Pubblichiamo un estratto del discorso tenuto dal sociologo e antropologo David Vine durante la presentazione del primo numero del bollettino HUB del 7 febbraio 2026. David Vine, in collegamento dagli Stati Uniti, ci ha dato un quadro delle ragioni storiche e politiche della presenza delle basi militari USA nel mondo, descrivondone il carattere pervasivo, violento, coloniale. Le basi USA, ovunque esse siano, rappresentano una minaccia concreta per chi abita i territori e per i popoli che subiscono l’imperialismo statunitense, mentre fortificano il potere del complesso militare-industriale, delle multinazionali, dei monopoli del potere economico e politico. Come le basi, anche la lotta contro di esse ha una storia lunga, fatta di movimenti come il nostro che in Italia e nel mondo contestano la presenza ostile degli Stati Uniti come parte di una militarizzazione volta a riprodurre la guerra su scala globale e a trascinarvi anche la nostra popolazione. Perciò pubblichiamo questo approfondimento in vista della manifestazione di sabato 25 aprile che partirà alle ore 10.00 proprio da Camp Darby, un enorme deposito di munizioni statunitensi che occupa dal 1951 il nostro bellissimo Parco di San Rossore.
“Sono ammirato da quel che ho letto su HUB e sul vostro sito. Il vostro movimento è un modello di organizzazione, ricerca approfondita sulla militarizzazione della vostra terra, e passione per costruire un modo migliore, fatto di pace. È di questo genere di cose che abbiamo bisogno. In questo momento di pericolo per l’Italia, gli Stati Uniti e il mondo, ci servono più azioni come le vostre: organizzarsi contro la militarizzazione delle nostre società per decostruire l’economia di guerra permanente e costruire un’economia di pace permanente, dove i paesi sono dedicati a pace, giustizia, uguaglianza, cooperazione e miglioramento delle vite umane.
Adoro anche che abbiate organizzato una manifestazione No Base in bicicletta, spostandovi fra Pisa e Livorno. Per bizzarra coincidenza, anch’io ho fatto quel tragitto in bici una volta, circa 15 anni fa, per studiare il Camp Darby. Studio le basi militari statunitensi in giro per il mondo da circa 25 anni. Durante una delle mie visite a Pisa e Livorno molti anni fa, ammetto di essermi subito sentito a casa, non appena ho visto il graffito vicino al mio hotel a Pisa, che diceva “yankees, andate a casa”. Mi sono sentito a casa perché gli yankees in divisa militare dovrebbero andare a casa. Avrebbero dovuto farlo decenni fa. Mi scuso personalmente per la presenza del Camp Darby e tutte le basi in Italia, così come per il male che hanno causato alle persone e al territorio, in Italia come nei paesi di cui hanno sostenuto le guerre.
Sarò chiaro: non ho niente contro quegli yankees in divisa. Sono solo vittime del sistema. Quello è il problema. Il sistema delle basi, della guerra permanente, dell’economia di guerra permanente che mantiene guerre senza fine: Afghanistan, Iraq, Iran, Venezuela, Gaza… Siamo davanti a guerre continue e genocidi continui. In questo contesto mortale voglio sottolineare una cosa: fra i pericoli senza precedenti del nostro mondo, abbiamo opportunità senza precedenti di costruire giustizia, uguaglianza più forti, quelle che vogliamo vedere nel mondo. In Italia, Europa e altre parti del mondo, non c’è stato momento migliore di questo per costruire opposizione alle basi statunitensi, grazie a una persona: Donald Trump.
Donald Trump è un’opportunità. Il nostro dittatore in erba, il nostro Benito Mussolini: un’opportunità. Se da un lato Trump rappresenta chiaramente una minaccia per il mondo e per gli Stati Uniti, non c’è mai stato momento migliore di questo per sfruttare l’opportunità che Trump e i suoi oltraggi – Venezuela, Gaza, Iran, Groenlandia e la forza paramilitare dell’agenzia federale statunitense per l’immigrazione (ICE) – offrono per incoraggiare i paesi a ripensare le loro relazioni con gli Stati Uniti e la presenza di basi nei loro paesi.
Non c’è mai stato momento migliore di questo per rispedire a casa gli yankees, per chiudere le basi – statunitensi e italiane – costruendo al tempo stesso un reale sistema di sicurezza globale. Non c’è mai stato momento migliore per rispedire gli yankees a casa perché è anche un momento senza precedenti in termini di organizzazioni antimilitariste e antifasciste. Oltre due anni di proteste globali per fermare il genocidio a Gaza. La crescente opposizione globale alla forza fascista paramilitare di Trump, in mostra dagli Stati Uniti davanti ai coraggiosi manifestanti di ieri a Milano.
Mi è stato chiesto di parlare di due temi principali, farò del mio meglio per farlo. Prima di tutto, la storia e il ruolo delle basi militari statunitensi in Italia, Europa e nel mondo. Inoltre, le lezioni che possiamo imparare da movimenti che hanno sfidato gli Stati Uniti e altre basi militari nel mondo.”
Una rete globale di basi
Gli Stati Uniti controllano circa 800 basi militari in circa 80 paesi all’infuori dei 50 Stati degli Stati Uniti e Washington DC. Questo numero include 47 basi militari in Italia, le più grandi delle quali si trovano a Vicenza, Aviano, Napoli, Sigonella, e naturalmente Pisa e Livorno. L’Italia è il quarto paese (esclusi gli Stati Uniti) per basi militari statunitensi al mondo, dopo Germania, Giappone e Corea del Sud.
Gli Stati Uniti hanno più basi su suolo estero rispetto a ogni altro paese, impero o popolo nella storia mondiale. Per mantenere queste basi e le truppe che ci vivono, il governo statunitense spende più di 80-100 miliardi di dollari l’anno. Questo dato è più della spesa militare totale italiana e di altri due o tre paesi.
L’Italia ha una base a Djibouti e ha avuto basi in Afghanistan durante la guerra. La Gran Bretagna e la Francia hanno qualche dozzina di basi straniere. La Russia ha cifre simili. La Cina ha circa 12-15 basi su territorio straniero, oltre a delle basi nel Tibet occupato. La Turchia, l’Arabia Saudita, Israele e qualche altro paese hanno un numero basso di basi. In tutto, gli Stati Uniti hanno circa il 75-85% delle basi all’estero nel mondo. Gli Stati Uniti hanno avuto poche basi all’estero subito dopo l’indipendenza, ma la sua attuale collezione di circa 800 basi estere in tutto il mondo ha origine durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.
Basi statunitensi in Italia
In Italia dopo la seconda Guerra Mondiale, le truppe statunitensi sono andate via, diversamente da quel che hanno fatto in Germania e Giappone. Dopo l’adesione italiana alla NATO del 1949, la DC permise alle truppe statunitensi di tornare a occupare le basi italiane a Napoli, Verona, Chinotto e altrove.
Nel 1951, il governo italiano diede agli Stati Uniti i diritti militari per espandersi a occupare il Camp Darby¹. Nell’arco di qualche anno, c’erano oltre 10000 truppe dell’esercito statunitense sparse fra il Camp Darby, Vicenza e altre installazioni, solo nel nord-est del paese². Basi di centrale importanze crebbero a Napoli, Gaeta, in Sicilia, Sardegna e oltre. C’è chi dice che non ci siano basi militari statunitensi in Italia, perché all’epoca dell’adesione italiana alla NATO, autorità italiane e statunitensi decisero di chiamare le basi statunitensi in Italia “basi NATO”. Era un modo per mascherare e normalizzare la presenza di basi militari straniere in Italia e evitare proteste contro le basi. Chiamate le basi militari come il Camp Darby, occupate quasi esclusivamente da soldati statunitensi, quel che sono:basi militari statunitensi.
Il ruolo delle basi
Autorità statunitensi di nazioni che ospitano basi statunitensi spesso dipingono le basi statunitensi come “regali” per i paesi dove si trovano, come l’Italia. Questo è falso, è una favola.
Le basi statunitensi non sono regali o atti di altruismo. Non sono regali all’economia – i benefici economici sono sempre stati molto esagerati. In realtà vanno – indovinate un po’ – a aziende statunitensi e alla stragrande maggioranza delle persone che lavorano in basi statunitensi.
Le basi militari statunitensi non sono nemmeno regali di sicurezza alle nazioni che li ospitano³. Non si trovano in Italia per difendere gli Italiani, o in qualunque paese per difenderne gli abitanti. Nei fatti, le basi statunitensi spesso trasformano i paesi e le comunità dove si trovano in bersagli, e aumentano la minaccia di guerra verso gli stessi paesi e comunità.
Le basi statunitensi si trovano all’estero per portare avanti gli interessi economici degli Stati Uniti e altre aziende, e per portare avanti l’interesse politica degli Stati Uniti. Dal Vietnam all’Afghanistan e in Iraq, le guerre statunitensi sono state sostenute dalle basi nelle regioni confinanti. Le basi statunitensi in Italia hanno avuto un ruolo chiave nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, e altre parti dell’Africa.
Come possiamo capire dalle dozzine di basi militari statunitensi nel Medio Oriente intorno all’Iran, e dalle altre dozzine in America Latina intorno al Venezuala, le basi statunitensi permettono agli Stati Uniti di minacciare altri paesi. Le basi statunitensi sono prima di tutto punti di lancio per le guerre statunitensi. Sono anche il fondamento per un sistema e un’economia di guerra permanenti. Le basi statunitensi sono uno strumento per permettere alle aziende di fare miliardi di dollari di profitti ogni anno, costruendo e mantenendo le basi stesse.
