Si è conclusa la due giorni di mobilitazione no base del 26 e 27 aprile: un piccolo grande passo in cui centinaia di persone hanno raggiunto San Piero a Grado dal territorio pisano e dalla Toscana, per affermare la propria contrarietà alla costruzione della base militare e il desiderio di costruire collettivamente nuove possibili prospettive di Pace. In questa occasione, con nuovi stimoli e adesioni, si è rafforzata un’esigenza di chiarezza e un’urgenza di azione nel presente e nel futuro.
Con il presidio di sabato in centinaia abbiamo manifestato davanti ai cancelli della base CISAM con l’obiettivo di rompere il velo di menzogna permanente che avvolge il progetto: non si tratta di una riqualificazione di pochi edifici come vogliono fare credere, ma di 100 ettari di cemento e infrastrutture militari addestrative per più di 800 militari delle forze speciali dell’esercito Tuscania e GIS; non ci sono compensazioni che tengano di fronte a questo scempio del nostro territorio. La menzogna avvolge il progetto, perché le istituzioni che avrebbero il dovere di tutelare il Parco Naturale di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, così come quello di Pontedera, a partire dall’Ente Parco, dai Comuni di Pisa e Pontedera, dalla Regione sino al Governo, continuano a sostenere che non sia a disposizione alcuna documentazione, talvolta che questa documentazione addirittura non esista. A gran voce, con battiture sonore ai cancelli, cori e interventi, abbiamo voluto ribadire un punto: questa documentazione deve essere resa pubblica e le istituzioni devono procedere con un’ispezione dell’area CISAM per rendere noto alla popolazione se e cosa sia già in movimento all’interno di quelle reti, di fronte a mesi di flussi di mezzi pesanti dall’esterno all’interno della base.
Sono già cinque i comuni intorno a Pisa in cui sono state prese delle posizioni contro la nuova base militare: a San Giuliano, Vecchiano, Vicopisano, Calci e Calcinaia, sindaci e consigli comunali hanno detto No al progetto; il sindaco di Calci, con il proprio partito, ha espresso vicinanza alla mobilitazione no base ed è passato al presidio di sabato.
“Europa Verde chiede anche la massima trasparenza in tutte le procedure di autorizzazione di una nuova installazione militare nel territorio pisano. “Non solo, – conclude la nota del partito – ma confermiamo la contrarietà ad inserire una base in un territorio pregiato e prezioso come quello del Parco e, più in generale, riteniamo assolutamente inaccettabile che si cerchi di agevolare la costruzione di installazioni militari in aree a vincolo con norme varate “ad hoc”. Un estratto dalla nota del Partito Europa Verde
Il nostro messaggio, da oggi ancora più chiaro, è che in ogni sede, istituzionale e non, ciascunə dovrà fare la propria parte perché quella documentazione sia resa pubblica, accessibile e trasparente.
“Il nostro presidiare questo territorio è quanto mai espressivo della volontà di esserci, esserci dove non ci vorrebbero, esserci in quei luoghi ritenuti sfruttabili e sacrificabili per interessi di profitto; per costruire un’alternativa, anche quando ci dicono che alternative non ce ne sono, anche quando ci fanno credere che le basi e la guerra portano profitto, quando invece questo è per pochi e la distruzione per tuttə, a partire dalle terre.” Un intervento davanti ai cancelli del CISAM
Nel presidio di sabato si è espressa la ricchezza delle motivazioni no base: associazioni e comitati territoriali da Pisa a Coltano, dalla Valdera alla Val di Cornia, da Viareggio al Monte Amiata, da Lucca alla Sardegna, hanno portato con convinzione le posizioni di chi vuole unirsi per difendere l’ambiente, il territorio e il Parco e battersi per una pace effettiva e disarmata, a partire dall’’impedimento della costruzione della nuova base militare;
Tanti studenti e studentesse hanno ribadito la centralità dell’università nello scenario bellico. Le studenti in mobilitazione per la Palestina hanno sottolineato la complicità delle istituzioni universitarie con il genocidio portato avanti da Israele in Palestina – e con tantissimi altri conflitti su scala globale – tramite accordi con aziende produttrici di armi come Leonardo SpA; C’è chi, invece, ha ricordato l’implicazione diretta dell’Università di Pisa nel progetto della nuova base, evidenziando la necessità di trasparenza anche su questo versante. Con il decreto del 29 giugno 2024 che ha ratificato il progetto della base militare, infatti, l’implicazione dell’Università si è resa esplicita nella previsione di compensazione per la ristrutturazione di uno stabile dell’Università nei pressi del CISAM.
“Vogliamo ricordare che il Presidio di Pace dei “Tre Pini” è un luogo formalmente di proprietà dell’Università di Pisa, così come tutti i terreni intorno al CISAM, parte dei quali sono però lasciati in abbandono. […] Con la promessa di ristrutturazione di uno stabile dell’Università “l’ex Bigattiera” , lo Stato ha evidentemente avviato una collaborazione con la governance universitaria. Una collaborazione di cui non troviamo traccia in documenti ufficiali, su cui la governance non si è mai espressa e su cui rivendichiamo chiarezza e pubblicità per sapere a quale titolo e in quale forma l’Università di Pisa è coinvolta in un progetto che nulla dovrebbe avere a che fare con un’istituzione accademica. Come studenti pretendiamo l’assegnazione ufficiale da parte dell’università del terreno dove si trova il presidio di pace “Tre Pini” affinché San Piero si animi della voglia di tantissime persone di immaginare e lottare insieme per un mondo diverso, senza armi e soprattutto senza basi militari.” intervento di una studentessa durante il presidio al CISAM
Con il movimento transfemminista di Non una di meno abbiamo rafforzato la necessità di mobilitarci contro la base e contro la guerra per fare la nostra parte per trasformare un sistema ingiusto fondato sul dominio patriarcale e suprematista sulle popolazioni, sulle donne, sulle persone migranti, che nella militarizzazione ha la sua prima arma e strategia; abbiamo ricevuto dall’Adriatico e dalla Sicilia, messaggi di complicità e solidarietà (vedi in fondo i contributi del Movimento No Ponte e di Rete per il Clima Fuori dal Fossile); insieme a realtà sindacali di base, partiti e collettivi studenteschi pisani, così come con organizzazioni pacifiste e cattoliche dalla Toscana e non solo, una ricchezza di prospettive e sensibilità ha contribuito a comporre da più parti una nuova esigenza di definizione della Pace che vogliamo per noi, dal basso dei territori e delle popolazioni che non vogliono subire la violenza del riarmo, dell’economia di guerra e dell’occupazione di servitù militari.
Proprio questa esigenza ha trovato spazio di discussione e dialogo domenica, nell’assemblea “Disarmare la Pace”, al presidio di Pace dei “Tre Pini”. A partire dalla proposta di movimenti pacifisti cristiani come Pax Christi, in tantissimə abbiamo risposto all’appello lanciato da cristiani e cristiane no base. Un appello a “disarmare la pace”, ad immaginare insieme, unendoci nelle diversità, una pace giusta, che sia una pace da e per i popoli e i territori, che non può che essere disarmata.
“Da qui dobbiamo partire per il futuro, gettare le basi per un’alternativa con la A maiuscola.[…] L’alternativa è costruire educazione alle relazioni e ai rapporti: le guerre scoppiano perché c’è un deficit di democrazia. Allenare la popolazione civile a saper gestire i conflitti a cominciare da quelli inter-relazionali. Guerra e conflitto non si equivalgono: una società che si fa carico di educarsi alla gestione della conflittualità e alla diversità è una società capace di costruire una prospettiva di pace e disarmo. Una società aconflittuale va dritta alla guerra.” Dall’intervento di Pio Castagna, coordinatore di Pax Christi Centro Italia
Movimenti e gruppi cattolici, associazioni, partiti, movimenti transfemministi, antimilitaristi, comitati di difesa ambientale, collettivi universitari, realtà solidali si sono uniti in assemblea con un obiettivo comune: fermare la base per disarmare la guerra, per restituire il reale significato alla parola pace. Nel prossimo periodo sarà reso pubblico un documento di rielaborazione dell’assemblea: per adesso, vogliamo sottolineare che usciamo da questo momento con la consapevolezza che siamo pronti e pronte ad unirci nelle nostre differenze, nella volontà di fare del conflitto, dei contenuti e dell’obiettivo comune gli elementi costruttivi di cooperazione e di sintesi. Usciamo pronti e pronte ad un’estate no base, per continuare a difendere il nostro territorio, per continuare a costruire un’alternativa di Pace in un presente di guerra.
