Dall’Accademia della modernità democratica. Rifiutare la guerra per costruire una vita collettiva di pace – Intervista al Movimento No Base

Dall’Accademia della modernità democratica. Rifiutare la guerra per costruire una vita collettiva di pace – Intervista al Movimento No Base

Riportiamo di seguito un’intervista del Movimento No Base rilasciata all’Accademia della Modernità Democratica tra Settembre e Ottobre 2025. Un approfondimento che fa il punto dettagliato sullo stato dei lavori per la costruzione della base, sui modi con cui sta agendo lo Stato italiano rispetto all’opposizione alla guerra, sulle forme di espressione della militarizzazione sul territorio e molto altro.

Il Movimento No Base è un movimento popolare nato a Pisa nel 2022 per difendere un Parco naturale dal progetto di una nuova base militare. La prima parte dell’intervista si è svolta durante il campeggio di lotta No Base a San Piero a Grado nel settembre 2025. La seconda parte a fine ottobre, dopo le settimane di mobilitazione in sostegno alla Global Sumud Flotilla, che in tutta Italia hanno coinvolto milioni di persone.

PARTE 1

All’interno del quadro globale della terza guerra mondiale, e rispetto al ruolo che in essa gioca l’Italia, in che modo inserite la costruzione della base a San Piero?


La nostra analisi sul tema della base abbiamo iniziato a costruirla nel 2022: sia lo sviluppo logistico militare del nostro territorio che la nostra analisi poggiano su uno scenario sempre di scala maggiore. Per riprendere il nostro ragionamento, noi quando ci siamo trovati nella prima assemblea a Coltano, dove era inizialmente previsto il progetto ad aprile 2022, iniziamo un po’ a tematizzare questo progetto, cercare di capire cosa contemplasse questa base militare, sui corpi e quant’altro. Inizialmente ci siamo concentrati sulle ragioni per cui si era scelto di costruire la base su questo territorio. E questo ci ha permesso di rintracciare una storia di sviluppo del nostro territorio che, sicuramente a partire dagli anni ‘50 dalla base di Camp Darby, e poi con più intensità negli ultimi venti trent’anni, è diventato un hub logistico militare centrale nella logistica della guerra. Il motivo per cui si sceglieva di fare questa base a Coltano, e oggi a San Piero che è comunque sempre all’interno dell’area del parco naturale di San Rossore e sempre vicina a Camp Darby, è proprio la sua possibilità di agire in raccordo operativo logistico con Camp Darby, la base della Folgore, il Cisam [Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari, un centro di ricerca della Marina Militare], l’aeroporto militare e il porto di Livorno. Questi sono stati i primi elementi che abbiamo individuato come centrali e poi gradualmente abbiamo allargato la nostra analisi e abbiamo trovato tanti nuovi pezzetti. Questo era il motivo per cui la base poteva pure spostarsi di 10 o 20 km, ma avrebbe dovuto comunque ricadere, secondo questa logica, all’interno di questo territorio.

Il fatto che lo stesso territorio italiano si stia trasformando attraverso hub logistici risponde a un’altra trasformazione militare, cioè quella da un esercito pensato per la difesa, che quindi per lo più operava ai confini, ad un esercito pensato in maniera offensiva e coloniale per cui anche le stesse forze militari si riorganizzano all’interno di hub logistico-militari che hanno la funzione di integrare le forze e renderle più efficaci ed operative nei teatri di guerra in tutto il mondo. Questo è come abbiamo analizzato il ruolo di questa base all’interno dello scenario regionale, e poi intrecciato al tema di Spezia, dove c’è la marina militare e una delle più grandi fabbriche di armi della Leonardo, di Genova con il porto, e di Piombino.

Giusto altre due piccole cose tra le tantissime riguardo al ruolo che queste forze hanno nel mondo. La prima è che quando noi iniziamo questa mobilitazione nell’aprile ‘22, ci interfacciamo con la nascita di un’altra mobilitazione a Piombino contro un progetto di rigassificatore, e lo svilupparsi in modo parallelo di queste due mobilitazioni sul territorio è stato fondamentale perché ci siamo resi conto dell’intreccio tra la riorganizzazione bellica su scala planetaria e il tema energetico. Questo ci ha permesso di individuare un nesso tra queste due battaglie che non riguardava solo la modalità operativa – in entrambi i casi due decreti arrivavano e imponevano sul territorio dall’alto verso il basso questi progetti super imponenti a cui la popolazione si opponeva -ma anche l’intreccio che c’era tra il tipo di sviluppo militare che vedevamo del paese e in Europa, e le politiche energetiche. Questo è stato un punto che abbiamo tanto tematizzato nella lotta.

Allora su questo aspetto abbiamo avuto l’opportunità da subito di approfondire quelli che sono i ruoli delle forze speciali dei carabinieri che si vogliono insediare in questa nuova base militare. Sono i reparti dei paracadutisti Tuscania e del Gruppo di Intervento Speciale che sono delle forze speciali dei carabinieri; quindi, militari per quello che è l’ordinamento militare italiano, che svolgono dei ruoli di intervento d’élite in missioni militari all’estero, ma a livello interno hanno anche delle funzioni che sono fondamentalmente di intelligence, contro-insurrezione, addestramento di forze paramilitari di altri paesi. E sono forze che conosciamo perché sono nate con le prime rivolte nelle carceri dei detenuti politici italiani durante gli anni ‘80 e che hanno continuato a svolgere questo tipo di funzione in maniera abbastanza pesante nel corso dei decenni. Per fare degli esempi e capire il ruolo che svolgono, e quindi il ruolo della base nello scenario della Terza guerra mondiale, sono forze speciali che sono impiegate con l’obiettivo di destabilizzare, studiare e prefigurare una serie di scenari; destabilizzare attraverso alleanze del nostro paese dal punto di vista militare o di fornitura bellica con una o l’altra forza di determinati contesti, al fine di favorire poi l’intervento italiano sotto il profilo militare, in maniera più pesante, ma anche estrattivo con il ruolo di Eni, Snam e altre multinazionali del gas e del petrolio. Si tratta di quelli che definiamo interessi neocoloniali dell’Italia. Sono forze che sono state presenti in Mozambico, in Iraq, in Libano, in Somalia negli anni ‘90 durante il conflitto; forze che hanno addestrato, ed è ufficiale, la guardia costiera libica, e che sono attualmente presenti anche a Rafah al confine egiziano con Gaza. Da questo punto di vista ricoprono veramente un ruolo di avanguardia. Rispetto all’hub militare pisano, per farsi un’idea di questo ruolo, è recente la notizia che i paracadutisti della Folgore abbiano addestrato le milizie libiche di Haftar e quindi è proprio evidente come queste forze svolgano una doppia funzione anche all’interno di scenari di guerra civile in altri paesi del “Mediterraneo allargato”, così definito dal nostro paese per bocca del governo: nord Africa, Corno d’Africa, Medio Oriente ed est Europa, come campo d’interesse di conflitti e di intervento, il cui fine non è risolvere determinate situazioni dal punto di vista militare, ma costruire questa destabilizzazione per continuare a favorire interessi strategici del nostro paese, come nel caso della Libia dove il nostro esercito addestra e favorisce formazioni differenti e contrapposte.

Un’ultima cosa rispetto al legame di questa base con la Terza guerra mondiale è il modo specifico in cui muta anche la morfologia del territorio. Proprio in questo scenario di guerra globale la scelta di istituire questo progetto in un parco naturale protetto si inserisce nella volontà di eliminare e sterminare tutto ciò che appartiene a una tradizione, alla natura e al legame che l’essere umano ha con la terra, e invece cambiarla e mutarla in qualcosa che è grigio anche visivamente, mutarla in favore non della vita, che è rappresentata dalla natura, ma verso la morte e verso l’industria bellica.

Come nasce il movimento? A che punto sono i lavori per la costruzione della base, e in che modi sta agendo lo stato italiano?

Diciamo tra virgolette che la base “viene scoperta” leggendo il decreto sulla Gazzetta Ufficiale: quello che ci colpisce è che abbiamo trovato sulla Gazzetta un decreto attuativo che prevedeva da lì a sessanta giorni di iniziare i lavori per un’opera cosi invasiva, costosa e devastante sul territorio, senza che nessuna forza politica avesse mai proferito parola. Quindi quello che scopriamo è che un sistema che si ammanta di democraticità e trasparenza, in realtà abbia agito compatto nel nascondere questa informazione, perché su quel progetto ci sono le firme di tutti i partiti e tutti gli enti dal livello locale a quello nazionale. Da un lato capiamo che c’è un nemico piuttosto compatto, e che, con sfumature e letture diverse, sostiene la guerra e la militarizzazione dei territori; dall’altro una lista civica che oggi è anche parte del Movimento No Base dà visibilità a questo decreto, lo rende pubblico, lo manifesta visibilmente attraverso i social, e viene organizzata questa prima assemblea al circolo di Coltano che raccoglierà un’enorme partecipazione, trecento/quattrocento persone, in cui si passa la serata in un susseguirsi di interventi che cercavano di capire di cosa si trattasse, che mettevano alla luce tantissime forme di opposizione, tantissime politiche ma anche prepolitiche, perché da un lato ci sono le organizzazioni sociali, ambientaliste, transfemministe del territorio, ma poi c’erano anche abitanti, persone… ci sono molte persone che abitano a Coltano e si trovano a vivere questa come una doccia fredda che cade sul territorio, indifferente alle esigenze e alle peculiarità di quel territorio.