Oltre alla minaccia puramente militare che costituiscono, le basi statunitensi sono anche una fonte di potere economico e politico statunitense sugli altri paesi. Sono una leva, uno strumento per tenere altri paesi all’interno di un sistema politico e economico dominato dagli Stati Uniti e che beneficia alle aziende statunitensi più che a chiunque altro. Questo è per dire che le basi statunitensi nel mondo sono stato una fonte chiave di potere imperiale statunitense sugli altri paesi sin dalla seconda Guerra Mondiale, in un sistema imperiale che, grazie a Donald Trump, sempre più paesi cominciano a mettere in discussione.
Idee da condividere
Per resistere contro il fascismo e salvare il mondo da una più grande catastrofe, condivido le seguente idee, sviluppate con l’aiuto della Rete per Smantellare il Complesso Militare Industriale⁴, nuovi gruppi di azione politica a livello di quartiere (in espansione in California e in tutti gli Stati Uniti), e altre coalizioni e amici:
Dobbiamo costruire sull’attivismo globale senza precedenti contro la guerra e a favore della Palestina – guidato da persone in luoghi come Pisa, Livorno, Genova e oltre – per fermare il genocidio a Gaza e costruire un movimento più ampio per liberare la Palestina e liberare tutti noi.
Abbiamo un disperato bisogno di una visione positiva. I nostri movimenti rimarranno piccoli e marginali se continueranno a ruotare attorno al dire “No” a ciò che non ci piace. I movimenti con un messaggio positivo e progressista per costruire un mondo migliore, più equo e più giusto sono movimenti capaci di attrarre un gran numero di persone lungo tutto lo spettro politico. Dovremmo considerare una visione positiva incentrata sul “populismo economico” – garantire che tutti abbiano abbastanza risorse per vivere bene – e sul far sì che il governo lavori per il popolo e non per miliardari e grandi imprese.
Dobbiamo ampliare i nostri movimenti oltre la (tradizionale) sinistra radicale, che è un gruppo troppo ristretto per ottenere le vittorie politiche di cui abbiamo disperatamente bisogno. Dobbiamo riflettere su come attrarre più persone lungo tutto lo spettro politico. Questo implica anche un’autocritica sul perché in passato non siamo riusciti a coinvolgere più persone nelle nostre cause.
Possiamo e dobbiamo imparare dall’ascesa della destra e dalle strategie che ha utilizzato per vincere elezioni e controllare la politica (il che oggi le consente, in molti Paesi, di perseguire una cattura totalitaria e antidemocratica dello Stato).
Dovremmo valutare la costruzione di un “movimento di movimenti” globale che colleghi i movimenti contro la guerra e contro le basi con quelli per la giustizia climatica, i diritti dei migranti, la giustizia razziale, la liberazione della Palestina, i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+ e altro ancora.
Dovremmo anche ricordare che il movimento antinucleare degli anni ’80 è stato una forza importante in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo, ottenendo grandi vittorie per ridurre il numero di armi nucleari a livello globale e rendere il mondo più sicuro.
¹ Il partito democristiano di destra, che aveva sconfitto comunisti e socialisti nelle elezioni del 1948 con il sostegno del Dipartimento di Stato, del Pentagono e della CIA, ricambiò aderendo alla NATO e sostenendo attivamente la presenza di basi statunitensi in Italia.La presenza di basi in Italia crebbe a partire dal 1951 come parte del massiccio rafforzamento militare inviato dal presidente Truman in Europa occidentale e in Asia per contenere la “aggressione comunista” dopo lo scoppio della guerra di Corea. Ancora provata dagli effetti della guerra e incapace di difendersi autonomamente con l’intensificarsi delle tensioni della Guerra Fredda, nel 1954 la Democrazia Cristiana pose le basi della crescente presenza statunitense firmando, dopo negoziati segreti, l’“Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture” italo-americano. L’accordo consente lo stazionamento di basi e forze statunitensi in Italia in condizioni che restano tuttora classificate. Un ex funzionario del Ministero della Difesa italiano ha suggerito che la segretezza dipenda dal fatto che alcune parti dell’accordo violerebbero la Costituzione italiana. Un trattato successivo, firmato nel 1995, integra ma non annulla il BIA.
² GlobalSecurity.org
³ Anche i costi economici sono spesso sottovalutati, come quelli legati ai danni ambientali e alla salute pubblica e all’occupazione di vaste aree di territorio che non possono essere utilizzate per altri scopi.
⁴ La Rete per lo smantellamento del complesso militare-industriale è un gruppo di organizzazioni di attivisti, think tank, accademici, gruppi di veterani, collaboratori politici e altri che si oppongono al sistema corrotto di guerra senza fine e di profitti di guerra senza fine che coinvolge produttori di armi, militari e politici.
Qualcuno ha deciso che il territorio tra Pisa, Livorno e San Piero a Grado debba diventare un nodo strategico della macchina militare occidentale. Non è un’ipotesi: è quello che emerge leggendo contratti pubblici, documenti NATO e piani di investimento europei. Ma la domanda che nessuna istituzione ci pone è semplice: lo vogliamo?
Il Mediterraneo non è uno sfondo: è un teatro
Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui si inserisce.
Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati, capacità di colpire in poche ore. Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa.
E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia strategica per conto terzi.
Camp Darby: non solo una base, ma un sistema
Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di nome senza conoscerne il ruolo reale.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche (dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli), adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione, pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli che si stanno moltiplicando ovunque.
Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo.
Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E a quali necessità risponde veramente?
Le forze speciali si spostano. Ma dove, e perché?
Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci” al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro.
Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali — forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare Galileo Galilei e il Porto di Livorno.
Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di comando risponderebbero?
Le ferrovie e i “corridoi civili”
L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare” all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato.
In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi.
La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento europeo è la rapidità di movimento militare.
La guerra ibrida e il territorio come piattaforma
La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi.
In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane sventolano sul suo perimetro.
Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine decisionale mantiene in caso di crisi?Chi autorizza l’uso operativo di queste strutture?
Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta pubblica e verificabile.
JAMMS e Pratica di Mare: il cervello digitale della guerra
Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità avanzate di guerra elettronica.
JAMMS collega in un’unica rete operativa aerei spia, sensori, satelliti, forze speciali e basi terrestri. È parte della dottrina JADC2 — Joint All-Domain Command and Control — con cui gli Stati Uniti puntano a dominare simultaneamente tutti i domini operativi: terra, mare, cielo, spazio, cyber. Due elementi concreti danno la misura del programma: piattaforme G550 modificate per intelligence e guerra elettronica, e un contratto da circa 300 milioni di dollari per capacità di jamming. Pratica di Mare, base aerea a sud di Roma, probabilmente è uno snodo centrale di questa rete in Italia — il punto in cui i dati si raccolgono, si elaborano e si trasformano in ordini operativi, con sincronizzazione diretta tra forze USA e italiane e tempi di risposta compressi al minimo.
Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico? Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale? La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso.
Decisionalità e sovranità: il caso Crosetto
C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali.
Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i ministeri italiani.
Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era “preventivato”? Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori?
Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta pubblica, anzi le aggira. E il silenzio è già una risposta.
Il linguaggio dell’innocenza
C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come “ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del territorio”. Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra.
Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali, i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale.
E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica.
Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di integrazione? Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde, e a chi, delle decisioni prese?
Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi coloniali nostrani.
Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con certezza:
Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!
Riportiamo di seguito un’intervista del Movimento No Base rilasciata all’Accademia della Modernità Democratica tra Settembre e Ottobre 2025. Un approfondimento che fa il punto dettagliato sullo stato dei lavori per la costruzione della base, sui modi con cui sta agendo lo Stato italiano rispetto all’opposizione alla guerra, sulle forme di espressione della militarizzazione sul territorio e molto altro.
Il Movimento No Base è un movimento popolare nato a Pisa nel 2022 per difendere un Parco naturale dal progetto di una nuova base militare. La prima parte dell’intervista si è svolta durante il campeggio di lotta No Base a San Piero a Grado nel settembre 2025. La seconda parte a fine ottobre, dopo le settimane di mobilitazione in sostegno alla Global Sumud Flotilla, che in tutta Italia hanno coinvolto milioni di persone.
PARTE 1
All’interno del quadro globale della terza guerra mondiale, e rispetto al ruolo che in essa gioca l’Italia, in che modo inserite la costruzione della base a San Piero?
La nostra analisi sul tema della base abbiamo iniziato a costruirla nel 2022: sia lo sviluppo logistico militare del nostro territorio che la nostra analisi poggiano su uno scenario sempre di scala maggiore. Per riprendere il nostro ragionamento, noi quando ci siamo trovati nella prima assemblea a Coltano, dove era inizialmente previsto il progetto ad aprile 2022, iniziamo un po’ a tematizzare questo progetto, cercare di capire cosa contemplasse questa base militare, sui corpi e quant’altro. Inizialmente ci siamo concentrati sulle ragioni per cui si era scelto di costruire la base su questo territorio. E questo ci ha permesso di rintracciare una storia di sviluppo del nostro territorio che, sicuramente a partire dagli anni ‘50 dalla base di Camp Darby, e poi con più intensità negli ultimi venti trent’anni, è diventato un hub logistico militare centrale nella logistica della guerra. Il motivo per cui si sceglieva di fare questa base a Coltano, e oggi a San Piero che è comunque sempre all’interno dell’area del parco naturale di San Rossore e sempre vicina a Camp Darby, è proprio la sua possibilità di agire in raccordo operativo logistico con Camp Darby, la base della Folgore, il Cisam [Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari, un centro di ricerca della Marina Militare], l’aeroporto militare e il porto di Livorno. Questi sono stati i primi elementi che abbiamo individuato come centrali e poi gradualmente abbiamo allargato la nostra analisi e abbiamo trovato tanti nuovi pezzetti. Questo era il motivo per cui la base poteva pure spostarsi di 10 o 20 km, ma avrebbe dovuto comunque ricadere, secondo questa logica, all’interno di questo territorio.