Siamo pronti e pronte a diffondere la vitalità del Movimento no base a partire dal Presidio di Pace dei “Tre Pini” e dal campeggio che animerà questa estate, dalle decine di iniziative di lotta, cultura di pace, obiezione di coscienza, propaganda, socialità e mobilitazione che sono e saranno necessarie per fare la nostra parte e invertire una tendenza alla guerra che ci sta investendo come una tempesta.
Abbiamo voluto fare tutto questo proprio lì dove dovremo essere sempre più presenti, davanti a quelle reti e quei cancelli che celano i piani di guerra dei potenti del nostro Paese, per iniziare a riappropriarci di una parola, la “pace”, sempre più svuotata nei discorsi guerrafondai degli Stati e che vogliamo acquisti la concretezza dell’azione e delle idee di chi desidera per la società e il territorio la libertà dalla militarizzazione, la capacità di convivere nella diversità, l’esigenza di mettere la collettività di fronte agli individui: dalle parole di Papa Francesco a quelle di Bertolt Brecht, pronunciate in assemblea, questo filo rosso ci ha unito e continuerà a unirci nel futuro.
“La Toscana non è zona di guerra, fuori le basi dalla nostra terra!”: durante questa due giorni questo slogan è arrivato da San Piero a Grado sino in Iraq, grazie al lavoro di comunicazione di Un Ponte Per, presente e partecipe alla mobilitazione. Questa nota di solidarietà internazionale è la misura di cosa significhi per noi questa due giorni, della centralità dell’hub logistico militare pisano nell’escalation globale, della nostra responsabilità e possibilità di fare la nostra parte, del grande lavoro che dobbiamo ancora costruire per fermare la base e costruire la Pace.
Insieme possiamo fermarla non è solo uno slogan, è la realtà che unendoci passo passo stiamo mettendo in pratica.
Il contributo del movimento No Ponte:
Un saluto a tutti e tutte dalla Sicilia. Siamo lì con voi in questa giornata resistente. Usiamo questa parola perché ieri in tutta Italia si sono riempite le piazze in memoria dei partigiani e della loro resistenza. Una giornata che parla di libertà, di lotta, di dignità. Parla di Resistenza. La domanda che ci siamo fatti è stata però: di quale Resistenza parliamo? Perché la Resistenza non può essere un fatto chiuso nei libri di storia. Non può essere una commemorazione svuotata, rituale. La Resistenza o è viva, o non è. O si fa ogni giorno, o non esiste. E allora parliamo del presente. Parliamo della guerra che ci attraversa. Parliamo, e dobbiamo farlo certamente, di quella che colpisce le città, le case, i corpi in Palestina, in Ucraina, in Sudan, in Yemen e in tutto il mondo. Ma dobbiamo nominare anche quella che si insinua nei nostri territori, dietro decisioni calate dall’alto, imposte sulla pelle della gente. Parliamo di quello che sta avvenendo in tutta Italia dalla Valle, passando da Coltano fino all estremo sud con il ponte sullo stretto e le basi militari nato e usa. Tutto questo ha un nome: si chiama GUERRA. La guerra quella fatta col cemento, con gli espropri, con i cantieri infiniti e le zone interdette. Il Ponte sullo Stretto, come le basi militari, sono il simbolo di tutto questo. Non sono infrastrutture inutili al territorio. Sono l’incarnazione di un’idea malata di sviluppo, quella che trasforma la terra in merce, che militarizza i territori, che impone senza ascoltare. Ci vogliono convincere che questo sia progresso. Ma il progresso non è distruggere paesaggi, comunità, biodiversità per fare profitto. Questo è colonialismo. Un colonialismo che considera la Sicilia e i territori terra di conquista, una luogo da gestire, senza considerare chi quel territorio lo abita. Parlano di “opere strategiche”. Ma per chi? Non per noi. Non per chi vive ogni giorno il dissesto idrogeologico, le frane, la sanità pubblica al collasso, le strade dissestate, i treni fermi. Chi sa di cosa hanno bisogno i territori sono le persone che li abitano, e non è sicuramente il cemento. C’è bisogno Di risposte reali e non di mitologie ingegneristiche o di basi per la guerra. E allora oggi, come ieri in occasione del 25 aprile, non basta ricordare chi ha combattuto contro il fascismo e costruire giornate puramente commemorative. Dobbiamo chiederci: dove sono oggi le nuove forme di oppressione? Dove si costruiscono oggi le nuove resistenze? Perché lo diciamo chiaramente: i territori non sono pagine bianche su cui stampare decisioni autoritarie. Sono corpi vivi, intrecci di relazioni, memorie, lotte e desideri. E allora, oggi, resistere significa anche immaginare un’alternativa a questo modello. Rompere il mito delle Grandi Opere. Denunciare a gran voce le fabbriche di morte come la Leonardo Spa. Non abbandonarsi alla paura repressiva ma fare della repressione un campo di forza collettiva. Spezzare la narrazione che ci vuole spettatori e non protagonisti. Chiamiamo tutte e tutti a costruire insieme spazi di confronto e di conflitto, perché oggi è necessario costruire un altro orizzonte. Un’altra idea di futuro. Perché come dicevano quelli che hanno fatto la Resistenza vera, con le armi e con le parole: la libertà non si eredita. Si conquista. Ogni giorno.
Su tutto il perimetro dell’area CISAM di San Piero a Grado sorgono terreni, aree boscate e poderi. La maggior parte rientra nella proprietà dell’Università di Pisa. Tra questi è presente il podere “Tre Pini”, diventato inagibile per l’incuria degli ultimi anni, ma messo in autorecupero la scorsa estate su iniziativa popolare e studentesca per ospitare iniziative contro la base militare e contro l’escalation bellica nel mondo. I terreni adiacenti il luogo dove dovrebbe sorgere la base ospitano laboratori e coltivazioni per la ricerca, allevamenti, associazioni del terzo settore e per la disabilità e, come nel caso dei “Tre Pini”, iniziative dei gruppi scout: tutte attività che con il progetto della base rischiano di subire gravi danni o scomparire. In questo dossier il Movimento No Base si prefigge di illustrare le ragioni per cui il podere “Tre Pini” dovrebbe diventare un presidio stabile di pace, attraversabile da tuttə quantə abbiano a cuore la tutela e la valorizzazione del Parco, contro le grandi opere ecocide, inutilmente dispendiose e dannose per la cittadinanza.
Il movimento No Base – Né a Coltano né Altrove: genealogia della lotta per la difesa del territorio dalla devastazione e dalla guerra
Con l’aprile del 2022 si scopre l’esistenza di un DPCM, datato 23 marzo 2022, firmato dall’allora premier Draghi e contenente il riferimento al progetto di costruzione di una nuova base militare per i reparti speciali GIS e 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania” nel territorio di Coltano, frazione del comune di Pisa classificata come zona contigua al Parco Naturale di San Rossore Migliarino Massaciuccoli. Il progetto risale al febbraio 2021, un anno prima dell’acuirsi del conflitto Russo-Ucraino.
