Le basi USA in Italia e nel mondo: l’antropologo David Vine con il movimento No Base

Le basi USA in Italia e nel mondo: l’antropologo David Vine con il movimento No Base

“Sono ammirato da quel che ho letto su HUB e sul vostro sito. Il vostro movimento è un modello di organizzazione, ricerca approfondita sulla militarizzazione della vostra terra, e passione per costruire un modo migliore, fatto di pace. È di questo genere di cose che abbiamo bisogno.
In questo momento di pericolo per l’Italia, gli Stati Uniti e il mondo, ci servono più azioni come le vostre: organizzarsi contro la militarizzazione delle nostre società per decostruire l’economia di guerra permanente e costruire un’economia di pace permanente, dove i paesi sono dedicati a pace, giustizia, uguaglianza, cooperazione e miglioramento delle vite umane.

Adoro anche che abbiate organizzato una manifestazione No Base in bicicletta, spostandovi fra Pisa e Livorno. Per bizzarra coincidenza, anch’io ho fatto quel tragitto in bici una volta, circa 15 anni fa, per studiare il Camp Darby. Studio le basi militari statunitensi in giro per il mondo da circa 25 anni. Durante una delle mie visite a Pisa e Livorno molti anni fa, ammetto di essermi subito sentito a casa, non appena ho visto il graffito vicino al mio hotel a Pisa, che diceva “yankees, andate a casa”. Mi sono sentito a casa perché gli yankees in divisa militare dovrebbero andare a casa. Avrebbero dovuto farlo decenni fa.
Mi scuso personalmente per la presenza del Camp Darby e tutte le basi in Italia, così come per il male che hanno causato alle persone e al territorio, in Italia come nei paesi di cui hanno sostenuto le guerre.

Sarò chiaro: non ho niente contro quegli yankees in divisa. Sono solo vittime del sistema. Quello è il problema. Il sistema delle basi, della guerra permanente, dell’economia di guerra permanente che mantiene guerre senza fine: Afghanistan, Iraq, Iran, Venezuela, Gaza… Siamo davanti a guerre continue e genocidi continui. In questo contesto mortale voglio sottolineare una cosa: fra i pericoli senza precedenti del nostro mondo, abbiamo opportunità senza precedenti di costruire giustizia, uguaglianza più forti, quelle che vogliamo vedere nel mondo. In Italia, Europa e altre parti del mondo, non c’è stato momento migliore di questo per costruire opposizione alle basi statunitensi, grazie a una persona: Donald Trump.

Donald Trump è un’opportunità. Il nostro dittatore in erba, il nostro Benito Mussolini: un’opportunità. Se da un lato Trump rappresenta chiaramente una minaccia per il mondo e per gli Stati Uniti, non c’è mai stato momento migliore di questo per sfruttare l’opportunità che Trump e i suoi oltraggi – Venezuela, Gaza, Iran, Groenlandia e la forza paramilitare dell’agenzia federale statunitense per l’immigrazione (ICE) – offrono per incoraggiare i paesi a ripensare le loro relazioni con gli Stati Uniti e la presenza di basi nei loro paesi.

Non c’è mai stato momento migliore di questo per rispedire a casa gli yankees, per chiudere le basi – statunitensi e italiane – costruendo al tempo stesso un reale sistema di sicurezza globale.
Non c’è mai stato momento migliore per rispedire gli yankees a casa perché è anche un momento senza precedenti in termini di organizzazioni antimilitariste e antifasciste. Oltre due anni di proteste globali per fermare il genocidio a Gaza. La crescente opposizione globale alla forza fascista paramilitare di Trump, in mostra dagli Stati Uniti davanti ai coraggiosi manifestanti di ieri a Milano.

Mi è stato chiesto di parlare di due temi principali, farò del mio meglio per farlo. Prima di tutto, la storia e il ruolo delle basi militari statunitensi in Italia, Europa e nel mondo. Inoltre, le lezioni che possiamo imparare da movimenti che hanno sfidato gli Stati Uniti e altre basi militari nel mondo.”

Una rete globale di basi

Gli Stati Uniti controllano circa 800 basi militari in circa 80 paesi all’infuori dei 50 Stati degli Stati Uniti e Washington DC. Questo numero include 47 basi militari in Italia, le più grandi delle quali si trovano a Vicenza, Aviano, Napoli, Sigonella, e naturalmente Pisa e Livorno. L’Italia è il quarto paese (esclusi gli Stati Uniti) per basi militari statunitensi al mondo, dopo Germania, Giappone e Corea del Sud.

Gli Stati Uniti hanno più basi su suolo estero rispetto a ogni altro paese, impero o popolo nella storia mondiale. Per mantenere queste basi e le truppe che ci vivono, il governo statunitense spende più di 80-100 miliardi di dollari l’anno. Questo dato è più della spesa militare totale italiana e di altri due o tre paesi.