Il fatto che lo stesso territorio italiano si stia trasformando attraverso hub logistici risponde a un’altra trasformazione militare, cioè quella da un esercito pensato per la difesa, che quindi per lo più operava ai confini, ad un esercito pensato in maniera offensiva e coloniale per cui anche le stesse forze militari si riorganizzano all’interno di hub logistico-militari che hanno la funzione di integrare le forze e renderle più efficaci ed operative nei teatri di guerra in tutto il mondo. Questo è come abbiamo analizzato il ruolo di questa base all’interno dello scenario regionale, e poi intrecciato al tema di Spezia, dove c’è la marina militare e una delle più grandi fabbriche di armi della Leonardo, di Genova con il porto, e di Piombino.
Giusto altre due piccole cose tra le tantissime riguardo al ruolo che queste forze hanno nel mondo. La prima è che quando noi iniziamo questa mobilitazione nell’aprile ‘22, ci interfacciamo con la nascita di un’altra mobilitazione a Piombino contro un progetto di rigassificatore, e lo svilupparsi in modo parallelo di queste due mobilitazioni sul territorio è stato fondamentale perché ci siamo resi conto dell’intreccio tra la riorganizzazione bellica su scala planetaria e il tema energetico. Questo ci ha permesso di individuare un nesso tra queste due battaglie che non riguardava solo la modalità operativa – in entrambi i casi due decreti arrivavano e imponevano sul territorio dall’alto verso il basso questi progetti super imponenti a cui la popolazione si opponeva -ma anche l’intreccio che c’era tra il tipo di sviluppo militare che vedevamo del paese e in Europa, e le politiche energetiche. Questo è stato un punto che abbiamo tanto tematizzato nella lotta.
Allora su questo aspetto abbiamo avuto l’opportunità da subito di approfondire quelli che sono i ruoli delle forze speciali dei carabinieri che si vogliono insediare in questa nuova base militare. Sono i reparti dei paracadutisti Tuscania e del Gruppo di Intervento Speciale che sono delle forze speciali dei carabinieri; quindi, militari per quello che è l’ordinamento militare italiano, che svolgono dei ruoli di intervento d’élite in missioni militari all’estero, ma a livello interno hanno anche delle funzioni che sono fondamentalmente di intelligence, contro-insurrezione, addestramento di forze paramilitari di altri paesi. E sono forze che conosciamo perché sono nate con le prime rivolte nelle carceri dei detenuti politici italiani durante gli anni ‘80 e che hanno continuato a svolgere questo tipo di funzione in maniera abbastanza pesante nel corso dei decenni. Per fare degli esempi e capire il ruolo che svolgono, e quindi il ruolo della base nello scenario della Terza guerra mondiale, sono forze speciali che sono impiegate con l’obiettivo di destabilizzare, studiare e prefigurare una serie di scenari; destabilizzare attraverso alleanze del nostro paese dal punto di vista militare o di fornitura bellica con una o l’altra forza di determinati contesti, al fine di favorire poi l’intervento italiano sotto il profilo militare, in maniera più pesante, ma anche estrattivo con il ruolo di Eni, Snam e altre multinazionali del gas e del petrolio. Si tratta di quelli che definiamo interessi neocoloniali dell’Italia. Sono forze che sono state presenti in Mozambico, in Iraq, in Libano, in Somalia negli anni ‘90 durante il conflitto; forze che hanno addestrato, ed è ufficiale, la guardia costiera libica, e che sono attualmente presenti anche a Rafah al confine egiziano con Gaza. Da questo punto di vista ricoprono veramente un ruolo di avanguardia. Rispetto all’hub militare pisano, per farsi un’idea di questo ruolo, è recente la notizia che i paracadutisti della Folgore abbiano addestrato le milizie libiche di Haftar e quindi è proprio evidente come queste forze svolgano una doppia funzione anche all’interno di scenari di guerra civile in altri paesi del “Mediterraneo allargato”, così definito dal nostro paese per bocca del governo: nord Africa, Corno d’Africa, Medio Oriente ed est Europa, come campo d’interesse di conflitti e di intervento, il cui fine non è risolvere determinate situazioni dal punto di vista militare, ma costruire questa destabilizzazione per continuare a favorire interessi strategici del nostro paese, come nel caso della Libia dove il nostro esercito addestra e favorisce formazioni differenti e contrapposte.
Un’ultima cosa rispetto al legame di questa base con la Terza guerra mondiale è il modo specifico in cui muta anche la morfologia del territorio. Proprio in questo scenario di guerra globale la scelta di istituire questo progetto in un parco naturale protetto si inserisce nella volontà di eliminare e sterminare tutto ciò che appartiene a una tradizione, alla natura e al legame che l’essere umano ha con la terra, e invece cambiarla e mutarla in qualcosa che è grigio anche visivamente, mutarla in favore non della vita, che è rappresentata dalla natura, ma verso la morte e verso l’industria bellica.
Come nasce il movimento? A che punto sono i lavori per la costruzione della base, e in che modi sta agendo lo stato italiano?
Diciamo tra virgolette che la base “viene scoperta” leggendo il decreto sulla Gazzetta Ufficiale: quello che ci colpisce è che abbiamo trovato sulla Gazzetta un decreto attuativo che prevedeva da lì a sessanta giorni di iniziare i lavori per un’opera cosi invasiva, costosa e devastante sul territorio, senza che nessuna forza politica avesse mai proferito parola. Quindi quello che scopriamo è che un sistema che si ammanta di democraticità e trasparenza, in realtà abbia agito compatto nel nascondere questa informazione, perché su quel progetto ci sono le firme di tutti i partiti e tutti gli enti dal livello locale a quello nazionale. Da un lato capiamo che c’è un nemico piuttosto compatto, e che, con sfumature e letture diverse, sostiene la guerra e la militarizzazione dei territori; dall’altro una lista civica che oggi è anche parte del Movimento No Base dà visibilità a questo decreto, lo rende pubblico, lo manifesta visibilmente attraverso i social, e viene organizzata questa prima assemblea al circolo di Coltano che raccoglierà un’enorme partecipazione, trecento/quattrocento persone, in cui si passa la serata in un susseguirsi di interventi che cercavano di capire di cosa si trattasse, che mettevano alla luce tantissime forme di opposizione, tantissime politiche ma anche prepolitiche, perché da un lato ci sono le organizzazioni sociali, ambientaliste, transfemministe del territorio, ma poi c’erano anche abitanti, persone… ci sono molte persone che abitano a Coltano e si trovano a vivere questa come una doccia fredda che cade sul territorio, indifferente alle esigenze e alle peculiarità di quel territorio.
Questa cosa dà il via, in modo molto rapido e con una certa spontaneità, ad una mobilitazione che in quaranta giorni riesce a portare a Coltano diecimila persone e che riesce a espandersi e a chiamare a raccolta tantissime realtà, il 2 giugno del 2022. Con tante sfumature, tante letture diverse, c’è però sicuramente il territorio inteso in senso allargato, perché c’è tutta la Toscana, e arrivano delegazioni da tutta Italia, dal movimento No Tav a quello No Muos, e veramente da molte parti d’Italia, e ci sono molti abitanti di Coltano. Questo ci dà l’occasione in quel momento per iniziare a confrontarci con gli abitanti e capire quale fossero le esigenze del territorio. E questo dà il via a un processo che chiameremo “Rinasce Coltano” organizzato per tavoli di lavoro, che mettendo insieme i saperi più esperti di agronomi, ingegneri, territorialisti, e persone del territorio, inizia a mappare la struttura del territorio che era abbandonato, come spesso succede, perché lo stato si presenta in questa doppia faccia: da un lato abbandona, e quando si presenta, si presenta come strumento coercitivo. E Coltano rappresentava benissimo questo paradosso: l’abbandono per tantissimo tempo – non c’erano servizi, c’erano problemi fognari, non c’erano i mezzi di trasporto pubblico, edifici anche di grandissimo valore storico in decadenza… – e poi arriva lo Stato, e però arriva come un macigno schiacciando tutto quello che c’è. Diciamo che questo apre appunto il lavoro, la riflessione. Parallelamente però, dopo la mobilitazione del 2 giugno, il governo sceglie di ritirare questo decreto e aprire un tavolo di lavoro che avrebbe valutato altre possibilità. Rispetto a questo abbiamo sempre avuto una grandissima chiarezza nel senso che non ci è mai interessata nessuna di queste negoziazioni perché il nostro punto è fermo, ed è il rifiuto della guerra e la costruzione di un’altra vita collettiva di pace e di coesistenza tra popoli. Per cui diciamo questo. Lo cito perché è una cosa che nel frattempo è successa sul piano istituzionale, che ha portato i partiti a prendere posizioni diverse ma sempre dentro l’accettazione della base, mentre dal nostro punto di vista è stato immediatamente naturale che questo piano non ci interessasse.