Nei mesi successivi centinaia di cittadini e cittadine di Pisa e dei territori limitrofi cominciano a riunirsi per opporsi a questa opera evidentemente impattante sull’ecosistema e pericolosamente aggravante per la tensione bellica crescente. Il 2 giugno del 2022 sono 10.000 le persone che arrivano a Coltano da ogni parte d’Italia, per percorrere insieme il perimetro della possibile area militare, con lo slogan collettivo di “nessuna base per nessuna guerra”. Nelle settimane successive alla grande mobilitazione popolare le istituzioni competenti delle decisioni in merito alla base militare convocano una serie di tavoli interistituzionali per ridefinirne la collocazione. Intanto, a livello cittadino e nazionale l’escalation di guerra globale rende evidente la pericolosità del nuovo progetto rispetto all’investimento nello sforzo bellico del nostro Paese. Sempre più persone, a Pisa e in tutta Italia, riconoscono l’importanza di opporsi al progetto: si fa strada l’idea che impedire la realizzazione della nuova infrastruttura bellica sia un passo verso una de-escalation militare del territorio pisano e del Paese intero.
Ma la decisione strategica del Governo sovrasta la volontà dei cittadini e delle cittadine, chiudendo il tavolo interistituzionale del 18 ottobre 2023 con l’approvazione definitiva di una nuova collocazione per la base militare: la base sarà diffusa, occupando aree dei territori di San Piero a Grado, Coltano e Pontedera. Pochi giorni dopo, il 21 ottobre, migliaia di persone da tutta Italia marciano in corteo a San Piero a Grado, dimostrando il sentimento sempre più diffuso di ostilità ai nuovi investimenti bellici del nostro Paese e invadendo l’area militarizzata del CISAM, individuata come futura collocazione della base militare dei GIS e Tuscania.
Il progetto della base
Ci soffermiamo nell’analizzare il progetto della nuova base militare presentato nel decreto ministeriale di Marzo 2022, così da rendere note le opere che investirebbero in via definitiva l’ecosistema di San Piero a Grado, Coltano e Pontedera.
Cosa prevede?
Si tratta, in origine, di una base militare di almeno 73 ettari, di cui circa i 2/3 andrebbero cementificati, perdendo quel suolo e le sue funzioni ecosistemiche definitivamente. Sono previste strutture quali pista per elicotteri, due poligoni di tiro, caserme, centri di addestramento, magazzini per armi ed esplosivi, laboratorio artificieri, muro per esercizi a fuoco, un villaggio addestrativo fantasma e altre opere funzionali all’addestramento militare. Alle strutture militari si aggiungono 18 villette a schiera, palestra polifunzionale, campo polivalente, piscine, cinema, officine, un asilo e una chiesa ad uso esclusivo dei corpi ospitati.
Con la “diffusione” del progetto tra San Piero a Grado, Coltano e Pontedera, si prevede di ricollocare le strutture sopra riportate nelle diverse aree. In aggiunta, si parla di un autodromo per i mezzi militari in località “Tenuta Isabella” a Pontedera e di diverse strutture ricreative con sede a Coltano.
In foto: area individuata per i 73 ettari a Coltano
A quale prezzo?
Il costo stimato è di almeno 190 milioni di euro, a cui andrebbero sommati i costi di manutenzione della base e le onerose spese legate alle missioni ed esercitazioni. I fondi originariamente scelti per finanziare l’opera derivano dal Fondo Coesione e Sviluppo 2021-2027, un fondo nato per “rimuovere squilibri economici e sociali”. Con il rallentamento del progetto e la scadenza dell’investimento di tali fondi, si è deciso di inserire il finanziamento del progetto all’interno della legge finanziaria dell’anno 2024.
Con la ricollocazione della Base è prevedibile un aumento dei costi, che dovranno coprire gli investimenti sulla costruzione della struttura nell’area CISAM, la bonifica del reattore nucleare attualmente presente nel parco, la costruzione dell’autodromo a Pontedera e la riqualificazione degli edifici di Coltano in previsione della costruzione degli alloggi e delle strutture ricreative dei reparti.
Ma la spesa economica è solo una piccola parte di quelli che sono i reali costi di questo progetto. Si parla di un impatto devastante per l’ecosistema del Parco e delle zone limitrofe, di pericolose conseguenze sulla salute delle specie animali e vegetali che lo abitano e sulle persone che vivono e lavorano in quei territori. Sono noti gli studi sull’alto tasso tumorale causato dall’avvelenamento di aria, acqua e suolo da Uranio impoverito e altri metalli pesanti nelle aree ad elevata presenza militare, come le isole della Sicilia e della Sardegna.
Nell’immagine è riportato lo studio dei vincoli presente nel progetto. È reso chiaro l’impatto ambientale pericoloso che la base militare avrebbe, con rischio di alluvioni e squilibri nell’ecosistema delle aree protette.
Il “nuovo progetto” ad ora nella sua fattibilità sconosciuto alle cittadine e ai cittadini, ha come principale punto di rivendicazione quello di essere “green”. Si prevedono la maggior parte delle strutture militari all’interno del parco naturale o nelle sue aree contigue, ma vengono promesse delle piantumazioni di 10 mila nuovi alberi a fronte di quelli che andranno perduti per le cementificazioni. Dal punto di vista scientifico, considerando il normale funzionamento degli agroecosistemi è necessario riconoscere che una piantumazione di alberi giovani non può di certo compensare l’assenza di una vegetazione naturalmente sviluppata in quel territorio, ma anzi talvolta può aggravare il danno causato.
Un altro forte nodo di compensazione è quello posto sulla possibilità di bonifica del reattore nucleare di Ricerca RTS-1 “Galileo Galilei” presente nel cuore dell’area CISAM, inattivo dai primi anni ‘80 e bonificato solo parzialmente. Questo reattore ad oggi è ancora presente con il suo carico di radioattività e le scorie non sono mai state trasferite né smaltite. Si presume che siano ancora al suo interno dal momento della chiusura. La bonifica di tale opera è una promessa estremamente fragile e problematica: fragile, dal momento che non esiste un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi in grado di accogliere scorie e resti del reattore; problematica, perché non esiste alcun piano di decommissioning, con tutte le relative valutazioni di impatto ambientale. Bisogna inoltre considerare che in questo sito potrebbero essere stoccati ulteriori rifiuti radioattivi provenienti da attività militari, per cui l’insediamento delle nuove Forze Speciali potrebbero aggravare la situazione.
Ci chiediamo, infine, cosa può mai significare la piantumazione di diecimila nuovi alberi, la riduzione del consumo di suolo o l’impiego di materiali ecosostenibili nella costruzione dei nuovi edifici, a fronte delle esplosioni causate dalle esercitazioni che si terranno all’interno dell’area o al costante e quotidiano traffico di mezzi pesanti e leggeri, oltre che umano?
Proposta delle nuove cementificazioni all’interno dell’area CISAM
Una base per chi?
Un altro tassello fondamentale per capire la portata del progetto proposto è costituito dalla composizione che andrebbe lì ad abitare e ad addestrarsi. Su questo abbiamo sentito mesi di propaganda centrata sulla “nuova base dei carabinieri”, che non lasciava trasparire chi fossero davvero e quali finalità profonde avesse il nuovo progetto per l’Arma.
Uno dei corpi è il 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, il reparto ad altissima specializzazione dell’Arma dei Carabinieri, considerato come l’erede diretto del Battaglione Paracadutisti “Carabinieri Reali”, che si macchiarono dei peggiori crimini nelle guerre coloniali italiane. Con la ristrutturazione dell’Esercito del 1975, il reparto ricevette la denominazione di 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, svolgendo contestualmente le missioni militari tipiche delle truppe aviotrasportate e le funzioni di polizia e controllo dell’ordine pubblico e di “contrasto della criminalità organizzata e del terrorismo”. Attualmente al reparto specializzato dei Carabinieri sono assegnati circa 500 effettivi che con la nuova base verrebbero quasi raddoppiati. Si caratterizza per la capacità di operare nella vasta zona grigia compresa tra le funzioni di polizia e quelle militari, un ambito di impiego molto richiesto nei moderni scenari internazionali.
