Che liberazione! – Comunicato dalla giornata di lotta del 25 aprile

Che liberazione! – Comunicato dalla giornata di lotta del 25 aprile

Dal 25 aprile di lotta nell’Hub militare toscano e al presidio dei Tre Pini al 2 giugno a Pontedera continuiamo a resistere alla guerra, ad essere partigianə della Pace ogni giorno.

Questo 25 aprile, in più di mille persone, abbiamo camminato insieme per le strade di San Piero a Grado: non piú arterie fondanti della logistica di guerra che quotidianamente si muove sul territorio, ma strade di un percorso determinato di lotta alla guerra e alla devastazione, che ci ha portato a riprenderci insieme il presidio dei Tre Pini. 

Percorrere queste vie, passare davanti a Camp Darby e al Cisam, dove sono apparse decine di scritte contro la guerra, fare vivere gli interventi del corteo insieme a mille persone, con decine di associazioni e realtà che vogliono una pace reale, intraprendendo insieme una lotta concreta contro la guerra, non è stato solo parte di una manifestazione. È il tassello sempre più saldo che ci porta verso il nostro obiettivo di pace e di demilitarizzazione del nostro territorio e di tutti i territori. 

Sono mesi in cui la guerra si fa ogni giorno più intensa, pervasiva e violenta. In cui assistiamo sbigottiti a decisioni allarmanti prese con leggerezza, in cui l’angoscia della guerra e degli orrori che si porta dietro pervade la nostra quotidianità. Dove i governi trascinano l’umanità verso distruzione e ingiustizia, dove si stanziano miliardi per il riarmo mentre si taglia su scuola e sanità, dove le basi USA come Camp Darby sono direttamente implicate nei fronti di guerra e genocidio come in Iran, in Palestina, in Libano.

Di fronte a questo, unitə possiamo virare verso un orizzonte di pace. 

Per questo  la mobilitazione di ieri è stata più che mai importante per il nostro territorio. Una giornata in cui il movimento, che ha tante anime e tante facce e che unisce persone di ogni età che sognano insieme un mondo diverso, si è espresso con forme e linguaggi diversi: dall’esibizione iniziale dei canti dell’Or’ coro, al fondamentale contributo della Brigata cucina al pranzo per il presidio dei Tre Pini, dal messaggio registrato dai GAP in partenza con la Flottilla verso Gaza agli striscioni lasciati per tutto il corteo. Un messaggio di resistenza che è plurale ma ha radici salde che vanno in tutte le direzioni: dai porti alle parrocchie, dalle università agli spazi sociali, dai quartieri alle scuole, passando per i luoghi di lavoro e soggetti dissidente all’interno delle amministrazione. Tanti soggetti e ragioni differenti hanno camminato unite nello spirito e nell’azione, condividendo un progetto comune: fermare la guerra, liberarci delle basi militari, organizzare praticamente e con efficacia la resistenza che il territorio può esprimere laddove la guerra passa.

Insieme, a partire da tutte queste ragioni, il 25 aprile abbiamo ripreso i Tre Pini, il presidio di Pace che da ormai tre anni è punto di riferimento come spazio di organizzazione contro la guerra nel nostro territorio. Per ogni attacco mosso nei confronti di chi lotta contro la devastazione della guerra, il nostro territorio non solo sa rispondere, ma sa anche trarne forza. Nel luogo dove tre anni fa siamo entrati in cinquanta persone – e che l’università un mese fa ha sgomberato e distrutto peri intralciare la nostra lotta -ieri siamo tornati in mille.

Resistere oggi significa assumere delle sfide, che possono fiorire in opportunità se assunte collettivamente, dal basso, da chi la guerra non la vuole piú subire. Aver bloccato un treno carico di armamenti e munizioni è stata una sfida. Aver riaperto insieme il Presidio di Pace dei Tre Pini è una nuova sfida. Tutto questo ci dà ora l’opportunità di essere determinanti nel bloccare la guerra, nel disertare la devastazione e liberare il nostro territorio.
In quest’ottica rilanciamo una nuova mobilitazione ampia e generale contro la guerra e la base per il prossimo 2 giugno, a Pontedera, città investita, insieme a San Piero a Grado, dal progetto della base e da rilevanti lavori di ristrutturazione ferroviaria in prospettiva di transiti più intensivi di trasporti bellici. Una proposta di mobilitazione maturata a Pontedera, rilanciata con forza in corteo tra camp Darby e i Tre Pini, e assunta dal Movimento tutto.

Dopo importanti mesi di attivazione, questa giornata di mobilitazione nel giorno della Liberazione ha rafforzato una prospettiva di lotta comune a tutte le aree coinvolte nel progetto di costruzione della base, lotta che si sta sviluppando sempre più capillare e unita su un ampio territorio pronto a organizzarsi e lottare insieme contro la base e per la pace.