Quindi con questo nuovo decreto, e l’apertura di questo tavolo inter-istituzionale, succede che da un lato le istituzioni iniziano a creare un contesto di omertà perché non esce più nessuna informazione da questo tavolo, e per noi inizia una battaglia di trasparenza e accesso agli atti che continua ad andare avanti. D’altra parte non arretriamo e in quel momento iniziamo a ragionare sull’importanza di sedimentare nel territorio e nella società un ragionamento di rifiuto dalla guerra che comprendesse la guerra come un processo globale a 360 gradi. Per cui parallelamente a costruire una mobilitazione e iniziare a organizzarci su San Piero, che era poi stato individuato come altra possibile collocazione della base, iniziamo a lavorare su altri piani che sono quelli dell’intreccio tra interessi militari ed energetici, quello delle scuole, per cui facciamo un laboratorio sul militarismo nelle scuole, lavoriamo nell’ambito dell’università a costruire relazioni con il territorio in modo sempre più ampio, proprio con questa intenzione di decostruire la guerra sia nella sua componente logistico-militare-materiale, che nella sua dimensione psicologico-emotivo-culturale.
Nell’estate del 2023 apriamo anche un progetto di mobilitazione a livello nazionale che chiamiamo “Fermare l’escalation”, con l’obiettivo e l’ambizione di avviare un processo di relazione tra diversi soggetti a livello nazionale e anche dei territori, di ragionamento e condivisione di quelle che potessero essere delle prospettive di lotta contro la guerra che intervenissero su tutte le forme con cui la guerra si manifesta sui territori. Questa cosa ha preso vita soprattutto a partire da un campeggio che abbiamo svolto al Presidio di Pace dei Tre Pini, di fronte al sito dove insieme a Pontedera è prevista la base militare, e ha dato vita a una mobilitazione nazionale il 21 ottobre 2023 che ha portato migliaia di persone intorno alla base del Cisam e Camp Darby, e a una invasione di massa della base del Cisam che è stato un segnale molto importante dal nostro punto di vista per provare ad anticipare quelli che erano i tentativi della controparte, che non ha mai agito sotto un profilo muscolare. Nonostante la tensione ovviamente sia altissima rispetto alla questione perché è un progetto ad alto interesse strategico, la controparte ha sempre cercato di invisibilizzare questa lotta, il dissenso e le forme di insubordinazione che si sono date sul nostro territorio, e nel frattempo di lavorare sotto il profilo del segreto e quindi di non far trapelare alcuna informazione su quelli che sono i progetti. Così hanno provato a minimizzare un progetto che nel 2024 è poi invece riemerso nelle carte di un decreto del Ministero Infrastrutture e Trasporti come un nuovo progetto effettivamente a San Piero a Grado e Pontedera, come era stato paventato nei diversi tavoli istituzionali che si sono susseguiti nel corso di quei due anni, e che ha previsto il nuovo progetto per una superficie di 140 ettari contro i 70 iniziali, per 520 milioni di euro contro i 190 iniziali, e quindi di fatto un raddoppio di quelle che sarebbero state le proporzioni di questa base, indice anche della esigenza fortissima che hanno di lavorare su questo progetto per gli interessi militari che ha l’Italia. E da qui prende avvio quest’ultima fase del movimento, diciamo dell’ultimo anno.
Da quel momento ci siamo mossi per tentare di ottenere tutti quei documenti che ad ora ancora non sono pubblici e che lo dovrebbero essere. Abbiamo avviato e stiamo portando avanti un importante piano rispetto all’ottenimento di queste carte, e al contempo ci stiamo muovendo nella direzione di un’ispezione all’interno del Cisam per sapere a che punto sono i lavori; la controparte ha promosso questa base come uno spacchettamento da qui a San Piero e a Pontedera, dove ci sarebbero 40 dei 140 ettari in cui è previsto un poligono di tiro e un autodromo. Più di questo non ci è dato sapere.
Ma quello che sappiamo è che ad ora possiamo dire che i lavori sono certamente iniziati. Lo abbiamo visto negli ultimi mesi con l’arrivo di ghiaia all’interno del Cisam, ma anche con il passaggio di mezzi militari. Nelle ultime settimane questo passaggio si è notevolmente incrementato, solo negli ultimi giorni quando stavamo preparando il campeggio No Base sono passate decine e decine di camion con tanto di gru e si sono uditi forti boati che certo non erano spari ma erano rumori ben più forti che ipotizziamo essere funzionali all’abbattimento di alberi proprio per preparare il terreno.
Rispetto proprio a questo progetto qui a San Piero a Grado, la controparte ha agito anche ricercando alleanze specialmente nell’università, perché i terreni in cui siamo sono del Centro Avanzi legato all’università di Pisa, promettendo un piano di compensazioni che in questo caso riguarda la ristrutturazione dell’ex bigattiera, uno stabile di proprietà dell’università, tentando di comprare un silenzio che però è un assenso. E in questo senso l’università gioca un ruolo fondamentale. Nonostante questo con l’università stiamo cercando di avere un piano per farci assegnare il Presidio di Pace dei Tre Pini in cui siamo, che è uno spazio di pace che vogliamo che sia centro nevralgico e fulcro delle nostre lotte rispetto alla costruzione di un processo di pace.
Quali sono stati invece i processi di autorganizzazione della società? Quali sono le loro prospettive?
Sull’aspetto dell’autorganizzazione della società: una prima parte significativa la dicevamo su “Rinasce Coltano”. Nell’ultimo anno abbiamo promosso la nascita dei Punti No Base. Ossia, l’idea di fondo del movimento è di lavorare per un allargamento anche nella pluralità di soggetti e composizioni della società, contesti anche geografici, nella centralità e fermezza dell’obiettivo comune che è fermare questa base e farlo con tutte le forze e i mezzi che siamo in grado di mettere in campo collettivamente.
Rispetto a questo, i Punti No Base sono stati il mezzo per diffondere il messaggio del movimento in tutto il territorio toscano. Sono dei punti informativi in cui possono partecipare circoli, case del popolo, negozi… qualsiasi contesto che ha una sua presenza stabile nel territorio è diventato un punto No Base. Rappresentano proprio il fatto che decine e decine di posti in tutta la Toscana, se non addirittura oltre, fino alla Liguria, si sono messi a disposizione per diventare punti informativi. Questo ha trasformato il movimento dentro una dinamica di capillarità e di allargamento su dinamiche meno centralizzate nell’organizzazione del movimento ma altrettanto importanti nella promozione dei suoi obiettivi.
L’altro aspetto su cui veniva accennato rispetto alla dimensione del Parco, è continuare a lavorare affinché si sviluppi un senso comune di contrasto alla base militare a partire dalla difesa del Parco regionale di San Rossore che sta riuscendo a coinvolgere, anche a partire da questo campeggio, molteplici contesti, e anche persone che ci lavorano, ci vivono e ne hanno cura. Anche da questo punto di vista questo tema è un tema su cui stiamo lavorando.
Quando iniziamo le prime assemblee a Coltano, ci rendiamo conto di muoverci in un paradosso: da un lato voler difendere un Parco da una base militare, dall’altro confrontarci con persone che abitando a Coltano rientravano nell’area del Parco e lo vivevano come un sistema di vincoli legati alla loro vita. Quindi per fare un pollaio o sistemare un tetto si ritrovavano in queste cose burocratiche che duravano dodici anni e dall’altra parte una base militare poteva arrivare, scavalcare qualsiasi vincolo e buttare una gettata di cemento sul territorio. Ci muoviamo in questo paradosso: un parco che viene prestato costantemente alla guerra, ma diventa invece un vincolo per i cittadini e gli abitanti, e dall’altro il fatto che non fosse percepito come un parco della città, perché per molte persone diventa o un luogo di svago dove raramente passare una domenica o per lo più qualcosa che impedisce alcune attività. La nostra intenzione era quella di far sì che prima di tutto le persone tornassero a sentire loro questo parco. Abbiamo cercato di riscoprire la storia del Parco e ci siamo resi conto di un pezzo di storia che noi stesse come attiviste No Base non conoscevamo ovvero che questo parco è frutto di grandi lotte popolari che nel ‘79 portano alla’istituzione delParco Naturale che si estende tra vari comuni, di venticinquemila ettari, che va da Viareggio a Livorno, che fu concepito soprattutto da una componente giovanile della popolazione non solo come un polmone verde, ma anche qualcosa che avrebbe frenato la cementificazione e a speculazione di queste aree che erano originariamente destinate a diventare un po’ come la costa di Rimini, e soprattutto creare un modello che avesse la forza di portare fuori dai confini del parco questa idea di rapporto con la natura.
Oggi siamo in una fase diversa, in cui difendiamo questa natura, questo parco dagli attacchi esterni che arrivano da più in alto. Per noi è importante riscoprire insieme questa storia e ribadire il fatto che cosi come quarant’anni fa è stato possibile nel mezzo del boom economico in cui si pensava solo alla produzione e all’industria creare un Parco naturale e difenderlo dalla speculazione, oggi è possibile difenderlo dalla guerra. Di più, liberarlo dalla guerra perché comunque ci sono delle basi già esistenti all’interno di questo parco. Questo è un lavoro che stiamo iniziando a fare e l’intenzione è proprio di farlo mettendo a sistema una serie di attori che in questi venticinquemila ettari vivono, abitano, attraversano il Parco, che esso stesso ci dà in qualche modo un esempio di come la differenza possa stare insieme perché all’interno ci sono delle aree di costa dunale, boschive, un lago, delle aree umide… una grande differenza ma che proprio agendo in modo sinergico riescono a rappresentare non solo un polmone per questa città ma a stabilizzare il microclima dell’intera Toscana.