Questa cosa dà il via, in modo molto rapido e con una certa spontaneità, ad una mobilitazione che in quaranta giorni riesce a portare a Coltano diecimila persone e che riesce a espandersi e a chiamare a raccolta tantissime realtà, il 2 giugno del 2022. Con tante sfumature, tante letture diverse, c’è però sicuramente il territorio inteso in senso allargato, perché c’è tutta la Toscana, e arrivano delegazioni da tutta Italia, dal movimento No Tav a quello No Muos, e veramente da molte parti d’Italia, e ci sono molti abitanti di Coltano. Questo ci dà l’occasione in quel momento per iniziare a confrontarci con gli abitanti e capire quale fossero le esigenze del territorio. E questo dà il via a un processo che chiameremo “Rinasce Coltano” organizzato per tavoli di lavoro, che mettendo insieme i saperi più esperti di agronomi, ingegneri, territorialisti, e persone del territorio, inizia a mappare la struttura del territorio che era abbandonato, come spesso succede, perché lo stato si presenta in questa doppia faccia: da un lato abbandona, e quando si presenta, si presenta come strumento coercitivo. E Coltano rappresentava benissimo questo paradosso: l’abbandono per tantissimo tempo – non c’erano servizi, c’erano problemi fognari, non c’erano i mezzi di trasporto pubblico, edifici anche di grandissimo valore storico in decadenza… – e poi arriva lo Stato, e però arriva come un macigno schiacciando tutto quello che c’è. Diciamo che questo apre appunto il lavoro, la riflessione. Parallelamente però, dopo la mobilitazione del 2 giugno, il governo sceglie di ritirare questo decreto e aprire un tavolo di lavoro che avrebbe valutato altre possibilità. Rispetto a questo abbiamo sempre avuto una grandissima chiarezza nel senso che non ci è mai interessata nessuna di queste negoziazioni perché il nostro punto è fermo, ed è il rifiuto della guerra e la costruzione di un’altra vita collettiva di pace e di coesistenza tra popoli. Per cui diciamo questo. Lo cito perché è una cosa che nel frattempo è successa sul piano istituzionale, che ha portato i partiti a prendere posizioni diverse ma sempre dentro l’accettazione della base, mentre dal nostro punto di vista è stato immediatamente naturale che questo piano non ci interessasse.

Quindi con questo nuovo decreto, e l’apertura di questo tavolo inter-istituzionale, succede che da un lato le istituzioni iniziano a creare un contesto di omertà perché non esce più nessuna informazione da questo tavolo, e per noi inizia una battaglia di trasparenza e accesso agli atti che continua ad andare avanti. D’altra parte non arretriamo e in quel momento iniziamo a ragionare sull’importanza di sedimentare nel territorio e nella società un ragionamento di rifiuto dalla guerra che comprendesse la guerra come un processo globale a 360 gradi. Per cui parallelamente a costruire una mobilitazione e iniziare a organizzarci su San Piero, che era poi stato individuato come altra possibile collocazione della base, iniziamo a lavorare su altri piani che sono quelli dell’intreccio tra interessi militari ed energetici, quello delle scuole, per cui facciamo un laboratorio sul militarismo nelle scuole, lavoriamo nell’ambito dell’università a costruire relazioni con il territorio in modo sempre più ampio, proprio con questa intenzione di decostruire la guerra sia nella sua componente logistico-militare-materiale, che nella sua dimensione psicologico-emotivo-culturale.

Nell’estate del 2023 apriamo anche un progetto di mobilitazione a livello nazionale che chiamiamo “Fermare l’escalation”, con l’obiettivo e l’ambizione di avviare un processo di relazione tra diversi soggetti a livello nazionale e anche dei territori, di ragionamento e condivisione di quelle che potessero essere delle prospettive di lotta contro la guerra che intervenissero su tutte le forme con cui la guerra si manifesta sui territori. Questa cosa ha preso vita soprattutto a partire da un campeggio che abbiamo svolto al Presidio di Pace dei Tre Pini, di fronte al sito dove insieme a Pontedera è prevista la base militare, e ha dato vita a una mobilitazione nazionale il 21 ottobre 2023 che ha portato migliaia di persone intorno alla base del Cisam e Camp Darby, e a una invasione di massa della base del Cisam che è stato un segnale molto importante dal nostro punto di vista per provare ad anticipare quelli che erano i tentativi della controparte, che non ha mai agito sotto un profilo muscolare. Nonostante la tensione ovviamente sia altissima rispetto alla questione perché è un progetto ad alto interesse strategico, la controparte ha sempre cercato di invisibilizzare questa lotta, il dissenso e le forme di insubordinazione che si sono date sul nostro territorio, e nel frattempo di lavorare sotto il profilo del segreto e quindi di non far trapelare alcuna informazione su quelli che sono i progetti. Così hanno provato a minimizzare un progetto che nel 2024 è poi invece riemerso nelle carte di un decreto del Ministero Infrastrutture e Trasporti come un nuovo progetto effettivamente a San Piero a Grado e Pontedera, come era stato paventato nei diversi tavoli istituzionali che si sono susseguiti nel corso di quei due anni, e che ha previsto il nuovo progetto per una superficie di 140 ettari contro i 70 iniziali, per 520 milioni di euro contro i 190 iniziali, e quindi di fatto un raddoppio di quelle che sarebbero state le proporzioni di questa base, indice anche della esigenza fortissima che hanno di lavorare su questo progetto per gli interessi militari che ha l’Italia. E da qui prende avvio quest’ultima fase del movimento, diciamo dell’ultimo anno.

Da quel momento ci siamo mossi per tentare di ottenere tutti quei documenti che ad ora ancora non sono pubblici e che lo dovrebbero essere. Abbiamo avviato e stiamo portando avanti un importante piano rispetto all’ottenimento di queste carte, e al contempo ci stiamo muovendo nella direzione di un’ispezione all’interno del Cisam per sapere a che punto sono i lavori; la controparte ha promosso questa base come uno spacchettamento da qui a San Piero e a Pontedera, dove ci sarebbero 40 dei 140 ettari in cui è previsto un poligono di tiro e un autodromo. Più di questo non ci è dato sapere.

Ma quello che sappiamo è che ad ora possiamo dire che i lavori sono certamente iniziati. Lo abbiamo visto negli ultimi mesi con l’arrivo di ghiaia all’interno del Cisam, ma anche con il passaggio di mezzi militari. Nelle ultime settimane questo passaggio si è notevolmente incrementato, solo negli ultimi giorni quando stavamo preparando il campeggio No Base sono passate decine e decine di camion con tanto di gru e si sono uditi forti boati che certo non erano spari ma erano rumori ben più forti che ipotizziamo essere funzionali all’abbattimento di alberi proprio per preparare il terreno.

Rispetto proprio a questo progetto qui a San Piero a Grado, la controparte ha agito anche ricercando alleanze specialmente nell’università, perché i terreni in cui siamo sono del Centro Avanzi legato all’università di Pisa, promettendo un piano di compensazioni che in questo caso riguarda la ristrutturazione dell’ex bigattiera, uno stabile di proprietà dell’università, tentando di comprare un silenzio che però è un assenso. E in questo senso l’università gioca un ruolo fondamentale. Nonostante questo con l’università stiamo cercando di avere un piano per farci assegnare il Presidio di Pace dei Tre Pini in cui siamo, che è uno spazio di pace che vogliamo che sia centro nevralgico e fulcro delle nostre lotte rispetto alla costruzione di un processo di pace.

Quali sono stati invece i processi di autorganizzazione della società? Quali sono le loro prospettive?

Sull’aspetto dell’autorganizzazione della società: una prima parte significativa la dicevamo su “Rinasce Coltano”. Nell’ultimo anno abbiamo promosso la nascita dei Punti No Base. Ossia, l’idea di fondo del movimento è di lavorare per un allargamento anche nella pluralità di soggetti e composizioni della società, contesti anche geografici, nella centralità e fermezza dell’obiettivo comune che è fermare questa base e farlo con tutte le forze e i mezzi che siamo in grado di mettere in campo collettivamente.

Rispetto a questo, i Punti No Base sono stati il mezzo per diffondere il messaggio del movimento in tutto il territorio toscano. Sono dei punti informativi in cui possono partecipare circoli, case del popolo, negozi… qualsiasi contesto che ha una sua presenza stabile nel territorio è diventato un punto No Base. Rappresentano proprio il fatto che decine e decine di posti in tutta la Toscana, se non addirittura oltre, fino alla Liguria, si sono messi a disposizione per diventare punti informativi. Questo ha trasformato il movimento dentro una dinamica di capillarità e di allargamento su dinamiche meno centralizzate nell’organizzazione del movimento ma altrettanto importanti nella promozione dei suoi obiettivi.