Il 25 aprile non solo è stata una giornata di resistenza alla guerra, ma anche un momento di coerenza e decisione, per diventare partigiane e partigiani per la pace. A fronte della guerra mondiale che imperversa, davanti a un hub militare diffuso, enorme e pervasivo come quello che abbiamo in Toscana, siamo chiamati ad avere una responsabilità. Noi decidiamo e parteggiamo per la pace, lo abbiamo fatto e continueremo a farlo, bloccando la guerra in ogni dove con i mezzi e la forza a nostra disposizione.

Siamo partitə in più di mille e torneremo ancora più numerosə, perché ogni volta che provano a fermarci troviamo il modo di riaprire spazi e strade, e questo 25 aprile ha dimostrato che la pace non è un sentimento ma una pratica collettiva, e che noi siamo prontə a viverla ogni giorno.

Dalla due giorni di mobilitazione e discussione No base: fermare la base è possibile e dipende da noi!

Dalla due giorni di mobilitazione e discussione No base: fermare la base è possibile e dipende da noi!

Si è conclusa la due giorni di mobilitazione no base del 26 e 27 aprile: un piccolo grande passo in cui centinaia di persone hanno raggiunto San Piero a Grado dal territorio pisano e dalla Toscana, per affermare la propria contrarietà alla costruzione della base militare e il desiderio di costruire collettivamente nuove possibili prospettive di Pace. In questa occasione, con nuovi stimoli e adesioni, si è rafforzata un’esigenza di chiarezza e un’urgenza di azione nel presente e nel futuro.

Con il presidio di sabato in centinaia abbiamo manifestato davanti ai cancelli della base CISAM con l’obiettivo di rompere il velo di menzogna permanente che avvolge il progetto: non si tratta di una riqualificazione di pochi edifici come vogliono fare credere, ma di 100 ettari di cemento e infrastrutture militari addestrative per più di 800 militari delle forze speciali dell’esercito Tuscania e GIS; non ci sono compensazioni che tengano di fronte a questo scempio del nostro territorio. La menzogna avvolge il progetto, perché le istituzioni che avrebbero il dovere di tutelare il Parco Naturale di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, così come quello di Pontedera, a partire dall’Ente Parco, dai Comuni di Pisa e Pontedera, dalla Regione sino al Governo, continuano a sostenere che non sia a disposizione alcuna documentazione, talvolta che questa documentazione addirittura non esista. A gran voce, con battiture sonore ai cancelli, cori e interventi, abbiamo voluto ribadire un punto: questa documentazione deve essere resa pubblica e le istituzioni devono procedere con un’ispezione dell’area CISAM per rendere noto alla popolazione se e cosa sia già in movimento all’interno di quelle reti, di fronte a mesi di flussi di mezzi pesanti dall’esterno all’interno della base. 

Sono già cinque i comuni intorno a Pisa in cui sono state prese delle posizioni contro la nuova base militare: a San Giuliano, Vecchiano, Vicopisano, Calci e Calcinaia, sindaci e consigli comunali hanno detto No al progetto; il sindaco di Calci, con il proprio partito, ha espresso vicinanza alla mobilitazione no base ed è passato al presidio di sabato.

“Europa Verde chiede anche la massima trasparenza in tutte le procedure di autorizzazione di una nuova installazione militare nel territorio pisano. “Non solo, – conclude la nota del partito – ma confermiamo la contrarietà ad inserire una base in un territorio pregiato e prezioso come quello del Parco e, più in generale, riteniamo assolutamente inaccettabile che si cerchi di agevolare la costruzione di installazioni militari in aree a vincolo con norme varate “ad hoc”.
Un estratto dalla nota del Partito Europa Verde

Il nostro messaggio, da oggi ancora più chiaro, è che in ogni sede, istituzionale e non, ciascunə dovrà fare la propria parte perché quella documentazione sia resa pubblica, accessibile e trasparente.

“Il nostro presidiare questo territorio è quanto mai espressivo della volontà di esserci, esserci dove non ci vorrebbero, esserci in quei luoghi ritenuti sfruttabili e sacrificabili per interessi di profitto; per costruire un’alternativa, anche quando ci dicono che alternative non ce ne sono, anche quando ci fanno credere che le basi e la guerra portano profitto, quando invece questo è per pochi e la distruzione per tuttə, a partire dalle terre.”
Un intervento davanti ai cancelli del CISAM

Nel presidio di sabato si è espressa la ricchezza delle motivazioni no base: associazioni e comitati territoriali da Pisa a Coltano, dalla Valdera alla Val di Cornia, da Viareggio al Monte Amiata, da Lucca alla Sardegna, hanno portato con convinzione le posizioni di chi vuole unirsi per difendere l’ambiente, il territorio e il Parco e battersi per una pace effettiva e disarmata, a partire dall’’impedimento della costruzione della nuova base militare;

Tanti studenti e studentesse hanno ribadito la centralità dell’università nello scenario bellico. Le studenti in mobilitazione per la Palestina hanno sottolineato la complicità delle istituzioni universitarie con il genocidio portato avanti da Israele in Palestina – e con tantissimi altri conflitti su scala globale – tramite accordi con aziende produttrici di armi come Leonardo SpA; C’è chi, invece, ha ricordato l’implicazione diretta dell’Università di Pisa nel progetto della nuova base, evidenziando la necessità di trasparenza anche su questo versante. Con il decreto del 29 giugno 2024 che ha ratificato il progetto della base militare, infatti, l’implicazione dell’Università si è resa esplicita nella previsione di compensazione per la ristrutturazione di uno stabile dell’Università nei pressi del CISAM.