Percepite la militarizzazione del vostro territorio? In quali forme si esprime? In questo senso, quale è la vostra analisi per quanto riguarda lo stato e la società dell’Italia?
La militarizzazione sul nostro territorio si compone senz’altro di due aspetti. Il primo ha a che fare con le infrastrutture hard, diciamo della guerra, cioè tutte le basi e infrastrutture logistiche che abbiamo già menzionato. Queste sono infrastrutture che di fatto sono ingombranti, sono percepite e su cui anche la popolazione paventa un’insofferenza anche se non organizzata e non necessariamente contrappositiva. Camp Darby è una base che a nessuno piace essendo una base americana che occupa un’area grande quanto la città di Pisa stessa, e che però negli ultimi mesi soprattutto con l’incalzare dell’escalation militare globale e con le esigenze di fornitura bellica a Israele nel genocidio del popolo palestinese ha mostrato tutta una serie di falle. Sempre di più si vedono arrivare carichi d’armi a Livorno su cui la popolazione manifesta sempre più un’insofferenza e in maniera sempre più esplicita questi carichi di armi occupano gli spazi del carico civile o turistico. I nostri cieli sono cieli che sono costantemente solcati da aerei militari e droni, per esercitazioni o per trasporti logistici di uomini, armi e munizioni tra basi militari italiane o basi militari all’estero. L’abbiamo visto anche con l’attacco statunitense all’Iran. C’è stato un livello di allerta e di preparazione preventiva nei nostri cieli assolutamente evidente, e lo vediamo chiaramente col nuovo progetto, e lo vediamo al livello delle infrastrutture civili nella misura in cui anche le infrastrutture ferroviarie sono piegate all’uso bellico e addirittura sono state chiuse per alcuni giorni nel corso di giugno per consentire dei miglioramenti della ferrovia per lo spostamento di armi da Camp Darby fino all’aeroporto militare di Pisa. La presenza, chiaramente, tentano di tenerla bassa, ma la nostra lettura è che ci sia una percezione sempre più chiara di questa presenza e che su questo ci siano opportunità, nella drammaticità della situazione, di favorire una lotta e una trasformazione di questa insofferenza in organizzazione.
L’altro aspetto è quello della mentalità e militarizzazione della formazione. Questo è stato un altro degli aspetti su cui abbiamo ragionato molto ovviamente e all’inizio partendo dall’idea che le guerre non scoppiano ma si preparano. Proprio nel ricostruire i processi attraverso cui si preparano abbiamo individuato un nervo centrale nel tema della formazione e del reclutamento, che sono due piani non totalmente sovrapposti ma che si intrecciano. Da un lato abbiamo iniziato a mappare le attività attraverso cui l’esercito e i militari entrano nelle scuole in modi diversi, banalmente dalla formazione sulla violenza di genere o il cyberbullismo con la polizia, ai veri incontri con la brigata aerea dei paracadutisti, le visite dei bambini delle scuole all’intero delle caserme, la giornata della solidarietà fatta con l’esercito, fino alla presenza dei militari durante l’orientamento che si fa all’ultimo anno di superiori. E parallelamente abbiamo fatto un lavoro sul tema dell’università e della ricerca e il ruolo che la ricerca svolge in questa catena del valore bellico che si compone di tutti questi pezzi. Partendo da questo abbiamo iniziato a lavorare su questi laboratori e a costruire dei momenti di incontro nelle scuole, partendo da due o tre domande per coinvolgere e discutere insieme a studenti e studentesse anche individuando di volta in volta delle specificità diverse a seconda del tipo di formazione da cui venivano e cercando anche di lavorare sul tema di come il modo in cui è narrata la storia contribuisce a normalizzare la guerra e la sopraffazione come metodo normale, e a cancellare tutte le forme di resistenza e di autorganizzazione che esistono nella storia. Quindi questo è anche uno dei modi in cui abbiamo cercato di toccare il tema della guerra e della sua normalizzazione all’interno dei percorsi di formazione. Recentemente, negli ultimi mesi, abbiamo lanciato la campagna “Nessuna recluta per nessuna guerra” che vuole in particolare coinvolgere la componente giovanile, ma in realtà le persone direttamente interessate potrebbero essere tutti i maschi dai 18 ai 45 anni, che potrebbero essere richiamati alla leva militare in casi eccezionali. Sembra che questi casi eccezionali si stiano un po’ avvicinando , e quindi ci muoviamo con l’intenzione di diffondere una cultura di rifiuto della guerra e dall’altro organizzare il rifiuto dell’arruolamento. Questi sono diversi piani su cui si sta lavorando e su cui stiamo trovando un discreto riscontro nei vari incontri e momenti che stiamo organizzando anche con la collaborazione dell’Osservatorio sulla Militarizzazione delle scuole e delle università che dà un importante contributo più dal lato di docenti, insegnanti, genitori e familiari che rifiutano di vedere la guerra entrare così nell’educazione dei propri figli ed alunni.
Rispetto alla preparazione della guerra, sia concretamente che nella mentalità, come Non una di meno Pisa – che fa parte del Movimento No Base – a luglio è stata organizzata una due giorni trans-femminista contro la guerra proprio qui al Presidio di Pace dei Tre Pini e è stato a lungo discusso su come rintracciamo quotidianamente nelle nostre vite proprio questo processo di militarizzazione e di escalation bellica. Notiamo sia su noi stesse che a partire dal genocidio del popolo palestinese più esplicitamente come la guerra si prepara anche attraverso un incremento sempre più forte della violenza contro le donne e i soggetti femminilizzati, e di come questo si accompagni sempre con una riduzione e con una cancellazione di tutte le possibilità per le donne e per tutte le persone di accedere ai servizi essenziali e questo riguarda proprio la scelta di investire nella guerra. Questo processo di militarizzazione vede la volontà di guardare alla donna ancora una volta come l’angelo del focolare e colei che partorisce figli per la guerra, dall’altra parte in Palestina viene negata la possibilità di mettere al mondo dei figli e di continuare a generare per la libertà del popolo e dei corpi.
PARTE 2
Quali prospettive concrete di opposizione alla guerra vedete? Quali sono le prospettive di costruzione di un progetto di pace?
Allora, io vorrei partire pensando alla composizione del Movimento No Base nei termini di tutte le persone che animano il movimento e pensandolo anche in relazione ai meccanismi divisivi della guerra. E di come la guerra divide sia i territori, ma poi anche gioca sul voler fratturare, voler creare delle divisioni per accaparrarsi il minimo indispensabile per poter sopravvivere. Quello che succede all’interno del Movimento No Base rispetto alla sua composizione è che c’è una pluralità di voci e anche di esperienze anche molto diverse, certo tutte accomunate da una volontà appunto non bellicista, antimilitarista, ecologista, ma comunque con visioni e esperienze completamente diverse e questo è già un punto che si contrappone significativamente rispetto proprio a quel meccanismo divisivo e che pone una base fondamentale nella costruzione di un immaginario diverso. Un immaginario opposto alla guerra che è proprio nella costruzione di una comunità che lotta per un obiettivo, una comunità che è sicuramente eterogenea, e questo sta anche nella visione del movimento No Base di prospettive e di voci che non si sommano l’una all’altra ma che si danno potenza l’un l’altra.
Noi riprendiamo questa intervista dopo più di un mese da quando abbiamo risposto alle altre domande e in questo mese abbiamo visto anche un movimento molto forte esprimersi in tutta Italia contro la guerra e soprattutto contro il genocidio in Palestina. Anche sui nostri territori il Movimento No Base è stato partecipe attivo di queste mobilitazioni, quindi sicuramente le prospettive di opposizione concreta alla guerra che noi vediamo assumono il fatto che in primo luogo la guerra possa essere rintracciata e scoperta nelle sue materialità sui territori e in ogni ambito della vita. E quindi in ogni ambito della vita, in ogni territorio, esiste la possibilità concreta di incidere e bloccarla. Bloccarla materialmente. Questo, sul territorio nostro che appunto è un hub militare come abbiamo già detto in precedenza, e allo stesso tempo questa militarizzazione, è anche paradossalmente un’opportunità di intervenire e interferire. E questo abbiamo avuto la percezione forte della sua efficacia nella misura in cui, per fare un esempio, sul territorio pisano-livornese c’è Camp Darby, che sappiamo essere uno dei più grandi depositi di munizioni dell’esercito degli Stati Uniti. Con il blocco al porto di Livorno, e le mobilitazioni che hanno interferito con la logistica di guerra sul nostro territorio, nell’arco degli scioperi generali e delle manifestazioni di settembre-ottobre, è stato evidente quanto fosse importante il problema causato alla controparte. Questa è stata chiaramente un’opportunità di vederlo per la prima volta, di vedere per la prima volta come concretamente, con la forza della propria determinazione, con la forza delle motivazioni che spingono ad agire, di riconoscersi parte del problema rispetto al genocidio in Palestina e quindi anche parte della soluzione, dal punto di vista di dove siamo collocati come Paese e come ruolo che svolge anche all’interno di queste guerre. Ecco questo ha portato a dei risultati importanti soprattutto sulla fiducia che le persone hanno adesso di poter essere parte della storia, parte anche attiva all’interno della guerra mondiale e quindi anche parte, come dire, del cambiamento delle sue sorti.