L’Italia ha una base a Djibouti e ha avuto basi in Afghanistan durante la guerra. La Gran Bretagna e la Francia hanno qualche dozzina di basi straniere. La Russia ha cifre simili. La Cina ha circa 12-15 basi su territorio straniero, oltre a delle basi nel Tibet occupato. La Turchia, l’Arabia Saudita, Israele e qualche altro paese hanno un numero basso di basi. In tutto, gli Stati Uniti hanno circa il 75-85% delle basi all’estero nel mondo. Gli Stati Uniti hanno avuto poche basi all’estero subito dopo l’indipendenza, ma la sua attuale collezione di circa 800 basi estere in tutto il mondo ha origine durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

Basi statunitensi in Italia

In Italia dopo la seconda Guerra Mondiale, le truppe statunitensi sono andate via, diversamente da quel che hanno fatto in Germania e Giappone. Dopo l’adesione italiana alla NATO del 1949, la DC permise alle truppe statunitensi di tornare a occupare le basi italiane a Napoli, Verona, Chinotto e altrove.

Nel 1951, il governo italiano diede agli Stati Uniti i diritti militari per espandersi a occupare il Camp Darby¹. Nell’arco di qualche anno, c’erano oltre 10000 truppe dell’esercito statunitense sparse fra il Camp Darby, Vicenza e altre installazioni, solo nel nord-est del paese². Basi di centrale importanze crebbero a Napoli, Gaeta, in Sicilia, Sardegna e oltre. C’è chi dice che non ci siano basi militari statunitensi in Italia, perché all’epoca dell’adesione italiana alla NATO, autorità italiane e statunitensi decisero di chiamare le basi statunitensi in Italia “basi NATO”. Era un modo per mascherare e normalizzare la presenza di basi militari straniere in Italia e evitare proteste contro le basi. Chiamate le basi militari come il Camp Darby, occupate quasi esclusivamente da soldati statunitensi, quel che sono: basi militari statunitensi.

Il ruolo delle basi

Autorità statunitensi di nazioni che ospitano basi statunitensi spesso dipingono le basi statunitensi come “regali” per i paesi dove si trovano, come l’Italia. Questo è falso, è una favola.

Le basi statunitensi non sono regali o atti di altruismo. Non sono regali all’economia – i benefici economici sono sempre stati molto esagerati. In realtà vanno – indovinate un po’ – a aziende statunitensi e alla stragrande maggioranza delle persone che lavorano in basi statunitensi.

Le basi militari statunitensi non sono nemmeno regali di sicurezza alle nazioni che li ospitano³. Non si trovano in Italia per difendere gli Italiani, o in qualunque paese per difenderne gli abitanti. Nei fatti, le basi statunitensi spesso trasformano i paesi e le comunità dove si trovano in bersagli, e aumentano la minaccia di guerra verso gli stessi paesi e comunità.

Le basi statunitensi si trovano all’estero per portare avanti gli interessi economici degli Stati Uniti e altre aziende, e per portare avanti l’interesse politica degli Stati Uniti. Dal Vietnam all’Afghanistan e in Iraq, le guerre statunitensi sono state sostenute dalle basi nelle regioni confinanti. Le basi statunitensi in Italia hanno avuto un ruolo chiave nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, e altre parti dell’Africa.

Come possiamo capire dalle dozzine di basi militari statunitensi nel Medio Oriente intorno all’Iran, e dalle altre dozzine in America Latina intorno al Venezuala, le basi statunitensi permettono agli Stati Uniti di minacciare altri paesi. Le basi statunitensi sono prima di tutto punti di lancio per le guerre statunitensi. Sono anche il fondamento per un sistema e un’economia di guerra permanenti. Le basi statunitensi sono uno strumento per permettere alle aziende di fare miliardi di dollari di profitti ogni anno, costruendo e mantenendo le basi stesse.

Oltre alla minaccia puramente militare che costituiscono, le basi statunitensi sono anche una fonte di potere economico e politico statunitense sugli altri paesi. Sono una leva, uno strumento per tenere altri paesi all’interno di un sistema politico e economico dominato dagli Stati Uniti e che beneficia alle aziende statunitensi più che a chiunque altro. Questo è per dire che le basi statunitensi nel mondo sono stato una fonte chiave di potere imperiale statunitense sugli altri paesi sin dalla seconda Guerra Mondiale, in un sistema imperiale che, grazie a Donald Trump, sempre più paesi cominciano a mettere in discussione.

 

Idee da condividere

Per resistere contro il fascismo e salvare il mondo da una più grande catastrofe, condivido le seguente idee, sviluppate con l’aiuto della Rete per Smantellare il Complesso Militare Industriale⁴, nuovi gruppi di azione politica a livello di quartiere (in espansione in California e in tutti gli Stati Uniti), e altre coalizioni e amici:

Dobbiamo costruire sull’attivismo globale senza precedenti contro la guerra e a favore della Palestina – guidato da persone in luoghi come Pisa, Livorno, Genova e oltre – per fermare il genocidio a Gaza e costruire un movimento più ampio per liberare la Palestina e liberare tutti noi.