“Vogliamo ricordare che il Presidio di Pace dei “Tre Pini” è un luogo formalmente di proprietà dell’Università di Pisa, così come tutti i terreni intorno al CISAM, parte dei quali sono però lasciati in abbandono. […] Con la promessa di ristrutturazione di uno stabile dell’Università “l’ex Bigattiera” , lo Stato ha evidentemente avviato una collaborazione con la governance universitaria.
Una collaborazione di cui non troviamo traccia in documenti ufficiali, su cui la governance non si è mai espressa e su cui rivendichiamo chiarezza e pubblicità per sapere a quale titolo e in quale forma l’Università di Pisa è coinvolta in un progetto che nulla dovrebbe avere a che fare con un’istituzione accademica. Come studenti pretendiamo l’assegnazione ufficiale da parte dell’università del terreno dove si trova il presidio di pace “Tre Pini” affinché San Piero si animi della voglia di tantissime persone di immaginare e lottare insieme per un mondo diverso, senza armi e soprattutto senza basi militari.”
intervento di una studentessa durante il presidio al CISAM

Con il movimento transfemminista di Non una di meno abbiamo rafforzato la necessità di mobilitarci contro la base e contro la guerra per fare la nostra parte per trasformare un sistema ingiusto fondato sul dominio patriarcale e suprematista sulle popolazioni, sulle donne, sulle persone migranti, che nella militarizzazione ha la sua prima arma e strategia; abbiamo ricevuto dall’Adriatico e dalla Sicilia, messaggi di complicità e solidarietà (vedi in fondo i contributi del Movimento No Ponte e di Rete per il Clima Fuori dal Fossile); insieme a realtà sindacali di base, partiti e collettivi studenteschi pisani, così come con organizzazioni pacifiste e cattoliche dalla Toscana e non solo, una ricchezza di prospettive e sensibilità ha contribuito a comporre da più parti una nuova esigenza di definizione della Pace che vogliamo per noi, dal basso dei territori e delle popolazioni che non vogliono subire la violenza del riarmo, dell’economia di guerra e dell’occupazione di servitù militari.

Proprio questa esigenza ha trovato spazio di discussione e dialogo domenica, nell’assemblea “Disarmare la Pace”, al presidio di Pace dei “Tre Pini”. A partire dalla proposta di movimenti pacifisti cristiani come Pax Christi, in tantissimə abbiamo risposto all’appello lanciato da cristiani e cristiane no base. Un appello a “disarmare la pace”, ad immaginare insieme, unendoci nelle diversità, una pace giusta, che sia una pace da e per i popoli e i territori, che non può che essere disarmata.

“Da qui dobbiamo partire per il futuro, gettare le basi per un’alternativa con la A maiuscola.[…] L’alternativa è costruire educazione alle relazioni e ai rapporti: le guerre scoppiano perché c’è un deficit di democrazia. Allenare la popolazione civile a saper gestire i conflitti a cominciare da quelli inter-relazionali. Guerra e conflitto non si equivalgono: una società che si fa carico di educarsi alla gestione della conflittualità e alla diversità è una società capace di costruire una prospettiva di pace e disarmo. Una società aconflittuale va dritta alla guerra.”
Dall’intervento di Pio Castagna, coordinatore di Pax Christi Centro Italia

Movimenti e gruppi cattolici, associazioni, partiti, movimenti transfemministi, antimilitaristi, comitati di difesa ambientale, collettivi universitari, realtà solidali si sono uniti in assemblea con un obiettivo comune: fermare la base per disarmare la guerra, per restituire il reale significato alla parola pace. Nel prossimo periodo sarà reso pubblico un documento di rielaborazione dell’assemblea: per adesso, vogliamo sottolineare che usciamo da questo momento con la consapevolezza che siamo pronti e pronte ad unirci nelle nostre differenze, nella volontà di fare del conflitto, dei contenuti e dell’obiettivo comune gli elementi costruttivi di cooperazione e di sintesi. Usciamo pronti e pronte ad un’estate no base, per continuare a difendere il nostro territorio, per continuare a costruire un’alternativa di Pace in un presente di guerra.

Siamo pronti e pronte a diffondere la vitalità del Movimento no base a partire dal Presidio di Pace dei “Tre Pini” e dal campeggio che animerà questa estate, dalle decine di iniziative di lotta, cultura di pace, obiezione di coscienza, propaganda, socialità e mobilitazione che sono e saranno necessarie per fare la nostra parte e invertire una tendenza alla guerra che ci sta investendo come una tempesta.