Sono innumerevoli gli interventi del “Tuscania” nelle aree di conflitto. Nel 1982 i paracadutisti furono schierati in Libano per presidiare i campi rifugiati palestinesi alla periferia di Beirut. Nel 1991 il Reggimento fu inviato nel Kurdistan iracheno mentre tra il 1992 e il 1994 operò in Somalia nel quadro della controversa missione internazionale di “stabilizzazione” Restore Hope. Tra il 1995 e il 1999 il “Tuscania” ha partecipato alle diverse missioni operative NATO nei Balcani e, dopo il 2001, nei teatri di guerra in Iraq e in Afghanistan. In quest’ultimo Paese i paracadutisti dei Carabinieri hanno diretto innumerevoli corsi addestrativi a favore delle ricostituite forze di polizia afgane, il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Tra le operazioni all’estero del “Tuscania”, quelle che più hanno destato e destano ancora sconcerto riguardano il martoriato Corno d’Africa. Le attività riguardano l’addestramento individuale, il combattimento e l’intelligence; interventi nei centri abitati; tecniche antiterrorismo, investigative, di controllo del territorio e gestione dell’ordine pubblico e della folla; ricerca e neutralizzazione di armi ed esplosivi. Fino ad oggi i corpi scelti dei Carabinieri hanno addestrato oltre 2600 unità appartenenti alla Polizia Somala, alla Polizia Nazionale e alla Gendarmeria Gibutina, ma anche di milizie paramilitari in diverse missioni.
La strategia diffusa di sostenere, addestrare, armare e cooptare milizie paramilitari può condurre a gravi conseguenze. Le milizie hanno una forte tendenza ad appropriarsi dell’autorità politica, rafforzando forme autoritarie di governo, monopolizzando le economie locali e finendo per impegnarsi in altre attività paramafiose con drammatiche conseguenze per le popolazioni civili (mercato nero delle armi, rapine ai danni della popolazione, sparatorie incontrollate, stupri, meccanismi violenti di controllo della folla e omicidi extra-giudiziari).
Durante i primi anni di presenza militare italiana a Mogadiscio, furono perpetrati gravi crimini da parte di alcune unità dei paracadutisti dell’Esercito in quella che veniva definita una “missione umanitaria”. I militari italiani usarono contro la popolazione somala torture, sevizie e stupri. I reparti della Folgore ed i carabinieri del Tuscania, attuarono diverse rappresaglie contro villaggi somali, con rastrellamenti condotti con metodi non ortodossi propri della guerra a bassa intensità come distruzione delle case, pestaggi degli abitanti, inquinamento e distruzione delle risorse idriche e arresti indiscriminati. Alcuni deputati denunciarono altresì come i militari del “Tuscania” avessero cercato di ricostruire gli apparati repressivi somali addestrando ed armando ufficiali e poliziotti della vecchia polizia di Siad Barre (personalità definite da Amnesty International come noti torturatori e criminali).
Attualmente operano principalmente nel cosiddetto “Mediterraneo Allargato”: un rapporto di Greenpeace Italia rivela che circa il 64% della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili. In particolare, l’operazione Gabinia nel Golfo di Guinea, in Mozambico, l’operazione in Qatar (in occasione del Campionato Mondiale di Calcio con l’impiego di 560 militari e una spesa prevista di 10.811.025 euro) e l’operazione Mare Sicuro al largo della costa libica – hanno come compito la «sorveglianza e protezione delle piattaforme di ENI ubicate nelle acque internazionali». I corpi speciali hanno anche una strategica funzione anti-migratoria, con equipaggiamento, “formazione” e assistenza della Guardia costiera libica per il controllo delle acque territoriali e delle polizie locali in tutti questi Paesi.
Accanto ai “Tuscania”, avrebbe la propria base di addestramento anche Il “Gruppo di Intervento Speciale” (G.I.S.): “la punta di lancia operativa dei Carabinieri che può operare in Italia e all’estero nelle situazioni più estreme e rischiose”. Viene definita così dal Comando generale dell’Arma l’unità tattica impiegata in operazioni di pronto intervento “anti-terrorismo”. “I G.I.S. sono impiegati per garantire la sicurezza di personalità minacciate o per coadiuvare le unità territoriali in situazioni di crisi come rapimenti e cattura di criminali, latitanti o evasi pericolosi […] e sono incaricati anche dell’addestramento di personale di polizie estere”, aggiunge il Comando dell’Arma. Noti al grande pubblico come teste di cuoio, i militari che compongono il Gruppo di Intervento Speciale hanno una doppia natura: sono unità di polizia speciale e reparto paracadutisti ed incursori.
Perché questo progetto riguarda noi tutti e tutte?
Come cittadini e cittadine
Il progetto della nuova base si inserisce in territorio già estremamente saturo di infrastrutture militari. In poco più di 20 km tra Pisa e Livorno sono presenti: il Centro Addestramento Paracadutismo; l’Aeroporto militare “Dell’Oro”; il Centro Interforze di Studi e Applicazioni Militari CISAM della Marina Militare; il Comando delle Forze Speciali dell’Esercito COMFOSE; la base USA di Camp Darby; i complessi addestrativi e logistici della “Folgore”; l’Accademia Navale della Marina Militare. Assieme a tante altre zone militari, queste strutture si trovano tra il Porto di Livorno, classificato come porto nucleare, dove transitano regolarmente trasporti di materiale bellico, e l’Aeroporto di Pisa, dove ha sede la 46° brigata aerea, aperto al traffico civile ma controllato dall’Aeronautica Militare. Nel 2010 veniva annunciato il progetto dell’Hub militare, secondo il quale lo scalo pisano sarebbe diventato “punto di riferimento per tutte le forze armate che avranno bisogno di spostarsi per via aerea per tutte le missioni nei teatri internazionali”. La nuova base si configurerebbe come ulteriore tassello funzionale al rafforzamento del ruolo geo-strategico di quello che è ormai uno dei maggiori hub in Italia per proiettare le forze armate nazionali, USA, NATO ed extra-NATO in qualsivoglia scacchiere di guerra, a Est come a Sud. In un momento di tensione bellica globale come quello che stiamo attraversando è preoccupazione dei cittadini e delle cittadine quella di evitare un incremento dell’investimento di guerra sul nostro territorio, immaginando invece delle prospettive di de-escalation. Un altro aspetto, assolutamente non marginale, è quello della tutela della salute della popolazione: come già accennato nelle pagine precedenti, è noto il grave impatto che le occupazioni militari e le esercitazioni che al loro interno si tengono hanno sull’ambiente circostante. Non si parla solo di ordigni esplosivi dispersi nell’ambiente, ma anche dell’inquinamento derivante dai metalli pesanti. Difatti, per la realizzazione della sola miscela innescante dei più comuni missili vengono impiegati stifnato di piombo (esplosivo tossico), tetracene (proveniente da idrocarburi), piombo, nitrato di bario (tossico se ingerito, nocivo se inalato), alluminio, solfuro di antimonio (tossico, l’avvelenamento è simile a quello dell’arsenico). La base dei più comuni esplosivi militari comprende RDX, un composto organico che può restare a lungo nell’ambiente, nelle munizioni inesplose o in quelle parzialmente esplose. L’Agency for toxic substances & disease registryUsa lo indica come un potenziale cancerogeno per l’uomo. A differenza di altri esplosivi come il TNT, che si lega al suolo e tende a restarci, l’RDX si scioglie facilmente in acqua aumentando la probabilità di diffusione dell’inquinante. Sono noti i dossier prodotti in Sardegna sugli effetti di queste sostanze sulla popolazione: si evidenziano le patologie respiratorie e digerenti, le patologie del sistema urinario, tra cui l’insufficienza renale, e alcune patologie tumorali particolari, si denuncia un’anomala quantità di tumori emolinfatici e di nascite con gravi malformazioni.
