
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Rete di Docenti Provincia di Pisa
CGIL, ARCI, ANPI, Casa della Donna, Legambiente- PISA
COBAS PISA
CUB
USB PISA
Gilda degli Insegnanti di Pisa
Acerbo (Rifondazione)
Rifondazione Comunista Toscana
Luigi Sofia (consigliere comunale AVS Pisa)
Sinistra Italiana Pisa e Provincia + UGS
Giovani del Centro Sinistra
Diritti in Comune
Apr 21, 2026 | Dal Mondo, Notizie e Approfondimenti, Uncategorized
Pubblichiamo un estratto del discorso tenuto dal sociologo e antropologo David Vine durante la presentazione del primo numero del bollettino HUB del 7 febbraio 2026. David Vine, in collegamento dagli Stati Uniti, ci ha dato un quadro delle ragioni storiche e politiche della presenza delle basi militari USA nel mondo, descrivondone il carattere pervasivo, violento, coloniale. Le basi USA, ovunque esse siano, rappresentano una minaccia concreta per chi abita i territori e per i popoli che subiscono l’imperialismo statunitense, mentre fortificano il potere del complesso militare-industriale, delle multinazionali, dei monopoli del potere economico e politico. Come le basi, anche la lotta contro di esse ha una storia lunga, fatta di movimenti come il nostro che in Italia e nel mondo contestano la presenza ostile degli Stati Uniti come parte di una militarizzazione volta a riprodurre la guerra su scala globale e a trascinarvi anche la nostra popolazione. Perciò pubblichiamo questo approfondimento in vista della manifestazione di sabato 25 aprile che partirà alle ore 10.00 proprio da Camp Darby, un enorme deposito di munizioni statunitensi che occupa dal 1951 il nostro bellissimo Parco di San Rossore.
“Sono ammirato da quel che ho letto su HUB e sul vostro sito. Il vostro movimento è un modello di organizzazione, ricerca approfondita sulla militarizzazione della vostra terra, e passione per costruire un modo migliore, fatto di pace. È di questo genere di cose che abbiamo bisogno.
In questo momento di pericolo per l’Italia, gli Stati Uniti e il mondo, ci servono più azioni come le vostre: organizzarsi contro la militarizzazione delle nostre società per decostruire l’economia di guerra permanente e costruire un’economia di pace permanente, dove i paesi sono dedicati a pace, giustizia, uguaglianza, cooperazione e miglioramento delle vite umane.
Adoro anche che abbiate organizzato una manifestazione No Base in bicicletta, spostandovi fra Pisa e Livorno. Per bizzarra coincidenza, anch’io ho fatto quel tragitto in bici una volta, circa 15 anni fa, per studiare il Camp Darby. Studio le basi militari statunitensi in giro per il mondo da circa 25 anni. Durante una delle mie visite a Pisa e Livorno molti anni fa, ammetto di essermi subito sentito a casa, non appena ho visto il graffito vicino al mio hotel a Pisa, che diceva “yankees, andate a casa”. Mi sono sentito a casa perché gli yankees in divisa militare dovrebbero andare a casa. Avrebbero dovuto farlo decenni fa.
Mi scuso personalmente per la presenza del Camp Darby e tutte le basi in Italia, così come per il male che hanno causato alle persone e al territorio, in Italia come nei paesi di cui hanno sostenuto le guerre.
Sarò chiaro: non ho niente contro quegli yankees in divisa. Sono solo vittime del sistema. Quello è il problema. Il sistema delle basi, della guerra permanente, dell’economia di guerra permanente che mantiene guerre senza fine: Afghanistan, Iraq, Iran, Venezuela, Gaza… Siamo davanti a guerre continue e genocidi continui. In questo contesto mortale voglio sottolineare una cosa: fra i pericoli senza precedenti del nostro mondo, abbiamo opportunità senza precedenti di costruire giustizia, uguaglianza più forti, quelle che vogliamo vedere nel mondo. In Italia, Europa e altre parti del mondo, non c’è stato momento migliore di questo per costruire opposizione alle basi statunitensi, grazie a una persona: Donald Trump.
Donald Trump è un’opportunità. Il nostro dittatore in erba, il nostro Benito Mussolini: un’opportunità. Se da un lato Trump rappresenta chiaramente una minaccia per il mondo e per gli Stati Uniti, non c’è mai stato momento migliore di questo per sfruttare l’opportunità che Trump e i suoi oltraggi – Venezuela, Gaza, Iran, Groenlandia e la forza paramilitare dell’agenzia federale statunitense per l’immigrazione (ICE) – offrono per incoraggiare i paesi a ripensare le loro relazioni con gli Stati Uniti e la presenza di basi nei loro paesi.