L’altro aspetto su cui veniva accennato rispetto alla dimensione del Parco, è continuare a lavorare affinché si sviluppi un senso comune di contrasto alla base militare a partire dalla difesa del Parco regionale di San Rossore che sta riuscendo a coinvolgere, anche a partire da questo campeggio, molteplici contesti, e anche persone che ci lavorano, ci vivono e ne hanno cura. Anche da questo punto di vista questo tema è un tema su cui stiamo lavorando.

Quando iniziamo le prime assemblee a Coltano, ci rendiamo conto di muoverci in un paradosso: da un lato voler difendere un Parco da una base militare, dall’altro confrontarci con persone che abitando a Coltano rientravano nell’area del Parco e lo vivevano come un sistema di vincoli legati alla loro vita. Quindi per fare un pollaio o sistemare un tetto si ritrovavano in queste cose burocratiche che duravano dodici anni e dall’altra parte una base militare poteva arrivare, scavalcare qualsiasi vincolo e buttare una gettata di cemento sul territorio. Ci muoviamo in questo paradosso: un parco che viene prestato costantemente alla guerra, ma diventa invece un vincolo per i cittadini e gli abitanti, e dall’altro il fatto che non fosse percepito come un parco della città, perché per molte persone diventa o un luogo di svago dove raramente passare una domenica o per lo più qualcosa che impedisce alcune attività. La nostra intenzione era quella di far sì che prima di tutto le persone tornassero a sentire loro questo parco. Abbiamo cercato di riscoprire la storia del Parco e ci siamo resi conto di un pezzo di storia che noi stesse come attiviste No Base non conoscevamo ovvero che questo parco è frutto di grandi lotte popolari che nel ‘79 portano alla’istituzione delParco Naturale che si estende tra vari comuni, di venticinquemila ettari, che va da Viareggio a Livorno, che fu concepito soprattutto da una componente giovanile della popolazione non solo come un polmone verde, ma anche qualcosa che avrebbe frenato la cementificazione e a speculazione di queste aree che erano originariamente destinate a diventare un po’ come la costa di Rimini, e soprattutto creare un modello che avesse la forza di portare fuori dai confini del parco questa idea di rapporto con la natura.

Oggi siamo in una fase diversa, in cui difendiamo questa natura, questo parco dagli attacchi esterni che arrivano da più in alto. Per noi è importante riscoprire insieme questa storia e ribadire il fatto che cosi come quarant’anni fa è stato possibile nel mezzo del boom economico in cui si pensava solo alla produzione e all’industria creare un Parco naturale e difenderlo dalla speculazione, oggi è possibile difenderlo dalla guerra. Di più, liberarlo dalla guerra perché comunque ci sono delle basi già esistenti all’interno di questo parco. Questo è un lavoro che stiamo iniziando a fare e l’intenzione è proprio di farlo mettendo a sistema una serie di attori che in questi venticinquemila ettari vivono, abitano, attraversano il Parco, che esso stesso ci dà in qualche modo un esempio di come la differenza possa stare insieme perché all’interno ci sono delle aree di costa dunale, boschive, un lago, delle aree umide… una grande differenza ma che proprio agendo in modo sinergico riescono a rappresentare non solo un polmone per questa città ma a stabilizzare il microclima dell’intera Toscana.

Percepite la militarizzazione del vostro territorio? In quali forme si esprime? In questo senso, quale è la vostra analisi per quanto riguarda lo stato e la società dell’Italia?

La militarizzazione sul nostro territorio si compone senz’altro di due aspetti. Il primo ha a che fare con le infrastrutture hard, diciamo della guerra, cioè tutte le basi e infrastrutture logistiche che abbiamo già menzionato. Queste sono infrastrutture che di fatto sono ingombranti, sono percepite e su cui anche la popolazione paventa un’insofferenza anche se non organizzata e non necessariamente contrappositiva. Camp Darby è una base che a nessuno piace essendo una base americana che occupa un’area grande quanto la città di Pisa stessa, e che però negli ultimi mesi soprattutto con l’incalzare dell’escalation militare globale e con le esigenze di fornitura bellica a Israele nel genocidio del popolo palestinese ha mostrato tutta una serie di falle. Sempre di più si vedono arrivare carichi d’armi a Livorno su cui la popolazione manifesta sempre più un’insofferenza e in maniera sempre più esplicita questi carichi di armi occupano gli spazi del carico civile o turistico. I nostri cieli sono cieli che sono costantemente solcati da aerei militari e droni, per esercitazioni o per trasporti logistici di uomini, armi e munizioni tra basi militari italiane o basi militari all’estero. L’abbiamo visto anche con l’attacco statunitense all’Iran. C’è stato un livello di allerta e di preparazione preventiva nei nostri cieli assolutamente evidente, e lo vediamo chiaramente col nuovo progetto, e lo vediamo al livello delle infrastrutture civili nella misura in cui anche le infrastrutture ferroviarie sono piegate all’uso bellico e addirittura sono state chiuse per alcuni giorni nel corso di giugno per consentire dei miglioramenti della ferrovia per lo spostamento di armi da Camp Darby fino all’aeroporto militare di Pisa. La presenza, chiaramente, tentano di tenerla bassa, ma la nostra lettura è che ci sia una percezione sempre più chiara di questa presenza e che su questo ci siano opportunità, nella drammaticità della situazione, di favorire una lotta e una trasformazione di questa insofferenza in organizzazione.

L’altro aspetto è quello della mentalità e militarizzazione della formazione. Questo è stato un altro degli aspetti su cui abbiamo ragionato molto ovviamente e all’inizio partendo dall’idea che le guerre non scoppiano ma si preparano. Proprio nel ricostruire i processi attraverso cui si preparano abbiamo individuato un nervo centrale nel tema della formazione e del reclutamento, che sono due piani non totalmente sovrapposti ma che si intrecciano. Da un lato abbiamo iniziato a mappare le attività attraverso cui l’esercito e i militari entrano nelle scuole in modi diversi, banalmente dalla formazione sulla violenza di genere o il cyberbullismo con la polizia, ai veri incontri con la brigata aerea dei paracadutisti, le visite dei bambini delle scuole all’intero delle caserme, la giornata della solidarietà fatta con l’esercito, fino alla presenza dei militari durante l’orientamento che si fa all’ultimo anno di superiori. E parallelamente abbiamo fatto un lavoro sul tema dell’università e della ricerca e il ruolo che la ricerca svolge in questa catena del valore bellico che si compone di tutti questi pezzi. Partendo da questo abbiamo iniziato a lavorare su questi laboratori e a costruire dei momenti di incontro nelle scuole, partendo da due o tre domande per coinvolgere e discutere insieme a studenti e studentesse anche individuando di volta in volta delle specificità diverse a seconda del tipo di formazione da cui venivano e cercando anche di lavorare sul tema di come il modo in cui è narrata la storia contribuisce a normalizzare la guerra e la sopraffazione come metodo normale, e a cancellare tutte le forme di resistenza e di autorganizzazione che esistono nella storia. Quindi questo è anche uno dei modi in cui abbiamo cercato di toccare il tema della guerra e della sua normalizzazione all’interno dei percorsi di formazione. Recentemente, negli ultimi mesi, abbiamo lanciato la campagna “Nessuna recluta per nessuna guerra” che vuole in particolare coinvolgere la componente giovanile, ma in realtà le persone direttamente interessate potrebbero essere tutti i maschi dai 18 ai 45 anni, che potrebbero essere richiamati alla leva militare in casi eccezionali. Sembra che questi casi eccezionali si stiano un po’ avvicinando , e quindi ci muoviamo con l’intenzione di diffondere una cultura di rifiuto della guerra e dall’altro organizzare il rifiuto dell’arruolamento. Questi sono diversi piani su cui si sta lavorando e su cui stiamo trovando un discreto riscontro nei vari incontri e momenti che stiamo organizzando anche con la collaborazione dell’Osservatorio sulla Militarizzazione delle scuole e delle università che dà un importante contributo più dal lato di docenti, insegnanti, genitori e familiari che rifiutano di vedere la guerra entrare così nell’educazione dei propri figli ed alunni.

Rispetto alla preparazione della guerra, sia concretamente che nella mentalità, come Non una di meno Pisa – che fa parte del Movimento No Base – a luglio è stata organizzata una due giorni trans-femminista contro la guerra proprio qui al Presidio di Pace dei Tre Pini e è stato a lungo discusso su come rintracciamo quotidianamente nelle nostre vite proprio questo processo di militarizzazione e di escalation bellica. Notiamo sia su noi stesse che a partire dal genocidio del popolo palestinese più esplicitamente come la guerra si prepara anche attraverso un incremento sempre più forte della violenza contro le donne e i soggetti femminilizzati, e di come questo si accompagni sempre con una riduzione e con una cancellazione di tutte le possibilità per le donne e per tutte le persone di accedere ai servizi essenziali e questo riguarda proprio la scelta di investire nella guerra. Questo processo di militarizzazione vede la volontà di guardare alla donna ancora una volta come l’angelo del focolare e colei che partorisce figli per la guerra, dall’altra parte in Palestina viene negata la possibilità di mettere al mondo dei figli e di continuare a generare per la libertà del popolo e dei corpi.