Ulteriore aspetto è la chiusura degli spazi alla cittadinanza. L’insediamento di una struttura militare porta con sé la segretezza e la limitazione del pubblico accesso. Non si tratta “solo” della chiusura degli spazi individuati per la base, ma anche dell’accesso alle aree limitrofe. È lecito pensare che, in caso di esercitazioni, un’ampia fetta di territorio si veda chiusa alla popolazione per ragioni di sicurezza e segretezza. Questo avviene in tutte le aree militarizzate, con particolare esempio sulla Sicilia e la Sardegna, dove per diversi mesi le spiagge vengono chiuse alla popolazione per permettere le esercitazioni con esplosivi.
Come Università di Pisa
Quanto appena scritto è particolarmente preoccupante rispetto all’attività accademica del nostro Ateneo. L’area militare del CISAM è infatti inserita in un territorio che si caratterizza per un’elevata presenza di edifici, terreni e proprietà dell’Università di Pisa. Una delle responsabilità centrali che deve avere l’Ateneo è quella di tutelare queste aree, preziose dal punto di vista naturalistico e scientifico (si veda il Centro Avanzi), dalla costruzione di un’infrastruttura con pesanti conseguenze ambientali e sulla salute, che potrebbe renderle inaccessibili alla maggior parte delle persone. Deve essere una priorità per la comunità accademica la difesa di questi territori in virtù della possibilità per gli studenti e le studentesse, ricercatori e ricercatrici e docenti di promuovere studi sul Parco, sulle sue specie animali e vegetali e sulle coltivazioni dell’Università nelle aree limitrofe.
proprietà UNIPI limitrofe all’area CISAM:
Poderi ed edifici
Aree agricole
Aree boscate
Come studiosi e studiose
In primo luogo, è necessario acquisire consapevolezza che ogni guerra passa per la ricerca scientifica universitaria. Le tecnologie raffinate e devastanti impiegate nei conflitti, dai dispositivi satellitari ai tristemente famosi elicotteri da combattimento “Mangusta”, sono prodotte da industrie italiane come la Leonardo S.p.A. e aziende connesse. Queste industrie hanno al centro del proprio sviluppo la ricerca tecno-scientifica, in collaborazione stretta e proficua con decine di Atenei italiani, compreso il nostro. La ricerca militare e le aziende che ne giovano sono, infatti, spesso e volentieri presenti all’interno degli ambiti scientifici accademici, in forma di finanziamenti, assegni di ricerca, partnership, orientamento e avviamento al lavoro. L’esempio di Leonardo S.p.A. è paradigmatico di un’impostazione e una simbiosi sempre più profonda tra il sapere accademico e la “fame di conoscenza” della guerra che è necessario cominciare a mettere in discussione.
Nella fase storica che stiamo attraversando, fatta di crimini di guerra, genocidio e preoccupante investimento globale nella guerra, è dovere della comunità accademica tutta promuovere un cambiamento. In questo senso è fondamentale che come studiosi e studiose riconosciamo la pericolosità del nuovo progetto della base e troviamo delle forme concrete per invertire la tendenza. Opporsi a questa base militare significa mettere un granello negli ingranaggi dell’avvitamento bellico; significa non accettare silentemente le violenze inaudite che le forze armate che ne sarebbero ospitate hanno perpetrato, negli anni, nei luoghi più disparati nel mondo.
Prendere parola all’interno delle Università, dalla posizione di chi produce il sapere e ricerca la conoscenza, è un’operazione imprescindibile per sostenere la possibilità di una de-escalation della nostra società e contribuire ad una prospettiva di pace in tutto il mondo. Nelle nostre Università, là dove elaboriamo ogni giorno forme di pensiero che vogliamo abbiano un impatto sulla realtà, dobbiamo dare voce alla nostra critica e prendere posizione. L’impegno e la dignità delle nostre accademie devono misurarsi non soltanto sulla ricchezza del sapere e della scienza che arrivano a sviluppare, ma anche sul grado di etica e sul ruolo sociale che riescono ad esprimere. E il rifiuto della guerra, del genocidio, della violenza fascista e patriarcale è il principio fondamentale di ogni virtù che orienti la ricerca.
Il progetto di autorecupero
Una condizione imprescindibile per iniziare a compiere dei primi passi, in quest’ottica di inversione di tendenza rispetto ad un futuro di guerra, è a nostro avviso la messa a disposizione di spazi per la tutela del territorio e per la costruzione di alternative di vita, di relazione e di formazione.
Il Movimento No Base sin dal principio ha ritenuto fondamentale valorizzare gli spazi che circondano l’area interessata dal progetto. Conoscere il territorio, avere dei luoghi in cui organizzare attività e momenti di incontro e formazione è uno degli antidoti più importanti alla militarizzazione, che per avvenire presuppone abbandono e incuria.
Durante il campeggio organizzato a San Piero a Grado nel luglio dell’estate appena passata, abbiamo avuto occasione di sperimentare le potenzialità racchiuse nei terreni dell’Università limitrofi all’area CISAM. In particolare, abbiamo riscoperto un terreno rimasto abbandonato da diverso tempo: la località “Tre Pini”, di proprietà dell’Università di Pisa. L’esperienza del campeggio ha restituito l’importanza di rendere accessibile quello spazio a tutta la cittadinanza – oltre che alla comunità accademica -, dando la possibilità a centinaia di persone di creare momenti di incontro e di condivisione di idee nel totale rispetto e salvaguardia dell’ambiente circostante.
Le condizioni dell’area al momento dell’ingresso restituivano lo stato di abbandono e le pericolanti condizioni in cui verteva. Oltre all’evidente incuria della vegetazione nell’area non boscata, che si presentava con un prato incolto di un’altezza di circa un metro, è risultata lampante la fatiscenza del fabbricato, che presentava segni di incendio, con le pareti completamente annerite e diverse crepe negli infissi e nelle pareti. In diversi giorni di lavori collettivi aperti alla cittadinanza, molte persone si sono adoperate per rendere agibile l’area, riuscendo a migliorare profondamente lo spazio che si intendeva utilizzare per le attività: è stata aperta un’area per assemblee, proiezioni e workshop e sono stati adibiti servizi igienici e sanitari compresi di wc, docce e lavandini, fino a quel momento assenti, per permetterne l’utilizzo da parte di tuttə.
Ogni aggiunta è stata fatta rispettando l’ambiente circostante utilizzando materiali a basso impatto ambientale e sfruttando il più possibile le strutture già predisposte. Sono state in prima battuta ripulite le pareti del fabbricato dalla fuliggine e sono stati costruiti ponti in legno sui fossi del terreno per rendere accessibile e sicura la totalità dell’area. Oltre a ciò, per tutta la durata del campeggio è stata fatta estrema attenzione ai prodotti usati, dai piatti lavabili al dentifricio biodegradabile. Le prospettive sono altrettante: tramite un utilizzo prolungato dello spazio si potrebbero compiere molti altri lavori di cui abbiamo già potuto vedere la necessità, come ad esempio quelli della messa in sicurezza più in profondità dei fabbricati.
Riqualificazione dei campi
Pulizia degli interni del fabbricato
predisposizione dell’area lavandini in legno
costruzione dei servizi sanitari
Lo spazio attraversato da centinaia di persone per le iniziative del campeggio
Prendere posizione concretamente: aprire spazi di pace in tempi di guerra
In un momento di tensione bellica globale, di genocidio e crimini di guerra, in cui tutto il mondo, compreso il nostro Paese, si proietta sull’investimento bellico, è una responsabilità collettiva quella di immaginare strumenti per preservare e costruire la pace. Come cittadini e cittadine, come comunità accademica e persone improntate alla valorizzazione dei saperi, è nostra responsabilità mettere le nostre conoscenze, i nostri strumenti, i nostri spazi e tempi, a disposizione di questo obiettivo.