Abbiamo voluto fare tutto questo proprio lì dove dovremo essere sempre più presenti, davanti a quelle reti e quei cancelli che celano i piani di guerra dei potenti del nostro Paese, per iniziare a riappropriarci di una parola, la “pace”, sempre più svuotata nei discorsi guerrafondai degli Stati e che vogliamo acquisti la concretezza dell’azione e delle idee di chi desidera per la società e il territorio la libertà dalla militarizzazione, la capacità di convivere nella diversità, l’esigenza di mettere la collettività di fronte agli individui: dalle parole di Papa Francesco a quelle di Bertolt Brecht, pronunciate in assemblea, questo filo rosso ci ha unito e continuerà a unirci nel futuro.

“La Toscana non è zona di guerra, fuori le basi dalla nostra terra!”: durante questa due giorni questo slogan è arrivato da San Piero a Grado sino in Iraq, grazie al lavoro di comunicazione di Un Ponte Per, presente e partecipe alla mobilitazione. Questa nota di solidarietà internazionale è la misura di cosa significhi per noi questa due giorni, della centralità dell’hub logistico militare pisano nell’escalation globale, della nostra responsabilità e possibilità di fare la nostra parte, del grande lavoro che dobbiamo ancora costruire per fermare la base e costruire la Pace.

Insieme possiamo fermarla non è solo uno slogan, è la realtà che unendoci passo passo stiamo mettendo in pratica.


Il contributo del movimento No Ponte:

Un saluto a tutti e tutte dalla Sicilia. Siamo lì con voi in questa giornata resistente. Usiamo questa parola perché ieri in tutta Italia si sono riempite le piazze in memoria dei partigiani e della loro resistenza. Una giornata che parla di libertà, di lotta, di dignità. Parla di Resistenza.
La domanda che ci siamo fatti è stata però: di quale Resistenza parliamo?
Perché la Resistenza non può essere un fatto chiuso nei libri di storia. Non può essere una commemorazione svuotata, rituale. La Resistenza o è viva, o non è. O si fa ogni giorno, o non esiste.
E allora parliamo del presente. Parliamo della guerra che ci attraversa. Parliamo, e dobbiamo farlo certamente, di quella che colpisce le città, le case, i corpi in Palestina, in Ucraina, in Sudan, in Yemen e in tutto il mondo. Ma dobbiamo nominare anche quella che si insinua nei nostri territori, dietro decisioni calate dall’alto, imposte sulla pelle della gente. Parliamo di quello che sta avvenendo in tutta Italia dalla Valle, passando da Coltano fino all estremo sud con il ponte sullo stretto e le basi militari nato e usa.
Tutto questo ha un nome: si chiama GUERRA. La guerra quella fatta col cemento, con gli espropri, con i cantieri infiniti e le zone interdette.
Il Ponte sullo Stretto, come le basi militari, sono il simbolo di tutto questo. Non sono infrastrutture inutili al territorio. Sono l’incarnazione di un’idea malata di sviluppo, quella che trasforma la terra in merce, che militarizza i territori, che impone senza ascoltare.
Ci vogliono convincere che questo sia progresso.
Ma il progresso non è distruggere paesaggi, comunità, biodiversità per fare profitto. Questo è colonialismo. Un colonialismo che considera la Sicilia e i territori terra di conquista, una luogo da gestire, senza considerare chi quel territorio lo abita.
Parlano di “opere strategiche”. Ma per chi? Non per noi. Non per chi vive ogni giorno il dissesto idrogeologico, le frane, la sanità pubblica al collasso, le strade dissestate, i treni fermi.
Chi sa di cosa hanno bisogno i territori sono le persone che li abitano, e non è sicuramente  il cemento. C’è bisogno Di risposte reali e non di mitologie ingegneristiche o di basi per la guerra.
E allora oggi, come ieri in occasione del 25 aprile, non basta ricordare chi ha combattuto contro il fascismo e costruire giornate puramente commemorative.
Dobbiamo chiederci: dove sono oggi le nuove forme di oppressione? Dove si costruiscono oggi le nuove resistenze?
Perché lo diciamo chiaramente: i territori non sono pagine bianche su cui stampare decisioni autoritarie. Sono corpi vivi, intrecci di relazioni, memorie, lotte e desideri.
E allora, oggi, resistere significa anche immaginare un’alternativa a questo modello. Rompere il mito delle Grandi Opere. Denunciare a gran voce le fabbriche di morte come la Leonardo Spa. Non abbandonarsi alla paura repressiva ma fare della repressione un campo di forza collettiva. Spezzare la narrazione che ci vuole spettatori e non protagonisti. Chiamiamo tutte e tutti a costruire insieme spazi di confronto e di conflitto, perché oggi è necessario costruire un altro orizzonte. Un’altra idea di futuro.
Perché come dicevano quelli che hanno fatto la Resistenza vera, con le armi e con le parole:
la libertà non si eredita. Si conquista. Ogni giorno.

Contributo audio di Rete Clima fuori dal Fossile

Nessuna base per nessuna guerra, nessuna guerra senza basi – 26 e 27 aprile per una primavera di mobilitazione No Base

Nessuna base per nessuna guerra, nessuna guerra senza basi – 26 e 27 aprile per una primavera di mobilitazione No Base

Solo qualche settimana fa eravamo con l’acqua alle porte, chiedendoci se un fiume di fango ci avrebbe travolti, come successo a Sesto Fiorentino, Empoli e altre aree limitrofe.