PARTE 2

Quali prospettive concrete di opposizione alla guerra vedete? Quali sono le prospettive di costruzione di un progetto di pace?

Allora, io vorrei partire pensando alla composizione del Movimento No Base nei termini di tutte le persone che animano il movimento e pensandolo anche in relazione ai meccanismi divisivi della guerra. E di come la guerra divide sia i territori, ma poi anche gioca sul voler fratturare, voler creare delle divisioni per accaparrarsi il minimo indispensabile per poter sopravvivere. Quello che succede all’interno del Movimento No Base rispetto alla sua composizione è che c’è una pluralità di voci e anche di esperienze anche molto diverse, certo tutte accomunate da una volontà appunto non bellicista, antimilitarista, ecologista, ma comunque con visioni e esperienze completamente diverse e questo è già un punto che si contrappone significativamente rispetto proprio a quel meccanismo divisivo e che pone una base fondamentale nella costruzione di un immaginario diverso. Un immaginario opposto alla guerra che è proprio nella costruzione di una comunità che lotta per un obiettivo, una comunità che è sicuramente eterogenea, e questo sta anche nella visione del movimento No Base di prospettive e di voci che non si sommano l’una all’altra ma che si danno potenza l’un l’altra.

Noi riprendiamo questa intervista dopo più di un mese da quando abbiamo risposto alle altre domande e in questo mese abbiamo visto anche un movimento molto forte esprimersi in tutta Italia contro la guerra e soprattutto contro il genocidio in Palestina. Anche sui nostri territori il Movimento No Base è stato partecipe attivo di queste mobilitazioni, quindi sicuramente le prospettive di opposizione concreta alla guerra che noi vediamo assumono il fatto che in primo luogo la guerra possa essere rintracciata e scoperta nelle sue materialità sui territori e in ogni ambito della vita. E quindi in ogni ambito della vita, in ogni territorio, esiste la possibilità concreta di incidere e bloccarla. Bloccarla materialmente. Questo, sul territorio nostro che appunto è un hub militare come abbiamo già detto in precedenza, e allo stesso tempo questa militarizzazione, è anche paradossalmente un’opportunità di intervenire e interferire. E questo abbiamo avuto la percezione forte della sua efficacia nella misura in cui, per fare un esempio, sul territorio pisano-livornese c’è Camp Darby, che sappiamo essere uno dei più grandi depositi di munizioni dell’esercito degli Stati Uniti. Con il blocco al porto di Livorno, e le mobilitazioni che hanno interferito con la logistica di guerra sul nostro territorio, nell’arco degli scioperi generali e delle manifestazioni di settembre-ottobre, è stato evidente quanto fosse importante il problema causato alla controparte. Questa è stata chiaramente un’opportunità di vederlo per la prima volta, di vedere per la prima volta come concretamente, con la forza della propria determinazione, con la forza delle motivazioni che spingono ad agire, di riconoscersi parte del problema rispetto al genocidio in Palestina e quindi anche parte della soluzione, dal punto di vista di dove siamo collocati come Paese e come ruolo che svolge anche all’interno di queste guerre. Ecco questo ha portato a dei risultati importanti soprattutto sulla fiducia che le persone hanno adesso di poter essere parte della storia, parte anche attiva all’interno della guerra mondiale e quindi anche parte, come dire, del cambiamento delle sue sorti.

Chiaramente questo va di pari passo con un punto di carattere più generale che è il fatto e la consapevolezza che noi stiamo maturando in questi tre anni, anche a partire da quanto si stia intensificando la militarizzazione del nostro territorio, del carattere irreversibile della tendenza di guerra globale entro cui siamo. Irreversibile non nel senso che non è possibile cambiarne le sorti, ma irreversibile perché dal punto di vista del sistema che ci sta portando in guerra e che ci porta attualmente in guerra, non esiste altra possibilità che non sia quella di amplificare e continuare a incrementare l’investimento militare, l’investimento economico, l’investimento culturale nel trasmettere questo tipo di valore, e quindi di fronte a questo carattere irriformabile in questo momento storico della tendenza sempre maggiore anche delle nostre società a militarizzarsi e della guerra mondiale nel suo espandersi e portare distruzione ovunque, per noi sta anche lo scenario di cosa deve significare un progetto di pace.

Il tentativo che stiamo facendo è quello di tradurre questo bisogno di opposizione anche come un bisogno di costruzione di alternative sui territori, alternative che non sono soltanto enunciati o esteriori a quelli che sono i problemi concreti, ma alternative nel senso di immaginare in quale maniera le comunità possono acquisire potere e decisionalità rispetto a tematiche che apparentemente non sono sempre centrali rispetto alla guerra. È un esempio per noi la questione del parco. Difendere un parco dalla base per noi sta significando riscoprire la ricchezza e il bisogno che ha la popolazione di riconnettersi con il proprio territorio, di poterne avere cura, di poter valorizzare attività, che sono risorse, che all’interno di un parco, all’interno di un ecosistema si possono scoprire per la vita umana, per le relazioni umane, per la capacità delle comunità di vivere meglio. E questa è una contraddizione immediata con la militarizzazione e quindi anche col bisogno di opporsi a una base militare. Lo stesso si potrebbe dire rispetto alle questioni legate al segreto che lo Stato impone continuamente sulle opere militari, quindi anche sulle scelte guerrafondaie che impongono sulle nostre teste. Battersi per una democrazia più genuina, sui nostri territori già sacrificati, significa battersi per costruire l’occasione per le persone di riunirsi in assemblea, di parlare tra di loro, di mettere in fila problemi che sono anche problemi legati all’inquinamento, che sono problemi legati all’abbandono da parte delle istituzioni, dei territori, che sono problemi legati all’isolamento, alla solitudine, al senso di sfiducia. E per la prima volta, di fronte alla guerra, di fronte alle sue manifestazioni, tutto questo si rovescia in possibilità di decidere insieme e di costruire insieme un percorso comune, e farlo anche appunto con l’idea che non siamo soli ma che in tante parti d’Italia e del mondo questo stesso tentativo sta venendo fatto. Quindi lo sforzo anche di un progetto di pace che è intersecato allo sforzo per costruire la forza e la capacità di mettere in discussione radicalmente, e immaginare concretamente, come impedire il corretto funzionamento della macchina bellica, queste due cose sono intersecate. E sono intersecate sia perché è intersecato il funzionamento di questa macchina sul territorio nazionale e globale, sia perché è intersecato un bisogno di ritrovare centralità del territorio e delle decisioni dal basso.

Mentre attivamente ci siamo mobilitate e mobilitati sia per smascherare le complicità dove la guerra passa, a partire dai nostri territori e come viene esportata, contemporaneamente abbiamo scoperto ancora più passaggi di armi, ancora più complicità, ancora più intersezioni della macchina dell’industria bellica, e come funziona anche a partire dal nostro territorio. E in qualche modo abbiamo visto ancora di più la controparte. Nel senso che proprio la forza e lo scontro che si è generato in quest’ultimo periodo ha permesso di vederne ancora di più la spietatezza, e poi concretamente come la controparte si organizza. In questo, ma sin dall’inizio, il Movimento No Base ha cercato una conoscenza dal basso, che è per esempio anche partita attraverso un progetto di mappatura. Una mappatura che si sta arricchendo sempre di più rispetto anche ai territori. Insomma, non solo da Pisa a San Piero, ma che investe tutta la nazione. In particolar modo sul nostro territorio sempre di più cerchiamo di comprendere i meccanismi e le funzionalità di questa industria bellica che nel nostro territorio allargato è un vero e proprio hub militare. Abbiamo trovato la forza di cercare sempre di più, di comprendere, di conoscere dal basso. Nella scoperta e in un processo anche di studio che ci sta portando a comprendere maggiormente delle cose. Una comprensione che però non ci porta ad essere, come dire, distrutti dalla potenza di questa controparte che è sicuramente estremamente organizzata, ma ci fa essere ancora più arrabbiati. In qualche modo a me dà anche una sensazione di stupore di fronte alla grandezza e spietatezza di questa grandissima macchina. E questo ci dà appunto l’opportunità di studiare, di conoscere e di usare degli strumenti come la mappatura, che sono tradizionalmente della controparte, che stiamo invece cercando di capire come usare noi. Perché è possibile usarli in un modo differente.