Mettere a disposizione uno spazio come quello dei “Tre Pini” al Movimento No Base, che ne permetterà la fruizione a tutta la cittadinanza, significa aprire una possibilità di pace in un contesto in cui la guerra è sempre più presente in vari livelli delle nostre vite. Significa salvare il Parco Naturale da una devastazione ecologica, preservare il valore di quel territorio dall’imminente chiusura e militarizzazione. Significa, per noi, costruire un’alleanza in favore di un obiettivo realizzabile solo tramite l’acquisizione di responsabilità di tutte le istituzioni che ricoprono un ruolo politico, sociale ed economico di primo piano nella nostra città e società tutta. Significa avere lo spazio per la costruzione pratica e teorica di un’alternativa rispetto all’escalation bellica degli Stati-Nazione. Un’alternativa che parta dal basso, dalle persone, e che abbia a che fare con la sperimentazione di saperi diversi, di pace, in connessione con il territorio in cui si situano e i suoi bisogni.
Abbiamo bisogno di un’istituzione che prenda posizione a tutela del territorio in cui è inserita, e abbiamo urgenza di usare i nostri saperi in favore di ipotesi di giustizia e di pace. Crediamo in un’Università che sia capace di recepire i bisogni che la società esprime, che sappia raccogliere le urgenze del presente e perseguire prospettive di giustizia in modo disinteressato, ponendo le basi per la realizzazione di processi di cooperazione collettiva che permettano la costruzione di una pace permanente, un’aspirazione a cui nessunə studiosə può rinunciare.
Se fai parte della comunità accademica e vuoi fare la tua parte per la realizzazione di questo obiettivo, fai un primo passo firmando l’appello al mondo accademico e studentesco per l’assegnazione del podere “Tre Pini” al Movimento No Base!
L’assemblea del mondo della formazione “ribellarsi alla cultura della guerra” ha visto collettivi e sindacati studenteschi di scuole e università, associazioni, comitati e sindacati di docenti e lavoratorǝ della scuola, movimenti antimilitaristi e transfemministi da tutto lo stivale e dalle isole esprimere la volontà di costruire un processo di mobilitazione contro l’escalation bellica nei contesti formativi.
“Le guerre non scoppiano da un giorno all’altro, ma si preparano” questo è il presupposto da cui siamo partitǝ, sentendo la necessità di individuare le forme in cui i luoghi della formazione si prestano alla preparazione delle guerre e mettere in dialogo le affinità e le specificità dei territori e delle diverse persone che li attraversano, ricercando le possibilità di attivazione, gli spazi organizzativi di discussione e socializzazione necessari a ribellarsi alla cultura della guerra e sviluppare alternative formative, relazionali, sociali valide per tantǝ giovani, persone piccole, studentǝ, docenti, ricercatorǝ, genitorǝ. Tutto questo nella direzione di disertare, bloccare e scioperare dalla cultura della guerra, la ricerca bellica e le forme di arruolamento sempre più pervasive negli ambienti formativi.
Senza pretesa di esaustività o sintesi, vediamo l’assemblea del 14 Luglio a San Piero a Grado come momento di un processo lungo e da costruire insieme a chi già lotta o sente il bisogno di iniziare a contrapporsi alla cultura della guerra e alle pratiche di reclutamento militarista di scuole, università, contesti giovanili, all’interno del processo in corso di costruzione verso una prima mobilitazione generale il 21 ottobre a Pisa e in Sicilia che possa porre le basi per bloccare l’escalation di guerra in ogni luogo e in ogni ambito delle nostre vite.
Come agisce la cultura della guerra?
A partire dalla discussione possiamo individuare alcune forme che assume la cultura della guerra negli ambienti formativi: le modalità di legittimazione ideologica e culturale della guerra; le forme di disciplinamento delle componenti studentesche e irregimentazione dei comportamenti; i meccanismi di arruolamento più o meno espliciti, sia rispetto agli ambiti esplicitamente militari, sia rispetto al lavoro di produzione industriale bellica e di ricerca scientifica per lo sviluppo di nuove tecnologie.
Prima di entrare nel merito dei nodi emersi, vogliamo riportare alcuni elementi trasversali e intrinseci del fenomeno della cultura della guerra.
In primo luogo, abbiamo riconosciuto la strutturalità di questo fenomeno, che si articola in forme ed esperienze differenti e si basa sulle dinamiche di manipolazione della conoscenza proprie di molta informazione e concezione del sapere: un esempio tra tutti è il fatto che la scienza venga narrata come un fatto neutro, quando, invece, è profondamente orientata politicamente e socialmente.
Un secondo elemento di trasversalità è la dimensione patriarcale interna alla formazione istituzionale: ricorrente nelle esperienze di moltǝ studentǝ è la violenza della trasmissione della conoscenza, che riproduce l’asimmetria e l’inquadramento nei ruoli di genere, a partire dalle scuole dei gradi inferiori, ed è connotata (nei contenuti e nella narrazione dei saperi) in modo molto maschile e individualizzante; questo aspetto lo vediamo molto anche sul piano della docenza e della ricerca universitaria, nell’asimmetria dei rapporti di genere tra professori e professoresse, ricercatori e ricercatrici etc. oltre che in modo “verticale” ai diversi gradi della carriera accademica.
Un terzo elemento fondamentale riguarda le condizioni materiali in cui versano i contesti formativi: il definanziamento, la privatizzazione di determinate funzioni, la precarietà e insufficienza delle assunzioni, il fenomeno delle “classi pollaio”, le conseguenze individualizzanti e nocive della salute mentale causate dalla DAD costituiscono una torsione neoliberista delle scuole e delle università che va di pari passo con lo svuotamento dei territori e la proposta di carriere militaricome elemento “compensativo” per il futuro lavorativo dellǝ studentǝ (la Sicilia è un esempio, non unico, di questo fenomeno). La formazione non costituisce più una forma di emancipazione sociale nella misura in cui vede il carovita, l’aumento degli affitti, il costo stesso degli studi, la precarietà lavorativa dellǝ docenti come rapporti di forza economici di base che rendono più fragili e ricattabili le persone e in cui si inquadra la cultura della guerra, costituendo un intreccio economico-culturale della militarizzazione della formazione.
Legittimazione ideologica della cultura della guerra
Una delle forme che assume la cultura della guerra è quella della legittimazione ideologica: questo avviene con iniziative e narrazioni di propaganda nelle scuole che legittimano la militarizzazione e la cultura della difesa nei valori della patria, del sacrificio, dell’eroismo, della resilienza etc. Dalle scuole dell’infanzia alle università le forze armate si presentano quindi come soggetti educanti, proponendo iniziative di formazione (es. seminari su droghe, cyberbullismo e violenza di genere, gite nelle caserme o nelle basi militari, progetti di educazione civica tenuti da militari…) che divengono parte curricolare del piano formativo di ogni studentǝ, normalizzando la propria presenza ed il piano della guerra nella vita delle persone sin dai primi gradi di formazione. Questo aspetto si lega alle esigenze di arruolamento e disciplinamento che riporteremo in seguito, in quanto costituisce una formazione funzionale a preparare le persone a vivere in un mondo militarizzato e in guerra.
La legittimazione di cui abbiamo parlato emerge anche nella forme di un occultamento della guerra negli ambiti umanistici della conoscenza: vediamo un significativo investimento in saperi connessi con la risoluzione dei conflitti, peacekeeping, conoscenza dei contesti geopolitici e delle relazioni internazionali, in cui spesso la valorizzazione nella carriera universitaria, motivata anche da interessi genuini, va di pari passo con la rimozione delle cause concrete dei conflitti in paesi non europei. Accanto a questo, sono diffusi in molti atenei accordi, anche in ambito civile e apparentemente innocuo, con il Ministero della Difesa Italiano e con Stati coloniali e autoritari come Israele.
Disciplinamento, merito e repressione
Il disciplinamento di cui abbiamo discusso emerge nelle differenti forme di regolamentazione dei comportamenti, della condotta nelle scuole, nelle retoriche che orientano le modalità della formazione: dalla retorica di competizione, merito e umiliazione, spinta in maniera forte dal ministro Valditara e dal governo Meloni (in continuità con i precedenti), sino alla presenza militare esplicita nelle scuole. Un esempio viene dalle scuole di Torino, in cui è stato denunciato da studentǝ e docenti il ruolo delle forze dell’ordine nelle scuole per isolare chi si oppone, con la presenza di reparti di celere nei corridoi durante i colloqui per la condotta e con controlli antidroga particolarmente violenti e mirati, voluti da presidi e da alcunǝ docenti.