Nell’ennesima “emergenza”, non abbiamo potuto fare a meno di pensare ai 520 milioni di Euro e 140 ettari destinati ad una nuova base militare nel nostro territorio, dislocata tra il Parco Naturale di San Rossore (nell’area ex-Cisam) e Pontedera. 

A quel 1,2 miliardi di euro che il Governo Meloni investe in  infrastrutture militari in tutta Italia

Alla proposta di legge recentemente depositata alla Camera da Fratelli d’Italia per l’inserimento di una “clausola di compatibilità ambientale” per le infrastrutture militari che consente una completa deregolamentazione aggirando gli attuali vincoli ambientali.

Al piano Rearm Europe con la quale l’Unione Europea prevede lo stanziamento di  800 miliardi per il riarmo e  la guerra, finanziato in parte con il debito ed in parte con le risorse (già stanziate) del Fondo di Coesione e Sviluppo, originariamente finalizzato a contrastare le diseguaglianze sociali e territoriali.

Ai 50 miliardi, il corrispettivo di due leggi di bilancio, che l’Italia dovrà spendere nel settore militare per assecondare questa folle politica di riarmo, mentre ogni anno –  in nome di vincoli di bilancio improvvisamente evaporati – si approvano ulteriori tagli a sanità, educazione, assistenza, pensioni, ricerca, aggravando il disagio sociale e la precarietà esistenziale.

Assistiamo così ad un processo generale di militarizzazione della società in tutti i suoi gangli, che devasta, inquina, avvelena, uccide, e relega ogni reale urgenza sociale e ambientale allo stato di marginalità in nome di un’unica priorità, un’unica impellenza: la guerra.

Ma come diciamo sin dal primo giorno, le guerre non scoppiano, si preparano, occupando e militarizzando ogni segmento della società

La guerra ha bisogno di una ricerca piegata a fini militari, di una produzione bellica che sta oggi trasformando le fabbriche metalmeccaniche in fucine di morte.

Una guerra globale che ha bisogno di arruolare tra le proprie fila il mondo della formazione e della stampa, per  irretire l’opinione pubblica  sulla  sensatezza della follia bellicista , con narrazioni subdole e faziose.

Una guerra che per macinare corpi e territori ha bisogno di rendere l’emergenza e la paura la nostra nuova normalità, di fare dello stato di eccezionalità delle norme un regime ordinario di governo. 

Una guerra ha bisogno di infrastrutture militari come il progetto della nuova base che è epicentro nevralgico in questa strategia. Per questo ci battiamo da 3 anni contro la sua realizzazione tanto a Pisa quanto a Pontedera, e siamo pronti a batterci affinché questo progetto venga cancellato definitivamente e non dislocato in altri luoghi. Desecretare, disertare, disarmare e sabotare la guerra sono le azioni che quotidianamente stiamo portando avanti a partire dal nostro territorio.

In questi anni abbiamo lavorato sull’economia di guerra con una campagna dal nome 520milioni per…, costruito laboratori nelle scuole, rivendicato il diritto di sapere quello che succede nel nostro territorio, volutamente nascosto da tutte le  istituzioni locali, regionali e nazionali, immaginando altri modelli di relazione coi territori, ragionando intorno a nuove narrazioni, parole d’ordine e pratiche in grado di disarticolare la guerra.

Oggi siamo convinte più che mai della necessità di rilanciare un nuovo momento di mobilitazione per ribadire che non  siamo arruolabili, che abbiamo delle urgenze da affrontare che non si possono in alcun modo risolvere con i fucili, che non siamo disposte a lasciare un solo centimetro della nostra terra per la guerra. La pace si prepara partendo dal disarmo generale e dalla demilitarizzazione dei territori e non dal riarmo globale.

La guerra è un meccanismo imponente e apparentemente indistruttibile, ma in realtà molto fragile perché dipende da tanti piccoli anelli e dal loro asservimento. Quando uno solo di questi decide di sottrarsi alla guerra, l’ingranaggio si inceppa.

Per questo il 26 aprile chiamiamo tutte e tutti a scendere in strada per opporci alla guerra e alla sua propaganda, a partire dall’obiettivo di impedire la realizzazione della nuova base militare.

Saremo ai cancelli davanti al Cisam per chiedere conto di che cosa realmente sta avvenendo dietro quelle reti e  e chiedere che tutte le risorse europee e nazioanli che si intendono investire per il riarmo e le nuove infrastrutture belliche siano destinate per le spese sociali e per una giusta transizione ecologica. 

La base nel parco e la responsabilità di aprire spazi di pace in tempi di guerra. Appunti sul presidio dei “Tre Pini” a San Piero a Grado.

La base nel parco e la responsabilità di aprire spazi di pace in tempi di guerra. Appunti sul presidio dei “Tre Pini” a San Piero a Grado.