Aggiungo che parlare di progetto di pace è una grossa sfida per noi in questo momento. E dico per noi, cioè non solo per noi a Pisa, insomma sul nostro territorio, Pisa, Pontedera, Livorno, le aree interessate da questo progetto di base militare. Ma è una sfida nella cultura e nella mentalità collettiva. All’interno del movimento stesso esiste un dibattito, una discussione anche molto plurale sulla questione della pace. È una parola di cui siamo stati privati dal potere, che utilizza questa parola per nominare le proprie guerre. Ma anche per nominare il ripristino di un certo tipo di equilibrio nello squilibrio della prevaricazione, che i potenti nei vari paesi portano avanti e su cui stabiliscono appunto la spartizione delle fette della torta. E invece piano piano stiamo cercando di riscoprire un significato genuino di questa parola. Un significato che si radica da una parte nel fatto che non esiste pace che non venga dal conflitto, dal conflitto come tensione e scontro per conquistarsi la propria libertà, la possibilità di vivere in armonia con il proprio ambiente e il proprio territorio come noi aspiriamo a fare. La possibilità di poter decidere in maniera comunitaria e collettiva sui propri bisogni, o di determinare la propria formazione, in che direzione deve andare, laddove gli spazi della formazione, nella nostra città soprattutto, sono invece piegati alla guerra. Cioè, tutte queste possibilità non esistono se non tramite una lotta. Ecco, la pace è la posta in gioco di una lotta. Questa è una scoperta che piano piano si sta facendo strada e che stiamo scoprendo anche noi. E allo stesso tempo però è per noi l’occasione di definire anche in maniera positiva la nostra azione. Noi siamo in primo luogo contro una base, contro la guerra, ma siamo anche per qualcosa e stiamo cercando di capire come fare in modo che questo essere per qualcosa non sia puramente velleitario, ma possa rappresentare concretamente una molteplicità di proposte per il nostro territorio, di proposte che noi costruiamo insieme e di cui scopriamo il contenuto e la ricchezza a partire dalla lotta.

Per un certo senso paradossale una base militare sul nostro territorio, una nuova base militare, ci ha fatto scoprire un mondo, ci ha fatto scoprire territori mai prima conosciuti, ci ha fatto scoprire comunità, persone, relazioni finora mai esplorate, così come ci ha fatto conoscere una storia, una storia del nostro parco, una storia di Pisa. Una storia della resistenza alla guerra sul nostro territorio, una storia di legame tra il nostro territorio e i popoli di tutto il mondo, fatta sia di solidarietà che di guerra contro cui combattiamo. Ecco, questa scoperta sta proprio dentro quello che scaturisce dalla lotta tra due storie incompatibili: la storia delle nostre popolazioni, la nostra storia, la storia delle persone che naturalmente ambiscono a vivere in maniera pacifica, cooperativa, e la storia che ci sta portando alla guerra, e anzi per cui già siamo in guerra e che ci sta portando sempre di più a essere una parte attiva della guerra. Una parte direttamente sul campo. Ecco, questo che nella percezione è qualcosa che sta cambiando, ma che nei fatti è così da tanto tempo, adesso sta mutando forma e pensiamo che questo sia anche il principio su cui sia possibile moltiplicare e rafforzare un’opposizione alla guerra. Perché su ogni territorio è possibile costruire qualcosa del genere. Su ogni territorio è possibile immaginare delle proposte che nascono proprio da dire “che cosa serve di diverso da basi militari”, “che cosa serve di diverso dalla guerra”, che cosa serve di diverso da discariche, o da impianti fotovoltaici, o da forme di speculazione e cementificazione che abbiamo scoperto in questi anni essere tutte manovre e politiche collegate tra di loro. Ecco questo senso è qualcosa che soprattutto con l’ultimo mese è cambiato, e che è diventato anche patrimonio collettivo. O almeno di una certa parte della nostra società in Italia, e che sicuramente anche a noi ha consentito di capire più a fondo che la strategia per fermare la base militare, per essere una parte anche determinante, ma non unica inevitabilmente, di un’opposizione ferma e concreta alla guerra, è anche quella di lavorare perché in ogni ambito, contesto, anche solo sul nostro territorio, per ogni motivo per cui noi siamo contro la base, ci sia una nostra proposta e un nostro tentativo di organizzarci in maniera differente.

Sì, proprio su questo penso che ci sia proprio uno scontro rispetto a questa cosa della prospettiva in positivo. Perché in realtà è proprio uno scontro anche la possibilità di immaginarsi questo positivo, perché il potere e la modernità ci hanno perimetrato sempre di più nella possibilità di immaginarci quelle che abbiamo chiamato finora delle alternative. Cioè, in un dato sistema con delle norme e delle possibilità prestabilite, anche la nostra capacità di immaginario e creativa è assolutamente perimetrata e inscheletrita, e appunto è uno scontro continuo proprio con la mentalità che ci portiamo dietro, di vedere oltre gli schemi predefiniti. Quindi una prospettiva di liberazione per tutti non è solamente scegliere l’alternativa, ma è proprio andare oltre quegli schemi di pensiero. Ed è un lavoro complesso. È un lavoro difficile anche rispetto a quelli che nominavamo, rispetto al parco e alla costruzione di una prospettiva ecologica. È una cosa che pian piano stiamo costruendo anche attraverso la memoria, per esempio, del parco e delle lotte che l’hanno abitato. Quella che stiamo facendo è proprio una riscoperta, perché non abbiamo dei punti fissi, dei punti già dati da cui sappiamo di poter partire, ma è qualcosa che davvero dobbiamo esplorare rispetto alla natura, rispetto a una prospettiva di cooperazione con la natura e non di sfruttamento. Perché uno potrebbe pensare per esempio “in un parco che ci facciamo? Non ci facciamo una base militare ma ci facciamo – non lo so – una gita con i cavalli.” E invece naturalmente non è questo che vogliamo. Perché va al di là dello schema di sfruttamento dei territori, o di ancora più profitto e ancora peggio di morte. Insomma, anche questo è uno scontro a cui tutto il movimento No Base cerca di trovare delle soluzioni, e lo stiamo cercando di fare.

Il Buio oltre le Reti – Sulla trasparenza per il territorio non si discute

Il Buio oltre le Reti – Sulla trasparenza per il territorio non si discute

La campagna “Il Buio oltre le Reti” nasce da un principio semplice: la popolazione del nostro territorio ha il diritto di sapere.
Deve sapere cosa accade dietro le reti del CISAM, deve sapere quali trasformazioni sono previste nel territorio di Pontedera, deve sapere come vengono spesi i fondi pubblici e con quali conseguenze ambientali e sociali.
La trasparenza non è una gentile concessione, ma un principio che non può essere minato da interessi di pochi a scapito di molti. La trasparenza è il presupposto fondamentale che serve alla popolazione per poter agire e decidere sul proprio territorio.

Giusto un anno fa, come Movimento No Base siamo stati sotto il Palazzo del Consiglio Regionale con una petizione firmata da oltre 8000 cittadini per richiedere le dimissioni di Bani, presidente dell’Ente Parco e primo promotore della base diffusa con una cospicua parte della stessa prevista all’interno del parco stesso. Con quel presidio abbiamo portato la rivendicazione di bloccare l’esecuzione dei lavori del primo lotto, per la cui realizzazione erano già stati stanziati i primi fondi con il DL Infrastrutture e ottenere tutti i documenti in possesso della regione sullo stato del progetto. In quell’ occasione il già presidente Giani ha chiuso ogni possibilità di interlocuzione, a partire dal rifiutare di fornirci le informazioni che in migliaia chiediamo da anni, oltre che chiudere ogni possibilità di dialogo sulla messa in discussione dell’opera.

Per questo circa un mese fa abbiamo lanciato una campagna che potesse permetterci di arrivare alla conoscenza di quel che, ad oggi, è già stato discusso nelle sedi istituzionali riguardo alla Base militare che hanno intenzione di costruire a San Piero a Grado e Pontedera.

Nelle ultime settimane questo principio è stato riaffermato con forza da parte del territorio: dopo aver redatto la nostra richiesta di accesso civico agli atti, sottoscritta insieme ad Altreconomia, Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e università, Libera Pisa e Legambiente Pisa, anche la sindaca di Calci, Valentina Ricotta, e la consigliera comunale di Pontedera, Denise Ciampi, hanno presentato la stessa istanza. Nel mentre abbiamo sempre più discusso e approfondito l’importanza della trasparenza con i vari rappresentanti delle istituzioni locali.

A fronte di questa richiesta, espressione di una volontà pubblica anche più ampia delle singole realtà proponenti, il Commissario Sessa ha trasmesso una parte della documentazione richiesta. L’accesso non è tuttavia stato completo e il diniego ha riguardato proprio i documenti che avrebbero permesso uno sguardo completo e complessivo dell’opera.
Tra questi abbiamo il cronoprogramma dei lavori, il piano economico da 520 milioni,  analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione dell’opera.

Quando nel 2022 la base era prevista a Coltano, questi stessi documenti erano pubblici.
Furono discussi in conferenze stampa, analizzati nelle sedi istituzionali, riportati dai giornali.
Oggi, per San Piero e Pontedera, la stessa documentazione viene considerata “sensibile” e sottratta alla cittadinanza.
La trasparenza è diventata selettiva. E questa selettività non è un fatto tecnico: è una scelta politica.