Non c’è mai stato momento migliore di questo per rispedire a casa gli yankees, per chiudere le basi – statunitensi e italiane – costruendo al tempo stesso un reale sistema di sicurezza globale.
Non c’è mai stato momento migliore per rispedire gli yankees a casa perché è anche un momento senza precedenti in termini di organizzazioni antimilitariste e antifasciste. Oltre due anni di proteste globali per fermare il genocidio a Gaza. La crescente opposizione globale alla forza fascista paramilitare di Trump, in mostra dagli Stati Uniti davanti ai coraggiosi manifestanti di ieri a Milano.
Mi è stato chiesto di parlare di due temi principali, farò del mio meglio per farlo. Prima di tutto, la storia e il ruolo delle basi militari statunitensi in Italia, Europa e nel mondo. Inoltre, le lezioni che possiamo imparare da movimenti che hanno sfidato gli Stati Uniti e altre basi militari nel mondo.”
Una rete globale di basi
Gli Stati Uniti controllano circa 800 basi militari in circa 80 paesi all’infuori dei 50 Stati degli Stati Uniti e Washington DC. Questo numero include 47 basi militari in Italia, le più grandi delle quali si trovano a Vicenza, Aviano, Napoli, Sigonella, e naturalmente Pisa e Livorno. L’Italia è il quarto paese (esclusi gli Stati Uniti) per basi militari statunitensi al mondo, dopo Germania, Giappone e Corea del Sud.
Gli Stati Uniti hanno più basi su suolo estero rispetto a ogni altro paese, impero o popolo nella storia mondiale. Per mantenere queste basi e le truppe che ci vivono, il governo statunitense spende più di 80-100 miliardi di dollari l’anno. Questo dato è più della spesa militare totale italiana e di altri due o tre paesi.
L’Italia ha una base a Djibouti e ha avuto basi in Afghanistan durante la guerra. La Gran Bretagna e la Francia hanno qualche dozzina di basi straniere. La Russia ha cifre simili. La Cina ha circa 12-15 basi su territorio straniero, oltre a delle basi nel Tibet occupato. La Turchia, l’Arabia Saudita, Israele e qualche altro paese hanno un numero basso di basi. In tutto, gli Stati Uniti hanno circa il 75-85% delle basi all’estero nel mondo. Gli Stati Uniti hanno avuto poche basi all’estero subito dopo l’indipendenza, ma la sua attuale collezione di circa 800 basi estere in tutto il mondo ha origine durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.
Basi statunitensi in Italia
In Italia dopo la seconda Guerra Mondiale, le truppe statunitensi sono andate via, diversamente da quel che hanno fatto in Germania e Giappone. Dopo l’adesione italiana alla NATO del 1949, la DC permise alle truppe statunitensi di tornare a occupare le basi italiane a Napoli, Verona, Chinotto e altrove.
Nel 1951, il governo italiano diede agli Stati Uniti i diritti militari per espandersi a occupare il Camp Darby¹. Nell’arco di qualche anno, c’erano oltre 10000 truppe dell’esercito statunitense sparse fra il Camp Darby, Vicenza e altre installazioni, solo nel nord-est del paese². Basi di centrale importanze crebbero a Napoli, Gaeta, in Sicilia, Sardegna e oltre. C’è chi dice che non ci siano basi militari statunitensi in Italia, perché all’epoca dell’adesione italiana alla NATO, autorità italiane e statunitensi decisero di chiamare le basi statunitensi in Italia “basi NATO”. Era un modo per mascherare e normalizzare la presenza di basi militari straniere in Italia e evitare proteste contro le basi. Chiamate le basi militari come il Camp Darby, occupate quasi esclusivamente da soldati statunitensi, quel che sono: basi militari statunitensi.
Il ruolo delle basi
Autorità statunitensi di nazioni che ospitano basi statunitensi spesso dipingono le basi statunitensi come “regali” per i paesi dove si trovano, come l’Italia. Questo è falso, è una favola.
Le basi statunitensi non sono regali o atti di altruismo. Non sono regali all’economia – i benefici economici sono sempre stati molto esagerati. In realtà vanno – indovinate un po’ – a aziende statunitensi e alla stragrande maggioranza delle persone che lavorano in basi statunitensi.
Le basi militari statunitensi non sono nemmeno regali di sicurezza alle nazioni che li ospitano³. Non si trovano in Italia per difendere gli Italiani, o in qualunque paese per difenderne gli abitanti. Nei fatti, le basi statunitensi spesso trasformano i paesi e le comunità dove si trovano in bersagli, e aumentano la minaccia di guerra verso gli stessi paesi e comunità.