Chiaramente questo va di pari passo con un punto di carattere più generale che è il fatto e la consapevolezza che noi stiamo maturando in questi tre anni, anche a partire da quanto si stia intensificando la militarizzazione del nostro territorio, del carattere irreversibile della tendenza di guerra globale entro cui siamo. Irreversibile non nel senso che non è possibile cambiarne le sorti, ma irreversibile perché dal punto di vista del sistema che ci sta portando in guerra e che ci porta attualmente in guerra, non esiste altra possibilità che non sia quella di amplificare e continuare a incrementare l’investimento militare, l’investimento economico, l’investimento culturale nel trasmettere questo tipo di valore, e quindi di fronte a questo carattere irriformabile in questo momento storico della tendenza sempre maggiore anche delle nostre società a militarizzarsi e della guerra mondiale nel suo espandersi e portare distruzione ovunque, per noi sta anche lo scenario di cosa deve significare un progetto di pace.
Il tentativo che stiamo facendo è quello di tradurre questo bisogno di opposizione anche come un bisogno di costruzione di alternative sui territori, alternative che non sono soltanto enunciati o esteriori a quelli che sono i problemi concreti, ma alternative nel senso di immaginare in quale maniera le comunità possono acquisire potere e decisionalità rispetto a tematiche che apparentemente non sono sempre centrali rispetto alla guerra. È un esempio per noi la questione del parco. Difendere un parco dalla base per noi sta significando riscoprire la ricchezza e il bisogno che ha la popolazione di riconnettersi con il proprio territorio, di poterne avere cura, di poter valorizzare attività, che sono risorse, che all’interno di un parco, all’interno di un ecosistema si possono scoprire per la vita umana, per le relazioni umane, per la capacità delle comunità di vivere meglio. E questa è una contraddizione immediata con la militarizzazione e quindi anche col bisogno di opporsi a una base militare. Lo stesso si potrebbe dire rispetto alle questioni legate al segreto che lo Stato impone continuamente sulle opere militari, quindi anche sulle scelte guerrafondaie che impongono sulle nostre teste. Battersi per una democrazia più genuina, sui nostri territori già sacrificati, significa battersi per costruire l’occasione per le persone di riunirsi in assemblea, di parlare tra di loro, di mettere in fila problemi che sono anche problemi legati all’inquinamento, che sono problemi legati all’abbandono da parte delle istituzioni, dei territori, che sono problemi legati all’isolamento, alla solitudine, al senso di sfiducia. E per la prima volta, di fronte alla guerra, di fronte alle sue manifestazioni, tutto questo si rovescia in possibilità di decidere insieme e di costruire insieme un percorso comune, e farlo anche appunto con l’idea che non siamo soli ma che in tante parti d’Italia e del mondo questo stesso tentativo sta venendo fatto. Quindi lo sforzo anche di un progetto di pace che è intersecato allo sforzo per costruire la forza e la capacità di mettere in discussione radicalmente, e immaginare concretamente, come impedire il corretto funzionamento della macchina bellica, queste due cose sono intersecate. E sono intersecate sia perché è intersecato il funzionamento di questa macchina sul territorio nazionale e globale, sia perché è intersecato un bisogno di ritrovare centralità del territorio e delle decisioni dal basso.
Mentre attivamente ci siamo mobilitate e mobilitati sia per smascherare le complicità dove la guerra passa, a partire dai nostri territori e come viene esportata, contemporaneamente abbiamo scoperto ancora più passaggi di armi, ancora più complicità, ancora più intersezioni della macchina dell’industria bellica, e come funziona anche a partire dal nostro territorio. E in qualche modo abbiamo visto ancora di più la controparte. Nel senso che proprio la forza e lo scontro che si è generato in quest’ultimo periodo ha permesso di vederne ancora di più la spietatezza, e poi concretamente come la controparte si organizza. In questo, ma sin dall’inizio, il Movimento No Base ha cercato una conoscenza dal basso, che è per esempio anche partita attraverso un progetto di mappatura. Una mappatura che si sta arricchendo sempre di più rispetto anche ai territori. Insomma, non solo da Pisa a San Piero, ma che investe tutta la nazione. In particolar modo sul nostro territorio sempre di più cerchiamo di comprendere i meccanismi e le funzionalità di questa industria bellica che nel nostro territorio allargato è un vero e proprio hub militare. Abbiamo trovato la forza di cercare sempre di più, di comprendere, di conoscere dal basso. Nella scoperta e in un processo anche di studio che ci sta portando a comprendere maggiormente delle cose. Una comprensione che però non ci porta ad essere, come dire, distrutti dalla potenza di questa controparte che è sicuramente estremamente organizzata, ma ci fa essere ancora più arrabbiati. In qualche modo a me dà anche una sensazione di stupore di fronte alla grandezza e spietatezza di questa grandissima macchina. E questo ci dà appunto l’opportunità di studiare, di conoscere e di usare degli strumenti come la mappatura, che sono tradizionalmente della controparte, che stiamo invece cercando di capire come usare noi. Perché è possibile usarli in un modo differente.
Aggiungo che parlare di progetto di pace è una grossa sfida per noi in questo momento. E dico per noi, cioè non solo per noi a Pisa, insomma sul nostro territorio, Pisa, Pontedera, Livorno, le aree interessate da questo progetto di base militare. Ma è una sfida nella cultura e nella mentalità collettiva. All’interno del movimento stesso esiste un dibattito, una discussione anche molto plurale sulla questione della pace. È una parola di cui siamo stati privati dal potere, che utilizza questa parola per nominare le proprie guerre. Ma anche per nominare il ripristino di un certo tipo di equilibrio nello squilibrio della prevaricazione, che i potenti nei vari paesi portano avanti e su cui stabiliscono appunto la spartizione delle fette della torta. E invece piano piano stiamo cercando di riscoprire un significato genuino di questa parola. Un significato che si radica da una parte nel fatto che non esiste pace che non venga dal conflitto, dal conflitto come tensione e scontro per conquistarsi la propria libertà, la possibilità di vivere in armonia con il proprio ambiente e il proprio territorio come noi aspiriamo a fare. La possibilità di poter decidere in maniera comunitaria e collettiva sui propri bisogni, o di determinare la propria formazione, in che direzione deve andare, laddove gli spazi della formazione, nella nostra città soprattutto, sono invece piegati alla guerra. Cioè, tutte queste possibilità non esistono se non tramite una lotta. Ecco, la pace è la posta in gioco di una lotta. Questa è una scoperta che piano piano si sta facendo strada e che stiamo scoprendo anche noi. E allo stesso tempo però è per noi l’occasione di definire anche in maniera positiva la nostra azione. Noi siamo in primo luogo contro una base, contro la guerra, ma siamo anche per qualcosa e stiamo cercando di capire come fare in modo che questo essere per qualcosa non sia puramente velleitario, ma possa rappresentare concretamente una molteplicità di proposte per il nostro territorio, di proposte che noi costruiamo insieme e di cui scopriamo il contenuto e la ricchezza a partire dalla lotta.
Per un certo senso paradossale una base militare sul nostro territorio, una nuova base militare, ci ha fatto scoprire un mondo, ci ha fatto scoprire territori mai prima conosciuti, ci ha fatto scoprire comunità, persone, relazioni finora mai esplorate, così come ci ha fatto conoscere una storia, una storia del nostro parco, una storia di Pisa. Una storia della resistenza alla guerra sul nostro territorio, una storia di legame tra il nostro territorio e i popoli di tutto il mondo, fatta sia di solidarietà che di guerra contro cui combattiamo. Ecco, questa scoperta sta proprio dentro quello che scaturisce dalla lotta tra due storie incompatibili: la storia delle nostre popolazioni, la nostra storia, la storia delle persone che naturalmente ambiscono a vivere in maniera pacifica, cooperativa, e la storia che ci sta portando alla guerra, e anzi per cui già siamo in guerra e che ci sta portando sempre di più a essere una parte attiva della guerra. Una parte direttamente sul campo. Ecco, questo che nella percezione è qualcosa che sta cambiando, ma che nei fatti è così da tanto tempo, adesso sta mutando forma e pensiamo che questo sia anche il principio su cui sia possibile moltiplicare e rafforzare un’opposizione alla guerra. Perché su ogni territorio è possibile costruire qualcosa del genere. Su ogni territorio è possibile immaginare delle proposte che nascono proprio da dire “che cosa serve di diverso da basi militari”, “che cosa serve di diverso dalla guerra”, che cosa serve di diverso da discariche, o da impianti fotovoltaici, o da forme di speculazione e cementificazione che abbiamo scoperto in questi anni essere tutte manovre e politiche collegate tra di loro. Ecco questo senso è qualcosa che soprattutto con l’ultimo mese è cambiato, e che è diventato anche patrimonio collettivo. O almeno di una certa parte della nostra società in Italia, e che sicuramente anche a noi ha consentito di capire più a fondo che la strategia per fermare la base militare, per essere una parte anche determinante, ma non unica inevitabilmente, di un’opposizione ferma e concreta alla guerra, è anche quella di lavorare perché in ogni ambito, contesto, anche solo sul nostro territorio, per ogni motivo per cui noi siamo contro la base, ci sia una nostra proposta e un nostro tentativo di organizzarci in maniera differente.