Nonostante ciò, la pressione fino ad ora esercitata sul ministero e sul commissario Sessa, partita dal basso e dall’unione del movimento con associazioni, singoli e cariche politiche locali, ha fatto in modo che si riconoscesse legittimità alla nostra pretesa. Il percorso verso la piena comprensione del progetto ha finalmente più chiara la strada.

Cosa ricaviamo dalla documentazione ricevuta

Molto di quel che si evince dalla documentazione rientra in informazioni di cui già eravamo in possesso, ma riusciamo comunque ad avere un quadro più complessivo e confermato.

I cinque documenti rilasciati (tre Relazioni annuali del Commissario, l’Accordo Tecnico Operativo e il Decreto Commissariale n. 1) offrono una panoramica sull’assetto amministrativo e finanziario, confermando la localizzazione definitiva all’interno del C.I.S.A.M. e stabilendo un costo complessivo stimato per l’intera opera di 520 milioni di euro. 

I documenti tracciano la storia del progetto, partito dall’area demaniale di 72 ettari a Coltano (PI), ma abbandonato a seguito delle “manifestazioni contrarie” della cittadinanza locale. Il Ministero della Difesa aveva istituito un tavolo operativo interistituzionale nel maggio 2022 per trovare soluzioni alternative nella provincia di Pisa.

La soluzione definitiva è stata formalizzata il 18 ottobre 2023, stabilendo che la nuova sede, destinata al Gruppo Intervento Speciale (G.I.S.) e al 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, sarà realizzata all’interno della base del C.I.S.A.M. (Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari). La scelta è avvenuta dopo un parere favorevole delle istituzioni della Comunità del Parco Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli.

La documentazione conferma che la sede della pista per guida sicura e del poligono a cielo aperto era stata individuata fra le aree di Ospedaletto e Pontedera. Da qui la decisione per la costruzione nell’attuale Tenuta Isabella a Pontedera.

Per il I lotto funzionale, il costo complessivo stimato era di 72,5 M€.

A seguito dell’autorizzazione, è stata aperta una Contabilità Speciale n. 6468 presso la Tesoreria dello Stato per la gestione delle spese di realizzazione e funzionamento, intestata a “COMSTR DL 32-19 SEDE ARMA CC”.

L’Accordo Tecnico Operativo e il Decreto Commissariale n. 1 del 25 luglio 2023 definiscono le responsabilità sul progetto:

  • Commissario Straordinario (Ing. Massimo Sessa): Ha il ruolo di sovraintendere, coordinare, gestire e finalizzare tutte le attività. Gode di potere di sostituzione qualora ritardi della Stazione Appaltante mettano a rischio il cronoprogramma.
  • Stazione Appaltante: È la Direzione dei lavori e del Demanio (GENIODIFE) del Ministero della Difesa, che si occupa di tutte le fasi del procedimento: attività propedeutiche alla progettazione, progettazione, affidamento, esecuzione e collaudo.
  • Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri: È il soggetto utilizzatore finale dell’infrastruttura. Ha il compito di fornire le specifiche competenze tecniche e amministrative e deve esprimere il nulla osta tecnico-operativo sulla progettazione e su eventuali varianti in corso d’opera.

Dopo la chiusura della fase di individuazione della sede (18 ottobre 2023), sono state avviate le attività per la redazione del Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali (DOCFAP) e del Documento di Indirizzo alla Progettazione (DIP).

Per accelerare i tempi di affidamento della progettazione (PFTE), il Commissario prevede di ricorrere agli accordi quadro recentemente finalizzati da GENIODIFE.

I documenti rilasciati non includono gli atti relativi alla progettualità (punti 2, 3 e 4 della richiesta di accesso agli atti da noi redatta). Il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ha opposto diniego al rilascio di tali documenti, motivando che la loro ostensione inciderebbe “in maniera pregiudizievole sulla tutela degli interessi inerenti la sicurezza pubblica e l’ordine pubblico, la sicurezza nazionale, la difesa e le questioni militari”.

La ragione del diniego, a detta del commissario, è che tali documenti rivelerebbero dettagli sensibili come la dislocazione e le dimensioni di uffici, magazzini, aree logistico/operative, autorimesse e le caratteristiche degli impianti e delle attrezzature da ospitare negli edifici da realizzare/ristrutturare.

La campagna continua

I documenti che oggi ci vengono negati sono documenti dovuti, e per questo presenteremo immediatamente un’istanza di riesame. Allo stesso tempo invitiamo associazioni, comitati e istituzioni locali che non hanno ancora inoltrato richieste di accesso a contattarci: vogliamo costruire insieme un percorso condiviso, affinché anche loro possano presentare accessi formali per ottenere gli atti mancanti e rafforzare una pressione collettiva che sta già dando i primi risultati.

Nei prossimi mesi torneremo nei territori, nelle assemblee, nelle frazioni, per continuare a far vivere questa campagna insieme alle persone che quei luoghi li abitano ogni giorno. Perché la spinta alla trasparenza nasce anzitutto dal basso, da chi conosce il valore del proprio territorio e rifiuta che venga trasformato senza confronto, senza informazione e senza verità.

Continueremo finché non avremo piena trasparenza: nessuna giustificazione può legittimare l’occultamento di un progetto tanto impattante, in un momento in cui la guerra torna ad essere sempre più concreta.


Di seguito i documenti ad ora rilasciati

DA LIVORNO A PISA ALLA TOSCANA FUORI LA BASE AMERICANA!  – Foto dalla Critical Mass del 9/11 “Pedaliamo verso Camp Darby!”

DA LIVORNO A PISA ALLA TOSCANA FUORI LA BASE AMERICANA!  – Foto dalla Critical Mass del 9/11 “Pedaliamo verso Camp Darby!”

Domenica 9 Novembre si è tenuta la Critical Mass “Pedaliamo verso Camp Darby”. Questa giornata di mobilitazione è stata organizzata insieme alla ciclofficina di Pisa santepollastri e la ciclofficina di Livorno con la partecipazione della ciclofficina di Firenze e Bologna  e di tantə cittadinə ci ha permesso di vedere gli snodi logistici, anche civili, piegati al servizio di Camp Darby. 

Le passeggiate di monitoraggio ci permettono di tenere monitorati gli spostamenti di armi e mezzi militari, di comprendere i flussi della logistica bellica. Oggi abbiamo visto come attraverso una diramazione della linea ferroviaria del Tombolo, i rifornimenti militari vengono fatti passare su rotaia fino al Canale dei Navicelli per poi entrare a Camp Darby attraverso un ponte girevole. 

L’area di Camp Darby è il più grande deposito militare statunitense al di fuori degli Stati Uniti e il principale polo di stoccaggio e smistamento di materiale bellico in Europa, al servizio della NATO, con armi che vengono trasportate mensilmente da Livorno in Medioriente. Un’intera area sottratta alla popolazione, di cui vengono nascosti i progetti e i flussi.

Pe questo è sempre piu importante monitorare il nostro territorio, che hanno reso un’hub militare funzionale alle guerre di tutto il mondo. 

Fermiamo la base, fermiamo le guerre!

Di seguito una fotogallery della giornata. Invitiamo chiunque voglia unirsi alla lotta contro le basi militari e contro la guerra a partecipare alla lotta no base! Nessuna base per nessuna guerra !

Disertare la guerra: ieri, oggi e domani – Videointervista a Mario Pizzola

Disertare la guerra: ieri, oggi e domani – Videointervista a Mario Pizzola

Riportiamo qui un’intervista che abbiamo fatto a Mario Pizzola, esponente del Movimento Nonviolento fin dai suoi albori, nonché uno dei primi obiettori di coscienza nell’Italia del secondo dopoguerra. Questa intervista è stata costruita in occasione dell’Ostuni Climate Camp che si è tenuto quest’estate, realizzato con una grande spinta mobilitativa da “Rete Clima, Fuori dal Fossile”, una realtà che da anni approfondisce il legame tra le grandi opere, la speculazione energetica e la guerra e che lotta con una prospettiva di un nuovo paradigma energetico e per territori di pace.

In anni in cui la guerra sta assumendo sempre più centralità nelle nostre vite, necessaria alle potenze mondiali per rafforzare profitto e relazioni di potere, è sempre più urgente costruire un’opposizione e un’obiezione di coscienza collettiva alla guerra. Per questo, possiamo guardare alle preziose esperienze di chi alla guerra si è opposto, organizzando movimenti che sottrassero legittimità alla macchina bellica, proponendo invece la possibilità di costruire un mondo in cui la pace è la strada e l’obbiettivo da costruire.

Mario ripercorre quelle che sono state le motivazioni morali e politiche che hanno spinto lui e gli altri pionieri all’obiezione di coscienza, andando anche incontro al carcere e a severe repressioni, mantenendo fede ad un principio etico fondamentale: la guerra non è un’opzione.