Su tutto il perimetro dell’area CISAM di San Piero a Grado sorgono terreni, aree boscate e poderi. La maggior parte rientra nella proprietà dell’Università di Pisa. Tra questi è presente il podere “Tre Pini”, diventato inagibile per l’incuria degli ultimi anni, ma messo in autorecupero la scorsa estate su iniziativa popolare e studentesca per ospitare iniziative contro la base militare e contro l’escalation bellica nel mondo.
I terreni adiacenti il luogo dove dovrebbe sorgere la base ospitano laboratori e coltivazioni per la ricerca, allevamenti, associazioni del terzo settore e per la disabilità e, come nel caso dei “Tre Pini”, iniziative dei gruppi scout: tutte attività che con il progetto della base rischiano di subire gravi danni o scomparire.
In questo dossier il Movimento No Base si prefigge di illustrare le ragioni per cui il podere “Tre Pini” dovrebbe diventare un presidio stabile di pace, attraversabile da tuttə quantə abbiano a cuore la tutela e la valorizzazione del Parco, contro le grandi opere ecocide, inutilmente dispendiose e dannose per la cittadinanza.


Il movimento No Base – Né a Coltano né Altrove: genealogia della lotta per la difesa del territorio dalla devastazione e dalla guerra

Con l’aprile del 2022 si scopre l’esistenza di un DPCM, datato 23 marzo 2022, firmato dall’allora premier Draghi e contenente il riferimento al progetto di costruzione di una nuova base militare per i reparti speciali GIS e 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania” nel territorio di Coltano, frazione del comune di Pisa classificata come zona contigua al Parco Naturale di San Rossore Migliarino Massaciuccoli. Il progetto risale al febbraio 2021, un anno prima dell’acuirsi del conflitto Russo-Ucraino.

Nei mesi successivi centinaia di cittadini e cittadine di Pisa e dei territori limitrofi cominciano a riunirsi per opporsi a questa opera evidentemente impattante sull’ecosistema e pericolosamente aggravante per la tensione bellica crescente.
Il 2 giugno del 2022 sono 10.000 le persone che arrivano a Coltano da ogni parte d’Italia, per percorrere insieme il perimetro della possibile area militare, con lo slogan collettivo di “nessuna base per nessuna guerra”. 
Nelle settimane successive alla grande mobilitazione popolare le istituzioni competenti delle decisioni in merito alla base militare convocano una serie di tavoli interistituzionali per ridefinirne la collocazione.
Intanto, a livello cittadino e nazionale l’escalation di guerra globale rende evidente la pericolosità del nuovo progetto rispetto all’investimento nello sforzo bellico del nostro Paese. Sempre più persone, a Pisa e in tutta Italia, riconoscono l’importanza di opporsi al progetto: si fa strada l’idea che impedire la realizzazione della nuova infrastruttura bellica sia un passo verso una de-escalation militare del territorio pisano e del Paese intero.

Ma la decisione strategica del Governo sovrasta la volontà dei cittadini e delle cittadine, chiudendo il tavolo interistituzionale del 18 ottobre 2023 con l’approvazione definitiva di una nuova collocazione per la base militare: la base sarà diffusa, occupando aree dei territori di San Piero a Grado, Coltano e Pontedera. Pochi giorni dopo, il 21 ottobre, migliaia di persone da tutta Italia marciano in corteo a San Piero a Grado, dimostrando il sentimento sempre più diffuso di ostilità ai nuovi investimenti bellici del nostro Paese e invadendo l’area militarizzata del CISAM, individuata come futura collocazione della base militare dei GIS e Tuscania.

Il progetto della base

Ci soffermiamo nell’analizzare il progetto della nuova base militare presentato nel decreto ministeriale di Marzo 2022, così da rendere note le opere che investirebbero in via definitiva l’ecosistema di San Piero a Grado, Coltano e Pontedera.

Cosa prevede? 

Si tratta, in origine, di una base militare di almeno 73 ettari, di cui circa i 2/3 andrebbero cementificati, perdendo quel suolo e le sue funzioni ecosistemiche definitivamente.
Sono previste strutture quali pista per elicotteri, due poligoni di tiro, caserme, centri di addestramento, magazzini per armi ed esplosivi, laboratorio artificieri, muro per esercizi a fuoco, un villaggio addestrativo fantasma e altre opere funzionali all’addestramento militare. Alle strutture militari si aggiungono 18 villette a schiera, palestra polifunzionale, campo polivalente, piscine, cinema, officine, un asilo e una chiesa ad uso esclusivo dei corpi ospitati.

Con la “diffusione” del progetto tra San Piero a Grado, Coltano e Pontedera, si prevede di ricollocare le strutture sopra riportate nelle diverse aree. In aggiunta, si parla di un autodromo per i mezzi militari in località “Tenuta Isabella” a Pontedera e di diverse strutture ricreative con sede a Coltano. 

In foto: area individuata per i 73 ettari a Coltano
A quale prezzo?

Il costo stimato è di almeno 190 milioni di euro, a cui andrebbero sommati i costi di manutenzione della base e le onerose spese legate alle missioni ed esercitazioni. I fondi originariamente scelti per finanziare l’opera derivano dal Fondo Coesione e Sviluppo 2021-2027, un fondo nato per “rimuovere squilibri economici e sociali”. Con il rallentamento del progetto e la scadenza dell’investimento di tali fondi, si è deciso di inserire il finanziamento del progetto all’interno della legge finanziaria dell’anno 2024.