Abbiamo un disperato bisogno di una visione positiva. I nostri movimenti rimarranno piccoli e marginali se continueranno a ruotare attorno al dire “No” a ciò che non ci piace. I movimenti con un messaggio positivo e progressista per costruire un mondo migliore, più equo e più giusto sono movimenti capaci di attrarre un gran numero di persone lungo tutto lo spettro politico. Dovremmo considerare una visione positiva incentrata sul “populismo economico” – garantire che tutti abbiano abbastanza risorse per vivere bene – e sul far sì che il governo lavori per il popolo e non per miliardari e grandi imprese.

Dobbiamo ampliare i nostri movimenti oltre la (tradizionale) sinistra radicale, che è un gruppo troppo ristretto per ottenere le vittorie politiche di cui abbiamo disperatamente bisogno. Dobbiamo riflettere su come attrarre più persone lungo tutto lo spettro politico. Questo implica anche un’autocritica sul perché in passato non siamo riusciti a coinvolgere più persone nelle nostre cause.

Possiamo e dobbiamo imparare dall’ascesa della destra e dalle strategie che ha utilizzato per vincere elezioni e controllare la politica (il che oggi le consente, in molti Paesi, di perseguire una cattura totalitaria e antidemocratica dello Stato).

Dovremmo valutare la costruzione di un “movimento di movimenti” globale che colleghi i movimenti contro la guerra e contro le basi con quelli per la giustizia climatica, i diritti dei migranti, la giustizia razziale, la liberazione della Palestina, i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+ e altro ancora.

Dovremmo anche ricordare che il movimento antinucleare degli anni ’80 è stato una forza importante in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo, ottenendo grandi vittorie per ridurre il numero di armi nucleari a livello globale e rendere il mondo più sicuro.


¹ Il partito democristiano di destra, che aveva sconfitto comunisti e socialisti nelle elezioni del 1948 con il sostegno del Dipartimento di Stato, del Pentagono e della CIA, ricambiò aderendo alla NATO e sostenendo attivamente la presenza di basi statunitensi in Italia. La presenza di basi in Italia crebbe a partire dal 1951 come parte del massiccio rafforzamento militare inviato dal presidente Truman in Europa occidentale e in Asia per contenere la “aggressione comunista” dopo lo scoppio della guerra di Corea. Ancora provata dagli effetti della guerra e incapace di difendersi autonomamente con l’intensificarsi delle tensioni della Guerra Fredda, nel 1954 la Democrazia Cristiana pose le basi della crescente presenza statunitense firmando, dopo negoziati segreti, l’“Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture” italo-americano. L’accordo consente lo stazionamento di basi e forze statunitensi in Italia in condizioni che restano tuttora classificate. Un ex funzionario del Ministero della Difesa italiano ha suggerito che la segretezza dipenda dal fatto che alcune parti dell’accordo violerebbero la Costituzione italiana. Un trattato successivo, firmato nel 1995, integra ma non annulla il BIA.

² GlobalSecurity.org

³ Anche i costi economici sono spesso sottovalutati, come quelli legati ai danni ambientali e alla salute pubblica e all’occupazione di vaste aree di territorio che non possono essere utilizzate per altri scopi.

⁴ La Rete per lo smantellamento del complesso militare-industriale è un gruppo di organizzazioni di attivisti, think tank, accademici, gruppi di veterani, collaboratori politici e altri che si oppongono al sistema corrotto di guerra senza fine e di profitti di guerra senza fine che coinvolge produttori di armi, militari e politici.

L’Hub toscano dentro l’escalation in Medioriente? Basi, ferrovie e le domande che nessuno ci fa

L’Hub toscano dentro l’escalation in Medioriente? Basi, ferrovie e le domande che nessuno ci fa

Il Mediterraneo non è uno sfondo: è un teatro

Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui si inserisce.

Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati, capacità di colpire in poche ore.
Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa.

E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia strategica per conto terzi.

Camp Darby: non solo una base, ma un sistema

Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di nome senza conoscerne il ruolo reale.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche (dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli), adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione, pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli che si stanno moltiplicando ovunque.

Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo.

Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E a quali necessità risponde veramente?

Le forze speciali si spostano. Ma dove, e perché?

Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci” al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro.

Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali — forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare Galileo Galilei e il Porto di Livorno.

Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di comando risponderebbero?

Le ferrovie e i “corridoi civili”

L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare” all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato.

In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi.

La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento europeo è la rapidità di movimento militare.

La guerra ibrida e il territorio come piattaforma

La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi.

In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane sventolano sul suo perimetro.

Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine decisionale mantiene in caso di crisi? Chi autorizza l’uso operativo di queste strutture?

Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta pubblica e verificabile.

JAMMS e Pratica di Mare: il cervello digitale della guerra

Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità avanzate di guerra elettronica.

Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico?
Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale? La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso.

Decisionalità e sovranità: il caso Crosetto

C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali.

Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i ministeri italiani.

Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era “preventivato”?
Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori?

Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta pubblica, anzi le aggira.
E il silenzio è già una risposta.

Il linguaggio dell’innocenza

C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come “ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del territorio”.
Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra.

Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali, i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale.

E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica.

Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di integrazione?
Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde, e a chi, delle decisioni prese?

Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi coloniali nostrani.

Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con certezza:

Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!