Dopo più di 50 anni la diserzione diventa ancora più essenziale come concetto e come scelta. Difronte al rapido susseguirsi di guerre in tutto il mondo, a partire dal genocidio in Palestina, mentre assistiamo ad un’implementazione capillare delle tecnologie e della logistica di guerra, mentre siamo sottoposti ad una continua propaganda che normalizza e legittima la guerra fin dai primi anni di vita, obiettare significa opporsi e fermare gli ingranaggi della guerra. Obiettare significa anche credere in altre strade possibili, una sfida che seppur difficile, vogliamo continuare ad intraprendere.

Attraverso le parole di Mario Pizzola rilanciamo la campagna “Nessuna recluta per nessuna guerra”: un’azione collettiva di diserzione simbolica. Se le potenze mondiali e i nostri governi si stanno preparando alla guerra, noi dobbiamo prepararci all’opposizione alla guerra!

Invitiamo tutte e tutti a compilare una lettera di obiezione, ispirata a quelle scritte in un passato non molto lontano, per rifiutare il servizio militare obbligatorio, in cui si esprime il proprio rifiuto alla guerra. Rifiutare la guerra nel nostro territorio significa opporsi prima di tutto alla costruzione della nuova base militare e del modello che la sostiene. Anche durante il campeggio del 5, 6 e 7 settembre ci saranno momenti dedicati all’approfondimento dell’obiezione di coscienza e alla compilazione delle lettere che saranno poi raccolte e inviate al governo, come gesto di rifiuto di prestarsi con il proprio corpo e con la propria vita alla guerra!

Campeggio No Base 2025: PROGRAMMA!

Campeggio No Base 2025: PROGRAMMA!

Dal 5 al 7 settembre, il Movimento No Base lancia un campeggio territoriale di fronte alle reti del centro militare CISAM, all’interno del Parco Regionale di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, nel Presidio di Pace dei “Tre Pini” a cui abbiamo dato vita oramai due anni fa, e che crediamo debba sempre più diventare il presidio di tutta la cittadinanza che pretende la pace e un ambiente sano in cui vivere. Un Presidio nel cuore di un Parco protetto, ma invaso dalle basi e minacciato da ulteriore disboscamento, cementificazione e deregolamentazione. Leggi QUI l’appello per intero
Il campeggio sarà l’occasione per continuare a costruire la lotta No Base vivendo insieme tre giorni di iniziative, workshop, serate, pranzi, cene, concerti e molto altro!
A breve il programma con tutti i dettagli in fase di aggiornamento!
PER ORA, DI SEGUITO, GLI APPROFONDIMENTI SULLE SINGOLE INIZIATIVE.

VEN 5 SETTEMBRE

ORE 17.30 – TAVOLA ROTONDA: A difesa del Parco di San Rossore Migliarino-Massaciuccoli. Per una nuova resistenza degli alberi.

Nell’ambito del campeggio territoriale del movimento No Base – Né a Coltano né altrove, vi invitiamo a partecipare alla tavola rotonda “Difendere il Parco. Per una nuova resistenza ecologica”, un momento di confronto per riflettere insieme su una delle minacce più gravi che oggi incombono sul nostro territorio: la trasformazione del Parco Naturale di San Rossore-Migliarino-Massaciuccoli in un’infrastruttura militare, con l’abbattimento previsto di oltre 10.000 alberi. Un’opera da oltre 500 milioni di euro, finanziata con risorse pubbliche, che ricade direttamente sui tagli a scuola, sanità, trasporti, cultura. Un investimento per la guerra, in un momento di profonda escalation bellica, che sottrae risorse a ciò che serve davvero per affrontare la crisi climatica e sociale in corso

Il Parco di San Rossore è uno degli ecosistemi più ricchi e fragili della Toscana: oltre 23.000 ettari di pinete, dune, zone umide e boschi, che ospitano centinaia di specie animali e vegetali, alcune rare o protette. Ma è anche un bene comune, una riserva di aria, acqua, biodiversità e memoria collettiva. La sua istituzione è stata ottenuta grazie alle mobilitazioni ecologiste degli anni ’70, che hanno difeso questi luoghi dalla speculazione e dalla cementificazione. Oggi, più che mai, quel patrimonio va difeso.

La lotta per San Rossore si unisce idealmente a tutte le resistenze in difesa degli alberi che stanno sorgendo ovunque, in città e campagne, parchi urbani e foreste, contro disboscamenti, grandi opere, logiche estrattive e militarizzazioni. Difendere un albero oggi non è un gesto simbolico: è un atto concreto contro il cambiamento climatico, contro l’erosione degli spazi comuni, contro la guerra. Per questo parliamo di resistenza ecologica. Perché la lotta contro la base militare è anche una lotta per il clima, per la pace e per un modello di sviluppo che metta al centro la cura, non la distruzione.

Durante la tavola rotonda vogliamo aprire uno spazio di confronto tra tutte le realtà che amano, vivono o lavorano nel Parco. Un’occasione per ricostruire la storia e la biodiversità; immaginare un Parco libero, accessibile, partecipato; costruire un’alternativa concreta al progetto di militarizzazione.

Invitiamo associazioni ambientaliste, collettivi ecologisti, comitati locali, enti di ricerca, operatori del territorio e cittadine e cittadini a partecipare e contribuire. Perché la difesa degli alberi è oggi uno degli atti politici più urgenti e radicali che possiamo compiere.

Riappropriamoci del Parco. Difendiamo gli alberi. Fermiamo la base.

SAB 6 SETTEMBRE

ORE 15.30 – DIBATTITO: HUB MILITARE TOSCANO: la costruzione della guerra nei nostri territori. 

La guerra cresce e si prepara attraverso basi militari, produzioni di guerra, infrastrutture di logistica per operazioni belliche, che rafforzano la capacità operativa dell’intero apparato militare e industriale bellico. Un processo di militarizzazione che sta ridisegnando l’intera area tra Pisa e Livorno, tra Pisa e La Spezia (e oltre). Le connessioni tra porti, aeroporti e basi militari tramite ferrovie e canali navigabili fanno dei nostri territori punti collegati strategicamente per rendere fluido il passaggio di armi e militari, per operazioni militari congiunte, consumate in tutti i lati del globo. Il dibattito che proponiamo è finalizzato alla costruzione di possibilità concrete per interrompere questa catena della guerra a partire dai nostri territori, spezzando le traiettorie di questo hub della logistica bellica attraverso la creazione di reti efficaci che cooperino attivamente contro la devastazione. Sta a noi bloccare questo sistema che alimenta conflitti globali sottraendo risorse vitali ai bisogni delle comunità.

Di questo vorremmo discutere nella seconda giornata del campeggio No Base, sabato 6 settembre dalle 15.30 consapevoli che il nostro No si inserisce in una lotta più grande che è quella contro la guerra globale.

DOM 7 SETTEMBRE

ORE 10.00 – DIBATTITO: Territori in lotta nella guerra globale: dibattito con la giornalista Futura D’Aprile, Movimento No Tav, Movimento No Ponte e percorso “Guerra alla Guerra”

L’escalation bellica globale porta con sé un’economia di guerra feroce, visibile in molte forme. Riarmo europeo, riconversione industriale civile-militare, crescita della spesa militare al 5% del PIL sono le sue facce più esplicite e minacciose. La sua aggressione si esprime sui territori sottraendo risorse dai bisogni sociali reali, imponendo infrastrutture come la nuova Base Militare, impoverendo la popolazione di possibilità economiche, culturali, sociali, schiacciando gli spazi di decisionalità delle comunità tramite disciplinamento e ricatto. 

L’Italia e le isole sono costellate di infrastrutture militari, energetiche, logistiche per integrare aree di territorio e connettere armi, mezzi, persone, energia, denaro: centinaia di “zone di sacrificio” ci rendono una piattaforma della guerra globale sul Mediterraneo e sono l’altra faccia degli interessi militari, estrattivi e industriali che il nostro Paese interpreta nelle missioni all’estero, dall’Ucraina al Medio Oriente, nella complicità diretta con il genocidio in Palestina, nel supportare il ritorno al nucleare, nei rifornimenti di armi che fornisce a tutto il mondo.

Le “zone di sacrificio” sono anche il luogo della resistenza e del potenziale riscatto da questo avvitamento militarista, territori in cui scoprire che ostacolare la guerra dal basso e immaginare un’economia di pace è possibile. Per questo vi invitiamo al dibattito di domenica 7 settembre al Presidio di Pace “Tre Pini” nell’ambito del Campeggio No Base: dallo scenario globale, alle prospettive di lotta territoriali, a partire anche dal processo di Guerra alla Guerra,  vogliamo confrontarci su come mettere in discussione questo sistema di economia di guerra e individuare concretamente delle alternative, fondate sui bisogni delle comunità. Sarà uno spazio aperto per mettere in dialogo le lotte, immaginare e arricchire le diverse prospettive di mobilitazione contro la guerra, discutere di cosa significa la pace sui territori e come costruirla unendo le nostre idee e le nostre forze.