Con la ricollocazione della Base è prevedibile un aumento dei costi, che dovranno coprire gli investimenti sulla costruzione della struttura nell’area CISAM, la bonifica del reattore nucleare attualmente presente nel parco, la costruzione dell’autodromo a Pontedera e la riqualificazione degli edifici di Coltano in previsione della costruzione degli alloggi e delle strutture ricreative dei reparti.

Ma la spesa economica è solo una piccola parte di quelli che sono i reali costi di questo progetto. Si parla di un impatto devastante per l’ecosistema del Parco e delle zone limitrofe, di pericolose conseguenze sulla salute delle specie animali e vegetali che lo abitano e sulle persone che vivono e lavorano in quei territori. Sono noti gli studi sull’alto tasso tumorale causato dall’avvelenamento di aria, acqua e suolo da Uranio impoverito e altri metalli pesanti nelle aree ad elevata presenza militare, come le isole della Sicilia e della Sardegna.


Nell’immagine è riportato lo studio dei vincoli presente nel progetto. È reso chiaro l’impatto ambientale pericoloso che la base militare avrebbe, con rischio di alluvioni e squilibri nell’ecosistema delle aree protette.

Il “nuovo progetto” ad ora nella sua fattibilità sconosciuto alle cittadine e ai cittadini, ha come principale punto di rivendicazione quello di essere “green”. Si prevedono la maggior parte delle strutture militari all’interno del parco naturale o nelle sue aree contigue, ma vengono promesse delle piantumazioni di 10 mila nuovi alberi a fronte di quelli che andranno perduti per le cementificazioni. Dal punto di vista scientifico, considerando il normale funzionamento degli agroecosistemi è necessario riconoscere che una piantumazione di alberi giovani non può di certo compensare l’assenza di una vegetazione naturalmente sviluppata in quel territorio, ma anzi talvolta può aggravare il danno causato.

Un altro forte nodo di compensazione è quello posto sulla possibilità di bonifica del reattore nucleare di Ricerca RTS-1 “Galileo Galilei” presente nel cuore dell’area CISAM, inattivo dai primi anni ‘80 e bonificato solo parzialmente. Questo reattore ad oggi è ancora presente con il suo carico di radioattività e le scorie non sono mai state trasferite né smaltite. Si presume che siano ancora al suo interno dal momento della chiusura. La bonifica di tale opera è una promessa estremamente fragile e problematica: fragile, dal momento che non esiste un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi in grado di accogliere scorie e resti del reattore; problematica, perché non esiste alcun piano di decommissioning, con tutte le relative valutazioni di impatto ambientale. Bisogna inoltre considerare che in questo sito potrebbero essere stoccati ulteriori rifiuti radioattivi provenienti da attività militari, per cui l’insediamento delle nuove Forze Speciali potrebbero aggravare la situazione.

Ci chiediamo, infine, cosa può mai significare la piantumazione di diecimila nuovi alberi, la riduzione del consumo di suolo o l’impiego di materiali ecosostenibili nella costruzione dei nuovi edifici, a fronte delle esplosioni causate dalle esercitazioni che si terranno all’interno dell’area o al costante e quotidiano traffico di mezzi pesanti e leggeri, oltre che umano?

Proposta delle nuove cementificazioni all’interno dell’area CISAM

Una base per chi?

Un altro tassello fondamentale per capire la portata del progetto proposto è costituito dalla composizione che andrebbe lì ad abitare e ad addestrarsi. Su questo abbiamo sentito mesi di propaganda centrata sulla “nuova base dei carabinieri”, che non lasciava trasparire chi fossero davvero e quali finalità profonde avesse il nuovo progetto per l’Arma. 

Uno dei corpi è il 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, il reparto ad altissima specializzazione dell’Arma dei Carabinieri, considerato come l’erede diretto del Battaglione Paracadutisti “Carabinieri Reali”, che si macchiarono dei peggiori crimini nelle guerre coloniali italiane. Con la ristrutturazione dell’Esercito del 1975, il reparto ricevette la denominazione di 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, svolgendo contestualmente le missioni militari tipiche delle truppe aviotrasportate e le funzioni di polizia e controllo dell’ordine pubblico e di “contrasto della criminalità organizzata e del terrorismo”. Attualmente al reparto specializzato dei Carabinieri sono assegnati circa 500 effettivi che con la nuova base verrebbero quasi raddoppiati. Si caratterizza per la capacità di operare nella vasta zona grigia compresa tra le funzioni di polizia e quelle militari, un ambito di impiego molto richiesto nei moderni scenari internazionali.