Le basi statunitensi si trovano all’estero per portare avanti gli interessi economici degli Stati Uniti e altre aziende, e per portare avanti l’interesse politica degli Stati Uniti. Dal Vietnam all’Afghanistan e in Iraq, le guerre statunitensi sono state sostenute dalle basi nelle regioni confinanti. Le basi statunitensi in Italia hanno avuto un ruolo chiave nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, e altre parti dell’Africa.
Come possiamo capire dalle dozzine di basi militari statunitensi nel Medio Oriente intorno all’Iran, e dalle altre dozzine in America Latina intorno al Venezuala, le basi statunitensi permettono agli Stati Uniti di minacciare altri paesi. Le basi statunitensi sono prima di tutto punti di lancio per le guerre statunitensi. Sono anche il fondamento per un sistema e un’economia di guerra permanenti. Le basi statunitensi sono uno strumento per permettere alle aziende di fare miliardi di dollari di profitti ogni anno, costruendo e mantenendo le basi stesse.
Oltre alla minaccia puramente militare che costituiscono, le basi statunitensi sono anche una fonte di potere economico e politico statunitense sugli altri paesi. Sono una leva, uno strumento per tenere altri paesi all’interno di un sistema politico e economico dominato dagli Stati Uniti e che beneficia alle aziende statunitensi più che a chiunque altro. Questo è per dire che le basi statunitensi nel mondo sono stato una fonte chiave di potere imperiale statunitense sugli altri paesi sin dalla seconda Guerra Mondiale, in un sistema imperiale che, grazie a Donald Trump, sempre più paesi cominciano a mettere in discussione.
Idee da condividere
Per resistere contro il fascismo e salvare il mondo da una più grande catastrofe, condivido le seguente idee, sviluppate con l’aiuto della Rete per Smantellare il Complesso Militare Industriale⁴, nuovi gruppi di azione politica a livello di quartiere (in espansione in California e in tutti gli Stati Uniti), e altre coalizioni e amici:
Dobbiamo costruire sull’attivismo globale senza precedenti contro la guerra e a favore della Palestina – guidato da persone in luoghi come Pisa, Livorno, Genova e oltre – per fermare il genocidio a Gaza e costruire un movimento più ampio per liberare la Palestina e liberare tutti noi.
Abbiamo un disperato bisogno di una visione positiva. I nostri movimenti rimarranno piccoli e marginali se continueranno a ruotare attorno al dire “No” a ciò che non ci piace. I movimenti con un messaggio positivo e progressista per costruire un mondo migliore, più equo e più giusto sono movimenti capaci di attrarre un gran numero di persone lungo tutto lo spettro politico. Dovremmo considerare una visione positiva incentrata sul “populismo economico” – garantire che tutti abbiano abbastanza risorse per vivere bene – e sul far sì che il governo lavori per il popolo e non per miliardari e grandi imprese.
Dobbiamo ampliare i nostri movimenti oltre la (tradizionale) sinistra radicale, che è un gruppo troppo ristretto per ottenere le vittorie politiche di cui abbiamo disperatamente bisogno. Dobbiamo riflettere su come attrarre più persone lungo tutto lo spettro politico. Questo implica anche un’autocritica sul perché in passato non siamo riusciti a coinvolgere più persone nelle nostre cause.
Possiamo e dobbiamo imparare dall’ascesa della destra e dalle strategie che ha utilizzato per vincere elezioni e controllare la politica (il che oggi le consente, in molti Paesi, di perseguire una cattura totalitaria e antidemocratica dello Stato).
Dovremmo valutare la costruzione di un “movimento di movimenti” globale che colleghi i movimenti contro la guerra e contro le basi con quelli per la giustizia climatica, i diritti dei migranti, la giustizia razziale, la liberazione della Palestina, i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+ e altro ancora.
Dovremmo anche ricordare che il movimento antinucleare degli anni ’80 è stato una forza importante in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo, ottenendo grandi vittorie per ridurre il numero di armi nucleari a livello globale e rendere il mondo più sicuro.