Sì, proprio su questo penso che ci sia proprio uno scontro rispetto a questa cosa della prospettiva in positivo. Perché in realtà è proprio uno scontro anche la possibilità di immaginarsi questo positivo, perché il potere e la modernità ci hanno perimetrato sempre di più nella possibilità di immaginarci quelle che abbiamo chiamato finora delle alternative. Cioè, in un dato sistema con delle norme e delle possibilità prestabilite, anche la nostra capacità di immaginario e creativa è assolutamente perimetrata e inscheletrita, e appunto è uno scontro continuo proprio con la mentalità che ci portiamo dietro, di vedere oltre gli schemi predefiniti. Quindi una prospettiva di liberazione per tutti non è solamente scegliere l’alternativa, ma è proprio andare oltre quegli schemi di pensiero. Ed è un lavoro complesso. È un lavoro difficile anche rispetto a quelli che nominavamo, rispetto al parco e alla costruzione di una prospettiva ecologica. È una cosa che pian piano stiamo costruendo anche attraverso la memoria, per esempio, del parco e delle lotte che l’hanno abitato. Quella che stiamo facendo è proprio una riscoperta, perché non abbiamo dei punti fissi, dei punti già dati da cui sappiamo di poter partire, ma è qualcosa che davvero dobbiamo esplorare rispetto alla natura, rispetto a una prospettiva di cooperazione con la natura e non di sfruttamento. Perché uno potrebbe pensare per esempio “in un parco che ci facciamo? Non ci facciamo una base militare ma ci facciamo – non lo so – una gita con i cavalli.” E invece naturalmente non è questo che vogliamo. Perché va al di là dello schema di sfruttamento dei territori, o di ancora più profitto e ancora peggio di morte. Insomma, anche questo è uno scontro a cui tutto il movimento No Base cerca di trovare delle soluzioni, e lo stiamo cercando di fare.
In Sudan si consuma un massacro che il mondo continua a ignorare. Dal 2023, le Rapid Support Forces (RSF) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, combattono contro le Forze Armate Sudanesi (SAF) per il controllo del paese. Il prezzo lo paga la popolazione civile: villaggi incendiati, stupri di massa, esecuzioni pubbliche, fosse comuni. Le Nazioni Unite e numerose ONG parlano apertamente di crimini di guerra e di un genocidio in corso contro la popolazione del Darfur e di altre regioni.
Le RSF, oggi responsabili dirette dei massacri, discendono dalle famigerate milizie janjaweed, già protagoniste del genocidio darfuriano dei primi anni 2000. Nel 2019, quando il popolo sudanese scese in piazza reclamando la democrazia e la fine del regime di Omar al-Bashir, furono proprio queste truppe — allora formalmente inquadrate nell’esercito regolare — a soffocare nel sangue le manifestazioni di Khartoum, sparando sui civili, torturando, violentando e lasciando centinaia di corpi lungo il Nilo.
Il ruolo del Tuscania: gli addestratori del massacro
Che c’entra l’Italia? Le inchieste di Africa ExPress (“Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: Avete creato un mostro”) e de il manifesto (“Il Sudan ha un amico tricolore: l’Italia addestrò i janjaweed”) hanno ricostruito un quadro preciso: tra Roma e Khartoum sono intercorsi accordi militari e missioni di cooperazione che hanno coinvolto reparti italiani, in particolare i Carabinieri del Reggimento Paracadutisti Tuscania.
Secondo Africa ExPress, il 12 gennaio 2016 si sarebbe tenuta una missione segreta italiana a Khartoum per definire un piano di addestramento delle unità del Ministero dell’Interno sudanese, le stesse che costituivano il nucleo originario delle RSF. L’addestramento sarebbe stato possibile anche grazie alla rete di basi operative e centri di formazione italiani, tra cui il Reggimento Tuscania, che da anni funge da polo per la formazione delle forze speciali e per la cooperazione militare internazionale.
Non si tratta solo di un dettaglio logistico: destinare il CISAM al Tuscania significa potenziare il reparto, aumentarne gli effettivi e ampliare il raggio delle missioni internazionali in cui è coinvolto. Il 29 luglio 2022, in un’intervista alla radio sudanese, lo stesso generale Hemetti aveva rivolto apprezzamenti all’Italia, affermando che le sue “Forze di Supporto Rapido stanno cooperando esclusivamente con l’Italia nei settori della lotta al terrorismo e dell’immigrazione”.
Nel Senato italiano, il 6 settembre 2022, il senatore Luigi Ariola ha presentato un’interrogazione per chiedere chiarimenti al governo sulle accuse di addestramento ai janjaweed. Nessuna risposta ufficiale è mai arrivata.
Leonardo, Med-Or e la continuità del business
Le relazioni non si fermano all’ambito militare diretto. Attraverso la Fondazione Med-Or, diretta dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti e controllata dal gruppo Leonardo, l’Italia ha costruito negli ultimi anni rapporti di cooperazione con il governo sudanese. In foto e comunicati ufficiali, Minniti stringe la mano a rappresentanti riconducibili alle SAF, le forze armate rivali delle RSF. Ma in un contesto di guerra civile fluido, i confini tra alleanze e complicità si dissolvono.
Leonardo — cuore del complesso militare-industriale italiano — promuove attraverso Med-Or una diplomazia parallela che intreccia formazione militare, sicurezza dei confini, intelligence e industria bellica, in continuità con il Piano Mattei per l’Africa. In Sudan, come in Libia o nel Sahel, l’obiettivo reale non è la pace, ma stabilizzare i regimi e le milizie che garantiscono controllo, accesso alle materie prime e blocco delle rotte migratorie.
Paramilitari anti-migranti: il filo rosso italiano
Nulla di nuovo, dunque. L’Italia è da anni alla ricerca di “partner locali” per esternalizzare la guerra ai migranti. In Libia, i finanziamenti e l’addestramento delle milizie della Guardia Costiera hanno prodotto detenzioni arbitrarie, torture e schiavitù. In Sudan, la strategia è la stessa: stringere accordi con forze paramilitari e di sicurezza interna, spesso responsabili di atrocità, in nome della “lotta al traffico di esseri umani”.
Dietro la retorica della cooperazione e del contrasto al terrorismo si nasconde una guerra per procura, combattuta per conto delle potenze europee e del Golfo. Le RSF e le SAF, in modi diversi, sono strumenti di quel sistema di controllo: milizie pagate per mantenere l’ordine e bloccare i movimenti delle persone, anche a costo di massacri.
Il genocidio e la complicità italiana
Mentre in Darfur si contano centinaia di migliaia di morti, l’Italia — tra cooperazioni militari, fondazioni “culturali” e contratti d’armi — continua a nutrire i propri rapporti con i carnefici. Le stesse strutture che addestrano forze speciali “per la stabilità” diventano laboratori del terrore.
Dal CISAM di Pisa, cuore operativo del Tuscania, fino ai palazzi di Leonardo e Med-Or, l’Italia si ritrova ancora una volta dalla parte sbagliata della storia: quella che addestra, arma e legittima chi soffoca nel sangue la democrazia e massacra interi popoli.
Come in Palestina e come in Libia, si ripete lo stesso schema: un genocidio dietro un altro, in nome di affari, frontiere e potere.
Riportiamo qui sotto un recente post di Antonio Mazzeo, giornalista e attivista antimilitarista siciliano, membro dell’equipaggio Handala della Freedom Flotilla per Gaza. La distopica campagna propagandistica di invio di “aiuti umanitari” da parte di Israele, che nelle ultime ore ha prodotto diverse morti a Gaza, dimostra ancora una volta il sostegno totale dell’Italia ai piani genocidari israeliani. In prima linea, al fianco delle forze armate israeliane, si trovano infatti i reparti italiani e, in particolar modo, la 46^ brigata aerea di Pisa. Questa notizia purtroppo non stupisce ma conferma, invece, la strategicità dell’hub militare pisano negli scenari bellici attualmente in corso. Mentre l’Italia assume ruoli sempre più centrali nello scenario genocidario in Palestina e nei conflitti a livello globale, diviene sempre più necessaria la ferma resistenza sul nostro territorio alla militarizzazione e ancor più impellente la responsabilità di fermare la base per fermare la guerra, il genocidio, il riarmo a partire da qui. Per questo motivo rilanciamo il campeggio no base del 5-6-7 settembre al presidio di pace “tre pini” a San Piero a Grado, un’occasione in cui approfondire il ruolo dell’hub militare toscano nella guerra globale e organizzare le possibili forme di ribellione a difesa del nostro territorio, per bloccare gli anelli della catena della guerra.
Durante la conferenza stampa in cui il premier genocida israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato come il piano di occupazione militare e deportazione da Gaza City di oltre un milione di abitanti preveda pure “la creazione di corridoi sicuri per la distribuzione degli aiuti umanitari, l’aumento del numero di punti di distribuzione sicuri gestiti dai contractor militari-privati USA-Israel e un maggior numero di lanci aerei da parte delle forze israeliane e di altri partner”.
Paracadutare gli “aiuti” da velivoli da guerra è l’ennesimo atto di disumanizzazione dell'”intervento umanitario”, vergognosamente costoso, pericoloso e soprattutto funzionale ad accrescere le tensioni e il caos tra la popolazione di Gaza e, di conseguenza, i “tiri al bersaglio” contro chi tenta di appropriarsi dei “doni” piovuti dal cielo.
Dal 9 agosto anche l’Aeronautica Militare italiana ha avviato i lanci degli aiuti dai C-130 della 46^ brigata aerea di Pisa. “Solidarity Path Operation” è il nome dato alla missione: i velivoli italiani decollano da una base militare della Giordania per poi raggiungere la Striscia di Gaza e “liberarsi” dei “carichi di generi di prima necessità destinati alle aree più isolate e difficilmente raggiungibili”, così come riporta l’ufficio stampa del Ministero della Difesa.