L’Hub militare Pisa-Livorno: la nuova aviorimessa un altro tassello verso la guerra 

L’Hub militare Pisa-Livorno: la nuova aviorimessa un altro tassello verso la guerra 

43 milioni per un hangar militare: continua il potenziamento dell’apparato bellico sul nostro territorio

Una nuova, mastodontica aviorimessa sta per sorgere all’aeroporto militare di Pisa. Non si tratta di un intervento isolato, ma del tassello più recente di un silenzioso ma profondo processo di militarizzazione che sta ridisegnando l’intera area tra Pisa e Livorno, consolidandola come uno dei principali poli militari-industriali d’Europa. Un processo che vede coinvolti non solo l’aeroporto militare ma anche strutture come il CISAM, centro di addestramento e ricerca per le forze armate, e che incontra la resistenza di movimenti per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.

Aeroporto militare di Pisa

Il Ministero della Difesa ha stanziato circa 43 milioni di euro per la costruzione di un hangar di manutenzione destinato ai velivoli strategici C-130J e C27J presso l’aeroporto militare di Pisa. L’appalto, finanziato interamente attraverso il bilancio della Difesa con una base d’asta superiore ai 40 milioni, prevede una struttura all’avanguardia che potenzierà significativamente le capacità operative dello scalo militare.

Questi aerei da trasporto tattico rappresentano asset fondamentali per la logistica militare italiana e per le operazioni NATO, confermando come l’aviorimessa non sia semplicemente un’infrastruttura di servizio, ma un potenziamento strategico con implicazioni che vanno ben oltre il contesto locale. 

Un sistema militare integrato

L’aviorimessa si inserisce in un sistema militare-industriale molto più ampio, al cui centro si trova Camp Darby, il più grande arsenale militare americano fuori dagli USA. Con un deposito di oltre 125.000 metri quadri che ospita migliaia di mezzi corazzati, artiglieria, munizioni e materiale bellico di ogni tipo, questa base rappresenta un hub logistico cruciale per le operazioni militari americane nel Mediterraneo, in Africa e in Medio Oriente. A questo si aggiunge la nuova base al  CISAM, centro di formazione, addestramento e ricerca militare che completa il quadro del dispositivo bellico nell’area.

Intorno a questo Hub militare e alla nuova aviorimessa, negli ultimi anni è stato sviluppato un sistema integrato di infrastrutture strategiche. La linea ferroviaria di Tombolo, di cui si ha notizia di un investimento di circa 40 milioni di euro (25 milioni dal governo italiano e 15 milioni dal Dipartimento della Difesa USA, cifra che comunque potrebbe essere a ribasso), sta realizzando il nuovo raccordo ferroviario che collega direttamente Camp Darby alla rete ferroviaria nazionale, incluso un ponte mobile sui Navicelli e nuovi binari dedicati esclusivamente al trasporto di materiale bellico.

Giani inaugurazione Darsena Europa

Le vie d’acqua sono state potenziate con l’ampliamento del Canale dei Navicelli, attraverso il consolidamento statico degli argini del canale, la riqualificazione completa del palancolato dalla foce dello scolmatore fino alla darsena di Camp Darby e la riapertura della banchina “tombolo Dock” finalizzata a potenziare il trasporto di armi e mezzi militari su chiatte in entrata e in uscita dalla base, per migliorare il collegamento diretto tra il porto di Livorno e Camp Darby (interventi dai costi complessivi non conosciuti in quanto il piano è secretato per motivi militari).
Proprio pochi giorni fa è stata posata la prima pietra della Darsena Europa alla presenza del Presidente della Regione Toscana Giani, con un investimento complessivo che tra lavori e spese di sicurezza ha raggiunto, ad ora, la cifra di 550 milioni di euro, cento milioni in più rispetto all’importo originario. Benché presentata come opera di potenziamento commerciale, la sua vicinanza strategica agli stabilimenti WASS e la collocazione all’interno del sistema logistico militare solleva interrogativi sulla sua effettiva finalità prioritaria.

La connessione tra porto, aeroporto e basi militari tramite ferrovia e canali navigabili conferisce all’area una flessibilità logistica di primaria importanza per le operazioni militari congiunte, mentre crescono le proteste dei movimenti per il disarmo che chiedono la riconversione di queste infrastrutture a fini civili e sociali.

L’industria bellica sul territorio: Leonardo-WASS

Un altro tassello fondamentale di questo ecosistema militare è rappresentato dalle industrie belliche presenti sul territorio. Leonardo S.p.A., colosso italiano della difesa partecipato dal Ministero dell’Economia, ha una significativa presenza in Toscana con diverse divisioni operative. Di particolare rilevanza è WASS (Whitehead Alenia Sistemi Subacquei), di recente parte di Leonardo Divisione Sistemi di Difesa, con sede a Livorno.

Questo stabilimento, strategicamente posizionato a pochi chilometri dalla Darsena Europa in via di realizzazione, è specializzato nella progettazione e produzione di siluri pesanti e leggeri, sistemi di contromisure e altri armamenti navali avanzati, la cui movimentazione sarà facilitata dalle nuove infrastrutture portuali. I sistemi d’arma prodotti da WASS, come il siluro pesante Black Shark e il siluro leggero MU90, sono considerati tra i più sofisticati al mondo.

Impatti sul territorio e resistenza locale

La crescente militarizzazione comporta anche significativi impatti ambientali. Le nuove infrastrutture, tra cui la linea ferroviaria di Tombolo e ora l’aviorimessa, richiedono cementificazioni e opere invasive che minacciano l’ecosistema del Parco di San Rossore-Migliarino-Massaciuccoli da più lati. Il ponte mobile sui Navicelli e le nuove strutture di collegamento hanno già comportato deforestazioni e alterazioni significative del territorio terrestre e marino.

Di fronte a questa trasformazioni, abbiamo ampliato la nostra battaglia contro l’intera infrastruttura militare nell’area pisana, consapevoli che la nuova Base del Tuscania abbia un ruolo centrale.
Con manifestazioni, presidi e iniziative di sensibilizzazione, il movimento ha portato alla luce i costi economici, sociali e ambientali di questi progetti, sfidando la narrazione ufficiale e proponendo alternative di utilizzo del territorio. Le nostre rivendicazioni si uniscono a quelle di altri movimenti per il disarmo e la smilitarizzazione che in tutta Italia si oppongono alla crescita delle spese militari e alla proliferazione delle basi NATO.

Oltre la narrazione ufficiale

Gli interventi infrastrutturali, dalla nuova aviorimessa alla linea ferroviaria di Tombolo, vengono presentati spesso come miglioramenti logistici necessari o come opportunità di sviluppo economico e occupazionale. In realtà, rafforzano in modo significativo la capacità operativa dell’intero apparato militare e industriale bellico della zona. Un modello di sviluppo fondato su basi militari, arsenali di armi, industrie della difesa e infrastrutture logistiche per operazioni belliche rischia di assecondare un sistema che alimenta conflitti globali sottraendo risorse vitali ai bisogni delle comunità locali.
Mentre sindaci e governatori sventolano bandiere arcobaleno per la “pace”, firmano accordi per nuovi hangar militari e basi NATO. La stessa Regione che organizza marce per la nonviolenza stanzia milioni per infrastrutture belliche, mentre scuole e ospedali cadono a pezzi. Questa è la doppia morale di chi predica la pace mentre trasforma il nostro territorio in una piattaforma di guerra globale

Il caso della nuova aviorimessa di Pisa, insieme al potenziamento di Camp Darby, del CISAM, degli stabilimenti Leonardo-WASS e delle infrastrutture circostanti, deve stimolare un dibattito aperto all’interno della comunità. Con un investimento complessivo che supera il miliardo di euro di fondi pubblici per le infrastrutture, è legittimo opporsi al modello di sviluppo imposto sul nostro territorio.

Come movimento “No base né a Coltano né altrove”, il nostro impegno è rompere la ragnatela sempre più fitta ed asfissiante che sta trasformando il nostro territorio nel centro nevralgico degli attacchi bellici. Una rete di infrastrutture militari interconnesse che soffoca le possibilità di uno sviluppo orientato alla pace e alle reali necessità dei cittadini. Sosteniamo le campagne per il disarmo, la riduzione delle spese militari e il diritto all’obiezione di coscienza, consapevoli che solo attraverso la disobbedienza civile e la mobilitazione popolare si può contrastare questa deriva militarista.

La sfida che poniamo è quella di immaginare e promuovere un futuro diverso, che punti sulla riconversione degli investimenti militari e dell’industria bellica in progetti di utilità sociale e rispettosi dell’ambiente. Si potrebbero realizzare nuovi ospedali, scuole, centri culturali e sociali, oltre a interventi di riqualificazione urbana e potenziamento del trasporto pubblico sostenibile. Le competenze tecnologiche e il personale qualificato oggi impiegato nell’industria degli armamenti potrebbero essere riconvertiti verso settori civili innovativi, dalla sostenibilità ambientale alla mobilità green, costruendo un’economia di pace in cui le risorse pubbliche e le capacità produttive rispondano anzitutto ai bisogni delle persone e non alla loro distruzione.

Disertare la guerra, disarmare la pace, riprenderci il territorio: queste sono le parole d’ordine che guidano la nostra lotta contro la militarizzazione crescente e per un futuro di pace e giustizia sociale.