¹ Il partito democristiano di destra, che aveva sconfitto comunisti e socialisti nelle elezioni del 1948 con il sostegno del Dipartimento di Stato, del Pentagono e della CIA, ricambiò aderendo alla NATO e sostenendo attivamente la presenza di basi statunitensi in Italia. La presenza di basi in Italia crebbe a partire dal 1951 come parte del massiccio rafforzamento militare inviato dal presidente Truman in Europa occidentale e in Asia per contenere la “aggressione comunista” dopo lo scoppio della guerra di Corea. Ancora provata dagli effetti della guerra e incapace di difendersi autonomamente con l’intensificarsi delle tensioni della Guerra Fredda, nel 1954 la Democrazia Cristiana pose le basi della crescente presenza statunitense firmando, dopo negoziati segreti, l’“Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture” italo-americano. L’accordo consente lo stazionamento di basi e forze statunitensi in Italia in condizioni che restano tuttora classificate. Un ex funzionario del Ministero della Difesa italiano ha suggerito che la segretezza dipenda dal fatto che alcune parti dell’accordo violerebbero la Costituzione italiana. Un trattato successivo, firmato nel 1995, integra ma non annulla il BIA.
² GlobalSecurity.org
³ Anche i costi economici sono spesso sottovalutati, come quelli legati ai danni ambientali e alla salute pubblica e all’occupazione di vaste aree di territorio che non possono essere utilizzate per altri scopi.
⁴ La Rete per lo smantellamento del complesso militare-industriale è un gruppo di organizzazioni di attivisti, think tank, accademici, gruppi di veterani, collaboratori politici e altri che si oppongono al sistema corrotto di guerra senza fine e di profitti di guerra senza fine che coinvolge produttori di armi, militari e politici.
Mar 16, 2026 | Notizie e Approfondimenti, Sulla Base, Uncategorized
L’Università di Pisa fa sparire il presidio di Pace dei “Tre Pini”
Mercoledì 18 marzo ore 11.00 conferenza stampa al Rettorato, Lungarno Pacinotti 43
Durante una passeggiata di monitoraggio al CISAM, nel cuore del Parco di San Rossore, abbiamo trovato il nostro Presidio di Pace dei “Tre Pini” sgomberato. Bagni, docce, lavabi, tavoli e panche spariti, insieme a tutti gli oggetti e le attrezzature messe a disposizione da solidali. È sparito tutto ciò che è stato costruito con il contributo della collettività e che ha reso un posto prima abbandonato percorribile dalla cittadinanza. In altre parole, un furto. Oltre che un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a chi si batte concretamente per la pace, per l’ambiente, contro le guerre.
Ma chi ha paura di un presidio per la Pace?
L’Università di Pisa è proprietaria del terreno dei “Tre Pini”, da anni abbandonato e rigenerato dall’autorecupero del movimento No Base che vi ha realizzato campeggi, mobilitazioni, iniziative di socialità e molto altro. L’università di Pisa ha scelto di essere complice del progetto della base militare, accettando la “compensazione” della ristrutturazione del Borgo ex Bigattiera. Ora sappiamo in cambio di che cosa: in cambio del suo schieramento nel campo di chi vuole la guerra mondiale. E così, l’Università si rende disponibile a intralciare il movimento di cittadini, studenti, abitanti del territorio che difendono il parco dalle basi militari e che lottano per la Pace.
L’Università di Pisa possiede tutti i terreni adiacenti alle basi militari del nostro territorio: CISAM, Camp Darby e COMFOSE. Finora, ha deciso di tutelare le attività di quelle basi, piuttosto che difendere le sue stesse terre dalla militarizzazione e dal cemento, su cui sorgono anche le sue stesse strutture didattiche come il Centro Avanzi di Agraria o l’Ospedale didattico veterinario. Ma le collaborazioni con la guerra sono anche dirette: l’Ateneo pisano porta avanti ricerche milionarie all’interno di laboratori, come il RASS Lab a Cisanello o il Laboratorio Nazionale di Reti e Tecnologie Fotoniche del CNIT in collaborazione con aziende belliche come Leonardo SpA e Rheinmetall, con la NATO e persino con il CISAM, dove dovrebbe sorgere la nuova base militare.
L’Università di Pisa è come la verità di Orwell: quando parla di Pace, sta facendo la Guerra, quando parla di ambiente, sta gettando il cemento, quando parla di progresso, sta progettando il colonialismo. Non dimentichiamo che è la stessa Università che continua a sostenere Israele e i progetti con le entità che portano avanti il genocidio in Palestina.
Provare a cancellare il Presidio di Pace Tre Pini è un attacco a chi lotta per la pace.
Che cosa fa paura all’Università? Fa paura che qualcuno attraversi e curi i suoi spazi per parlare di pace? Fa paura che si difenda il Parco di San Rossore dalle reti, dal cemento, dalle basi militari? Fa paura che qualcuno contesti i traffici di armi e difenda i principi di Pace della Costituzione?