I lanci vengono effettuati unitamente ad altri velivoli di Giordania, Emirati Arabi Uniti, Germania, Francia, Belgio e Olanda.
Dopo il sostegno a 360 gradi ai crimini di Israele contro la popolazione palestinese, l’Italia si piega all’ignobile campagna di sterminio per fame degli abitanti di Gaza, anch’essa funzionale alla loro deportazione ed espulsione. Con detestabile ipocrisia si parla di “aiuti”, mentre nulla viene fatto per imporre ad Israele il rispetto del diritto internazionale umanitario, l’apertura dei valichi della Striscia ai camion che tarsportano viveri e medicinali e la fine del blocco navale militare della Marina di Tel Aviv nelle acque nazionali della Palestina (si vedano gli arrembaggi e i sequestri delle imbarcazioni della Freedom Flotilla).
I “paracadutaggi” degli aiuti vengono filmati a fini di propaganda e legittimazione dellì’occupazione israeliana di Gaza. Quella che era fino al 7 ottobre 2023 la più grande prigione a cielo aperto del mondo è stata trasformata in un immenso lager di sofferenze e morte. Adesso, grazie ai lanci militari di pochissime scatolette di alimenti, Gaza è ulteriormente brutalizzata e disumanizzata e resa simile più simile ad una “gabbia-zoo”. Anche di queste nefandezze un giorno tutte e tutti dovremo risponderne di fronte ai nostri figli e nipoti.
Nella conferenza stampa di questa settimana abbiamo denunciato la nuova, ennesima, manovra per aggirare la legge e accelerare l’avviamento dei lavori per la nuova base militare. Nel nuovo DL Infrastrutture leggiamo emendamenti che sanciscono la possibilità di fatto di bypassare la Valutazione di Impatto Ambientale per progetti strategici per la difesa nazionale.
Il Governo accelera i tempi per rendere opache le decisioni e raggiungere il proprio obiettivo funzionale alle guerre in corso e a quelle che verranno. Questo ci dà la misura di quanto poco significato abbia la “democrazia” in tempo di guerra. Dà la misura anche, della paura che attraversa i Palazzi di affrontare il problema di una popolazione che vuole affermare il proprio NO: il segreto e il dispotismo sono la loro soluzione, perchè il rischio di decidere insieme significa tenere conto del fatto che nessun vuole nuove basi e altra guerra nel proprio territorio.
La nostra idea di decisionalità è differente e vogliamo dimostrarlo: unitə possiamo fermare questo progetto e costituire un ostacolo concreto alla militarizzazione e alla guerra globale, per dare alla pace il significato di democrazia, difesa dell’ambiente, spesa sociale, liberazione dal pericolo che la militarizzazione rappresenta per la società e il mondo.
Per questo l’estate no base sarà ricca di appuntamenti e iniziative, nella promozione degli obiettivi del Decalogo No Base, per la preparazione del campeggio del 5-6-7 settembre in cui potremo discutere e organizzarci, vivere il Parco, impararne la cura e la difesa, costruire insieme la lotta perchè il territorio possa dimostrare che conta: impedire questo progetto, difendere il nostro Parco e i nostri campi, stabilire che la democrazia è un diritto da conquistare per decidere insieme le sorti del nostro territorio.
Di seguito una radiointervista al movimento no base che presenta il quadro della situazione
Le pagine di giornarli uscite a seguito della conferenza
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Il comunicato stampa del Movimento
DL INFRASTRUTTURE: ancora emendamenti per accelerare le opere di difesa nazionale e aggirare ogni vincolo ambientale. Il governo accelera sulla base militare di Pisa e Pontedera.
In questi ultimi mesi il Movimento No Base ha lavorato su un piano di azioni per rilanciare la lotta sul territorio contro la Base e contro la cultura bellicista di questo governo.
Al primo punto del decalogo definito collettivamente abbiamo messo ”Trasparenza sulla documentazione del progetto”. E proprio in queste ore il Governo Meloni si appresta a realizzare un nuovo colpo di mano per limitare le azioni di controllo sulla militarizzazione dei territori.
Infatti è ora in corso alla camera dei deputati del parlamento, la votazione sulla fiducia per la conversione in legge del D.L. 73/2025 recante Misure urgenti per garantire la continuità nella realizzazione di infrastrutture strategiche e nella gestione di contratti pubblici. Il così detto DL infrastrutture, esattamente come l’anno passato, nasconde modi per accelerare e semplificare le procedure per nuove infrastrutture di guerra nel nostro paese dando via libera alla devastazione ambientale, senza più controllo o valutazione d’impatto.
Dalla presentazione del Decreto, Governo e maggioranza hanno aspettato gli ultimi giorni per presentare alcuni emendamenti che agevolano la realizzazione delle infrastrutture militari, e finanziano le opere con centinaia di milioni di euro che si aggiungono ai miliardi che il nostro paese già investe sulla spesa militare.
In particolare nella seduta del 3 luglio il Governo ha depositato un emendamento che aggiunge un articolo “Disposizioni urgenti in materia di valutazione ambientale relativa a progetti o parti di progetti aventi quale unico scopo la difesa nazionale”.
L’emendamento interviene sul DL n.152 del 3 aprile 2016 che disciplina le procedure per la valutazione dell’impatto ambientale e in particolare sull’art. 6 comma 10 che prevede che “Ministro dell’ambiente e dei Beni culturali possano escludere, valutando caso per caso, alcune opere dalla VIA, nel caso in cui siano opere di difesa nazionale e nel caso in cui la VIA possa compromettere la realizzazione delle stesse”. Con questo emendamento il Ministero dell’ Ambiente è costretto ad emettere questo decreto di esclusione entro 30 giorni da quando il Ministro della Difesa ha dichiarato l’opera di interesse strategico nazionale.
Viene definito in maniera inequivocabile l’ordine delle priorità per cui l’interesse militare e della difesa diventa preminente rispetto alla tutela del patrimonio ambientale.
Questo è confermato anche dalle indicazioni temporali sui tempi di risposta che sono brevissimi, se si pensa all’elevato grado di complessità e il rilevante impatto sul tessuto sociale che caratterizza questo tipo di opere. D’altronde in uno stato di guerra i tempi di scelta e decisione democratica e valutazione devono essere pressoché annullati, come la trasparenza sulle opere che si intendono realizzare.
Completa e rende ancora più preoccupante il quadro, l’emendamento presentato da Chiesa Paola Maria – parlamentare in quota Fratelli d’Italia- che chiede di aggiungere un articolo su “Disposizioni urgenti in materia di infrastrutture ferroviarie e di edilizia giudiziaria, penitenziaria e della difesa nazionale” che va a modificare la legge 29 luglio 2021, n. 108 (Piano nazionale di ripresa e resilienza e prime misure di rafforzamento delle strutture amministrative e di accelerazione e snellimento delle procedure) in particolare all’articolo 53-bis (Disposizioni urgenti in materia di infrastrutture ferroviarie e di edilizia giudiziaria e penitenziaria ), aggiunge il comma 1-quinquies: “Per la realizzazione delle opere dell’Arma dei carabinieri destinate alla difesa nazionale, cui si applicano anche le misure di semplificazione procedurale previste dall’articolo 44 del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2021, n. 108, ferme restando le quote di finanziamento attualmente disponibili, l’Agenzia del demanio è autorizzata a mettere a disposizione le risorse previste a legislazione vigente per gli investimenti di competenza pari a 100 milioni di euro e ad apportare le necessarie modifiche ai relativi piani degli investimenti”.
Questi chiamano chiaramente in causa il progetto della nuova sede dei reparti speciali dei carabinieri che si vuole realizzare nel nostro territorio che è indicata come opera “nazionalmente strategica per la difesa” a partire dal decreto del governo Draghi a Gennaio del 2022.
Se con il primo emendamento si bypassano i controlli di impatto ambientale sul progetto previsto proprio all’interno di un Parco Naturale di San Rossore e nell’area agricola di Pontedera, con il secondo emendamento l’ Agenzia del demanio potrebbe finanziare con 100 milioni di euro l’avvio dei lavori alla base del Cisam. Ancora una volta si prevede la possibilità di aumentare la spesa per infrastrutture militari indirettamente, sottraendo risorse economiche destinate all’economia civile, all’interesse generale della cittadinanza per finanziare opere di guerra e devastare l’ambiente.
Come Movimento no Base denunciamo con forza questa azione che avrà un impatto diretto sul nostro territorio, ma sostanzialmente segna il passo di un accelerazione per cui la grande opera militare diventa il faro guida dell’azione politica del governo Meloni e che quindi avrà effetto su tante altre realtà territoriali in lotta a partire da chi difende il territorio sullo Stretto di Messina, ma non solo.
Rilanciamo il piano di azioni di questa estate verso il campeggio No Base del 5-6-7 Settembre. In questi giorni apriamo altri 2 punti No Base a Calci e Viareggio, saremo in tour sulla costa adriatica per presentare l’opuscolo “Insieme possiamo fermarla” e naturlamente parteciperemo alle iniziative territoriali contro il riarmo, la guerra e il genocidio e a favore dell’economia di Pace e della transizione ecologica. Dal sostegno al Collettivo di fabbrica GKN ai presidi contro la base americana di Camp Darby.
A Pisa, prossimo appuntamento la presentazione del libro “Diario di un Disertore” martedì 15 in largo Ciro Menotti, come segno della nostra ferrea volontà di disertare la guerra a 360 gradi.