Vediamo un fenomeno simile anche nella dimensione urbana, con la normalizzazione della presenza di forze armate negli spazi pubblici, la pervasività di immagini connesse allo scenario bellico e delle armi, dentro un quadro di una concezione violenta e repressiva di sicurezza.
Allo stesso modo, anche in altri ambiti non scolastici, come nei progetti di accoglienza per persone migranti o all’interno delle carceri, l’impianto formativo è sempre più appaltato a forze armate, polizia, prefettura, che ricoprono un ruolo di istruzione.
Arruolamento e formazione di nuovi eserciti
Infine, abbiamo individuato le forme più esplicite di reclutamento ideologico e materiale di studentǝ di ogni grado formativo a partire dal carattere sempre più istituzionale e curriculare della presenza di forze armate nelle scuole. Questo avviene anche grazie all’intesa tra ex MIUR, Ministero della Difesa e Ministero del Lavoro del 2017, che ha formalizzato tale presenza nel quadro dell’alternanza scuola lavoro e in cui il Ministero della Difesa ha acquistato importanza in ambito educativo (come nell’educazione ambientale e di genere). Gli obiettivi sono di fidelizzare fin dall’infanzia lǝ studentǝ e fornire proposte occupazionali connesse con il comparto militare: alcuni esempi sono i PCTO svolti nelle basi militari e la presenza di Esercito e Forze dell’Ordine negli orientamenti in uscita dalle scuole superiori, al Salone dello Studente e negli open day. Allo stesso tempo, come docenti, abbiamo denunciato l’arbitrarietà nella gestione dei PCTO, spesso delegati a singolǝ docenti che si ritrovano a stabilire quale progetto sia opportuno e quale no. Più in generale, è sempre più incalzante la compenetrazione tra settore pubblico militare e industria privata, per cui anche le guerre sono condotte su base fortemente “privatistica”.
Un altro caso di arruolamento esplicito dentro la logica della guerra e dell’esercito è il disegno di legge di La Russa, che prevede l’implementazione della “mini naja” per giovani studentǝ, a partire da un progetto già esistente ma non più finanziato. Questa leva “volontaria” dovrebbe essere aumentata a 40 giorni, fornire crediti per l’esame di maturità e per l’Università e punteggio per i concorsi pubblici; questa andrebbe ad aggiungersi alla già attiva ferma volontaria. Per quest’ultima la durata sarà aumentata a tre anni, l’età minima di partecipazione abbassata a 18 anni senza obbligo di diploma (incentivando l’abbandono scolastico) e lo stipendio sarà alzato.
Di pari passo, vediamo una dinamica di arruolamento specifica nella filiera produttiva del complesso militare-industriale che investe soprattutto le Università: dai progetti di ricerca, a conferenze, seminari, presentazioni e interi corsi di studio, sono significativi i finanziamenti del comparto bellico sia in progetti militari che “dual use”. Questi finanziamenti vengono da soggetti disparati, da Leonardo a Frontex, dalla NATO al Ministero della Difesa e sono rivolti sia all’attività di studio e ricerca che di lavoro dopo la laurea. Il legame è molto forte in ambiti tecnoscientifici e ingegneristici ed è spesso connotato da scarsa trasparenza o forme di segreto, che rendono difficile svelarne il rapporto concreto con l’escalation bellica. Abbiamo evidenziato il legame stretto tra la dimensione di arruolamento in questa filiera produttiva e scientifica e la volontà sincera di apprendere e formarsi che caratterizza lǝ studentǝ che intraprendono il percorso universitario: è spesso difficile riconoscere e contestare i legami tra il comparto militare e i saperi appresi quando sono profondamente intrecciati (in termini di contenuto e di finanziamenti) con quello che viene scelto di studiare nella vita e che fornisce motivazione e interesse nello studio e nella ricerca.
Esigenze di cambiamento e alternativa
A partire dal racconto di esperienze e modalità di azione della cultura della guerra negli ambienti formativi, sono emerse nell’assemblea numerose e differenti esigenze di lotta, cambiamento e trasformazione della realtà che viviamo. La cornice generale di queste esigenze ha a che fare con il riconoscimento che la filiera militare è intrinseca e strategica nei modelli formativi scolastici e universitari, per cui una lotta che si opponga a questi modelli deve necessariamente essere capace di pensarne di nuovi e alternativi, coinvolgendo tutti i soggetti che ne fanno parte (da studentǝ a ricercatorǝ, da docenti a genitorǝ). Per realizzare ciò, abbiamo posto come necessaria l’acquisizione di consapevolezza di questi problemi e di una postura di non passività dentro queste dinamiche, di responsabilità, scelta e anche volontà di disobbedire e ribellarsi per essere incisivǝ.
Sul piano dell’alternativa, è importante il contributo della prospettiva transfemminista per ridefinire i concetti di sicurezza e autodifesa, ancora troppo relegati a posizioni militariste. Serve immaginare una sicurezza dal basso costruita mediante i legami sociali e il protagonismo delle persone oppresse, senza delegare alle autorità militari o di polizia. Negli ambiti giovanili è necessario rompere la difficoltà a parlare di guerra, affrontandola a partire da una lettura complessa delle oppressioni vissute, dei bisogni e dei desideri, oltre che alla formazione di una conoscenza critica del presente, cercando di individuare gli spazi in cui il sistema ha meno agibilità e potere. La cultura militarista agisce facendo leva sull’oppressione e la debolezza che le persone subiscono nella società e nei contesti formativi offrendo una prospettiva di forza e affermazione che segue schemi nazionalisti e patriarcali. Per scardinare questa dinamica serve costruire una prospettiva di lotta e coinvolgimento concreto che sappia modificare le condizioni e l’esperienza in cui si vivono i contesti formativi, basata su principi di cura, dialogo, condivisione e problematizzazione della realtà, valorizzando l’insofferenza diffusa verso le forme di disciplinamento violente che l’attuale sistema formativo impone. Per questo serve dare spazio e voce ai bisogni che la guerra amplifica e di cui si nutre: dal carovita al caro affitti, dalla violenza di genere alla salute psicologica, fino alla distribuzione della ricchezza e del welfare. Questo ha a che fare con la capacità di costruire maggiori possibilità di autodeterminazione e liberazione dalla dipendenza verso l’opzione della cultura della guerra e della carriera militare. Lo stesso tipo di approccio vale per le realtà del terzo settore, in cui è fondamentale immaginare e costruire processi alternativi al metodo disciplinante delle Forze dell’Ordine nei contesti di formazione migrante e in carcere.
Infine, è emersa l’esigenza di desecretare le informazioni legate alla filiera della ricerca militare: da un lato svelare la relazione tra comparto bellico e mondo accademico individuando gli obiettivi bellici dei progetti e gli interessi e le attività delle aziende coinvolte; dall’altro comunicare con chi porta avanti queste ricerche all’interno dell’università, senza delegare a singolǝ ricercatorǝ la responsabilità di rifiutare questi progetti, ma costruendo un sistema di alleanze che coinvolga e non faccia sentire sole le persone che lavorano in questi ambiti.
Analizzando l’eterogeneità territoriale delle relazioni tra il comparto bellico e i differenti ambienti formativi, è necessario immaginare delle proposte politiche e di lotta altrettanto eterogenee ma sinergiche e comunicanti, che possano radicarsi sui territori nei differenti contesti.
Come fermiamo la cultura della guerra?
Alla luce degli elementi e delle esigenze emerse nell’assemblea, le persone e le realtà che hanno partecipato hanno proposto differenti modalità di conoscenza, azione e contestazione per contrapporsi alla cultura della guerra.