Non è un caso che questo avvenga pochi giorni dopo aver bloccato un treno carico di armi, cosa che ha dato un segnale di pace forte e concreto a tutto il Paese. Non è in dubbio che ciò avvenga a braccetto con quei soggetti politici e militari che continuano a decidere in modo dispotico sul nostro territorio.
Vogliamo dirlo con chiarezza: l’ipocrisia e la vigliaccheria dell’Ateneo, evidentemente invischiato con i poteri guerrafondai della nostra epoca, non ci stupiscono. Né tantomeno ci spaventano, perché sappiamo che il presidio dei Tre Pini verrà presto ricostruito dalla mobilitazione popolare. Perché in questo periodo di guerra, è sempre più forte il bisogno di lottare per la pace.
Chi ha paura della pace ha paura di chi sta resistendo a un’idea di mondo fatta di brama di potere, di profitto, di prepotenza sui popoli: ha il terrore di perdere il proprio tornaconto negli affari di guerra. Cerca di distruggere, laddove in tanti provano a costruire alternative e prospettive. Pochi giorni fa abbiamo dimostrato che resistere a tutto questo è possibile, ma che sarà sempre più importante farlo insieme e collettivamente. Il gesto dell’Università ci mostra quanto è necessario che tutti prendano posizione, partecipino e in ogni modo facciano la loro parte per la pace.
È sempre più chiaro che non possiamo delegare a queste istituzioni il potere di decretare le sorti del nostro territorio, così come del pianeta: spetta farlo a noi, insieme. Il Parco appartiene alla popolazione, agli animali e alle piante, non al Rettore, non all’ateneo, non ai militari. La Pace o si costruisce o si fa la guerra. E l’Università di Pisa, evidentemente, vuole fare la guerra.
Mercoledì 18 marzo alle 11.00 Conferenza Stampa al Rettorato prendiamo parola su quanto è successo.
Mar 2, 2026 | Dal Mondo, Notizie e Approfondimenti, Uncategorized
Qualcuno ha deciso che il territorio tra Pisa, Livorno e San Piero a Grado debba diventare un nodo strategico della macchina militare occidentale. Non è un’ipotesi: è quello che emerge leggendo contratti pubblici, documenti NATO e piani di investimento europei. Ma la domanda che nessuna istituzione ci pone è semplice: lo vogliamo?
Il Mediterraneo non è uno sfondo: è un teatro
Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui si inserisce.
Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati, capacità di colpire in poche ore.
Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa.
E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia strategica per conto terzi.
Camp Darby: non solo una base, ma un sistema
Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di nome senza conoscerne il ruolo reale.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche (dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli), adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione, pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli che si stanno moltiplicando ovunque.
Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo.
Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E a quali necessità risponde veramente?
Le forze speciali si spostano. Ma dove, e perché?
Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci” al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro.
Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali — forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare Galileo Galilei e il Porto di Livorno.
Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di comando risponderebbero?
Le ferrovie e i “corridoi civili”
L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare” all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato.
In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi.
La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento europeo è la rapidità di movimento militare.
La guerra ibrida e il territorio come piattaforma
La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi.
In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane sventolano sul suo perimetro.
Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine decisionale mantiene in caso di crisi? Chi autorizza l’uso operativo di queste strutture?
Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta pubblica e verificabile.
JAMMS e Pratica di Mare: il cervello digitale della guerra
Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità avanzate di guerra elettronica.
JAMMS collega in un’unica rete operativa aerei spia, sensori, satelliti, forze speciali e basi terrestri. È parte della dottrina JADC2 — Joint All-Domain Command and Control — con cui gli Stati Uniti puntano a dominare simultaneamente tutti i domini operativi: terra, mare, cielo, spazio, cyber.
Due elementi concreti danno la misura del programma: piattaforme G550 modificate per intelligence e guerra elettronica, e un contratto da circa 300 milioni di dollari per capacità di jamming. Pratica di Mare, base aerea a sud di Roma, probabilmente è uno snodo centrale di questa rete in Italia — il punto in cui i dati si raccolgono, si elaborano e si trasformano in ordini operativi, con sincronizzazione diretta tra forze USA e italiane e tempi di risposta compressi al minimo.
Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico?
Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale? La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso.
Decisionalità e sovranità: il caso Crosetto
C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali.
Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i ministeri italiani.
Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era “preventivato”?
Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori?
Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta pubblica, anzi le aggira.
E il silenzio è già una risposta.
Il linguaggio dell’innocenza
C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come “ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del territorio”.
Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra.
Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali, i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale.
E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica.
Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di integrazione?
Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde, e a chi, delle decisioni prese?
Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi coloniali nostrani.
Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con certezza:
Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!