Un primo ordine di pratiche riguarda l’esigenza di desecratare e mettere a sistema le forme in cui agisce la militarizzazione nei luoghi della formazione, ricercando i bisogni concreti delle persone che vivono questi contesti:
laboratori di inchiesta (domande semplici e risposte) con lǝ studentǝ per interrogarsi su quanto siano presenti militarizzazione e cultura della guerra nel percorso formativo (es. gite in caserma, PCTO nelle basi…);
inchieste e autoinchieste negli atenei e nelle scuole sulla consapevolezza dellǝ studentǝ rispetto all’impiego nella filiera bellica delle proprie conoscenze e dei propri studi;
mappature popolari su qualità delle strutture scolastiche, numero dellǝ docenti in relazione al numero di studentǝ, condizioni economiche delle scuole e risorse disponibili etc. per conoscere le condizioni materiali in cui versano gli istituti formativi di un certo territorio;
In secondo luogo sono state condivise pratiche di confronto e informazione per cominciare a discutere di questi temi là dove ancora non è presente un dibattito, approfondire le forme che la cultura della guerra assume e costruire spazi di organizzazione:
Differenti tipi di assemblea: assemblee pubbliche, assemblee cittadine, assemblee di classe, d’istituto, di corso e d’ateneo a tema. Su questo tipo di discussione è stata sottolineata l’importanza di un sostegno reciproco tra studentǝ e docentǝ nella promozione di questi momenti;
Iniziative territoriali congiunte di informazione e dibattito in particolare in occasione dell’ inizio delle lezioni scolastiche e universitarie;
Promozione di dibattiti tra la componente ricercatrice. sia in sedi istituzionali e nelle lezioni sia in spazi costruiti appositamente;
Volantinaggi e striscionate;
Occupazioni tematiche per discutere di argomenti connessi alla guerra e le sue conseguenze;
Formazione di comitati dei genitori per tutelare studentǝ piccolǝ e per denunciare e opporsi alle forme di militarizzazione nelle scuole;
Un terzo strumento che abbiamo nominato è quello delle campagne sia informative che di contestazione che possano declinarsi sui territori anche in ragione delle singole specificità (controparti differenti, contesti sociali e formativi differenti, ecc.): un esempio importante che è uscito è quello di sviluppare campagne di informazione, contestazioni e occupazioni per desecretare la guerra, svelare le partnership con aziende e apparati bellici (es. Leonardo SpA, FRONTEX, NATO, Ministero della difesa…), nella direzione di stralciarle.
Infine, sono state individuate delle azioni da portare avanti su livelli differenti, per sostanziare le forme di lotta che immaginiamo possano scaturire dalle discussioni, informazioni e campagne che abbiamo finora riportato e che possano bloccare effettivamente delle situazioni di militarizzazione e cultura della guerra:
Vademecum per tutte le persone che attraversano i luoghi della formazione che dia informazioni su come fare azioni di diffida, mozioni nei collegi docenti, nei consigli d’istituto e nei senati accademici per bloccare i progetti militari;
Blocchi dei senati accademici e consigli d’istituto in cui accordi, partnership e progetti vengono discussi e presentati come percorsi formativi fondamentali (spesso perchè legati a finanziamenti sostanziosi per scuole e università);
Blocco delle lezioni dei docenti che hanno relazioni con aziende belliche, NATO e Ministero della Difesa e che promuovono la retorica e i progetti guerrafondai;
Occupazioni di scuole e università per risignificare gli spazi costruendo possibilità altre di formazione e relazione che possano costituire esperienze di ricchezza collettiva, cura, problematizzazione dei bisogni e ricerca di maniere comuni per soddisfarli;
Forme di contestazione diretta al governo e alle sue politiche e retoriche di disciplinamento, contestando, ad esempio, le passerelle dei Ministri in città, scuole e università;
Scioperi produttivi e riproduttivi di scuole e università di tutti i comparti e componenti: studentǝ, docentǝ, ricercatorǝ, lavoratorǝ di cura (es. personale ATA, pulizie, portierato ecc.);
Appuntamenti di mobilitazione
21 ottobre mobilitazione generale a Pisa e in Sicilia “Fermare l’escalation: unit contro guerra, armi e fossile”
4 novembre mobilitazione del mondo della formazione diffusa sui territori contro la cultura della guerra
L’Europa corre al riarmo, con il nuovo piano di finanziamento straordinario della produzione militare dei singoli Paesi. Si chiama Act of support ammunition production e l’acronimo Asap è tutt’altro che un gioco di parole: indica che la conversione industriale verso il settore militare e l’accelerazione dell’economia di guerra costituisce una priorità strategica per il mondo euro-atlantico. Il duplice obiettivo europeo è da un lato quello di intensificare le missioni militari ai confini, e dall’altro rifornire le scorte degli eserciti non solo per mantenere continui gli aiuti militari in Ucraina, ma in prospettiva anche per farli crescere.
Il nuovo regolamento prevede, in particolare, lo stanziamento di ulteriori di 500 milioni di euro per le spese militari comunitarie, che segue il rifinanziamento di 1 miliardo di euro dello strumento europeo per la pace (European Peace Facility, EPF), destinato al sostegno militare all’Ucraina. Il fondo da 500 milioni potrà finanziare fino al 60% la produzione dell’industria bellica: piogge di fondi europei alle aziende private produttrici di armi, con una profondissima commistione di interessi tra la Commissione Europea e le lobby militari.
Economia di guerra implica aumento dei tassi d’interesse, contrazione della capacità di spesa e del potere di acquisto, smantellamento del welfare e delle misure di sostegno al reddito, aumento delle spese militari. Anche il PNRR è piegato alle nuove esigenze del processo di escalation e sarà possibile – se non immediatamente, forse domani – investire i fondi di ripresa e resilienza nel settore bellico. La terza rata del PNRR (19 miliardi) continua a slittare dal mese di marzo, poiché per oltre il 25% dei progetti non risultano avviate le gare d’appalto e l’assegnazione dei lavori; e anche la quarta (16 miliardi) slitta indefinitamente. Le scadenze per l’erogazione dei finanziamenti vengono di volta in volta slittate, e così il governo italiano ha chiesto altri quattro mesi per la riformulazione di un nuovo PNRR aggiornato. I ritardi non sono elementi tecnici o burocratici, ma nascosti dietro dibattiti poco comprensibili alla popolazione, si possono osservare alcune modifiche sostanziali del piano e le priorità del governo Meloni. Nei documenti rivisti, il numero di posti negli asili nido inizialmente previsti si è ridotto, e anche sulla costruzione delle colonnine elettriche e delle stazioni a idrogeno (previste con i fondi della terza rata) il ritardo del Governo è sintomo di una scarso investimento sul tema della transizione ecologica. Con lo scoppio della guerra, al PNRR originario era già stata aggiunta una voce significativa, relativa al RePowerEU, il piano europeo per la cosiddetta “diversificazione energetica”, in cui le fonti di approvvigionamento del gas russo sono sostituite da nuove importazioni di gas liquido da Stati Uniti, dal nordafrica (Algeria ed Egitto in particolare), dal Mediterraneo Orientale (Israele, Qatar, ecc.). Si tratta di un nuovo capitolo di spesa per i PNRR dei paesi europei, giustificato dallo scenario bellico globale, in cui la costruzione di infrastrutture energetiche godrà di deroghe speciali, che svincolano i progetti dai vincoli ambientali e climatici, e in cui fondi pubblici saranno investiti per la costruzione di gasdotti e rigassificatori (come ben abbiamo visto in Italia).
Diventa fondamentale quindi capire come si articola l’economia di guerra e su chi ricadono i suoi costi, in termini ambientali, sociali ed economici. Nella tavola rotonda “Desecretiamo l’economia di guerra” si vogliono approfondire e discutere questi nodi, nell’ottica di una conoscenza condivisa e comune. Son intervenut: Martina Pignatti (Rete Pace DIsarmo), a seguire dibattito libero con interventi di singoli o di realtà.