Sono innumerevoli gli interventi del “Tuscania” nelle aree di conflitto. Nel 1982 i paracadutisti furono schierati in Libano per presidiare i campi rifugiati palestinesi alla periferia di Beirut. Nel 1991 il Reggimento fu inviato nel Kurdistan iracheno mentre tra il 1992 e il 1994 operò in Somalia nel quadro della controversa missione internazionale di “stabilizzazione” Restore Hope. Tra il 1995 e il 1999 il “Tuscania” ha partecipato alle diverse missioni operative NATO nei Balcani e, dopo il 2001, nei teatri di guerra in Iraq e in Afghanistan. In quest’ultimo Paese i paracadutisti dei Carabinieri hanno diretto innumerevoli corsi addestrativi a favore delle ricostituite forze di polizia afgane, il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Tra le operazioni all’estero del “Tuscania”, quelle che più hanno destato e destano ancora sconcerto riguardano il martoriato Corno d’Africa. Le attività riguardano l’addestramento individuale, il combattimento e l’intelligence; interventi nei centri abitati; tecniche antiterrorismo, investigative, di controllo del territorio e gestione dell’ordine pubblico e della folla; ricerca e neutralizzazione di armi ed esplosivi. Fino ad oggi i corpi scelti dei Carabinieri hanno addestrato oltre 2600 unità appartenenti alla Polizia Somala, alla Polizia Nazionale e alla Gendarmeria Gibutina, ma anche di milizie paramilitari in diverse missioni.

La strategia diffusa di sostenere, addestrare, armare e cooptare milizie paramilitari può condurre a gravi conseguenze. Le milizie hanno una forte tendenza ad appropriarsi dell’autorità politica, rafforzando forme autoritarie di governo, monopolizzando le economie locali e finendo per impegnarsi in altre attività paramafiose con drammatiche conseguenze per le popolazioni civili (mercato nero delle armi, rapine ai danni della popolazione, sparatorie incontrollate, stupri, meccanismi violenti di controllo della folla e omicidi extra-giudiziari).

Durante i primi anni di presenza militare italiana a Mogadiscio, furono perpetrati gravi crimini da parte di alcune unità dei paracadutisti dell’Esercito in quella che veniva definita una “missione umanitaria”. I militari italiani usarono contro la popolazione somala torture, sevizie e stupri. I reparti della Folgore ed i carabinieri del Tuscania, attuarono diverse rappresaglie contro villaggi somali, con rastrellamenti condotti con metodi non ortodossi propri della guerra a bassa intensità come distruzione delle case, pestaggi degli abitanti, inquinamento e distruzione delle risorse idriche e arresti indiscriminati. Alcuni deputati denunciarono altresì come i militari del “Tuscania” avessero cercato di ricostruire gli apparati repressivi somali addestrando ed armando ufficiali e poliziotti della vecchia polizia di Siad Barre (personalità definite da Amnesty International come noti torturatori e criminali).

Attualmente operano principalmente nel cosiddetto “Mediterraneo Allargato”: un rapporto di Greenpeace Italia rivela che circa il 64% della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili. In particolare, l’operazione Gabinia nel Golfo di Guinea, in Mozambico, l’operazione in Qatar (in occasione del Campionato Mondiale di Calcio con l’impiego di 560 militari e una spesa prevista di 10.811.025 euro) e l’operazione Mare Sicuro al largo della costa libica – hanno come compito la «sorveglianza e protezione delle piattaforme di ENI ubicate nelle acque internazionali». I corpi speciali hanno anche una strategica funzione anti-migratoria, con equipaggiamento, “formazione” e assistenza della Guardia costiera libica per il controllo delle acque territoriali e delle polizie locali in tutti questi Paesi.

Accanto ai “Tuscania”, avrebbe la propria base di addestramento anche Il “Gruppo di Intervento Speciale” (G.I.S.): “la punta di lancia operativa dei Carabinieri che può operare in Italia e all’estero nelle situazioni più estreme e rischiose”. Viene definita così dal Comando generale dell’Arma l’unità tattica impiegata in operazioni di pronto intervento “anti-terrorismo”. “I G.I.S. sono impiegati per garantire la sicurezza di personalità minacciate o per coadiuvare le unità territoriali in situazioni di crisi come rapimenti e cattura di criminali, latitanti o evasi pericolosi  […] e sono incaricati anche dell’addestramento di personale di polizie estere”, aggiunge il Comando dell’Arma. Noti al grande pubblico come teste di cuoio, i militari che compongono il Gruppo di Intervento Speciale hanno una doppia natura: sono unità di polizia speciale e reparto paracadutisti ed incursori. 

Perché questo progetto riguarda noi tutti e tutte?

Come cittadini e cittadine

Il progetto della nuova base si inserisce in territorio già estremamente saturo di infrastrutture militari. In poco più di 20 km tra Pisa e Livorno sono presenti: il Centro Addestramento Paracadutismo; l’Aeroporto militare “Dell’Oro”; il Centro Interforze di Studi e Applicazioni Militari CISAM della Marina Militare; il Comando delle Forze Speciali dell’Esercito COMFOSE; la base USA di Camp Darby; i complessi addestrativi e logistici della “Folgore”; l’Accademia Navale della Marina Militare. Assieme a tante altre zone militari, queste strutture si trovano tra il Porto di Livorno, classificato come porto nucleare, dove transitano regolarmente trasporti di materiale bellico, e l’Aeroporto di Pisa, dove ha sede la 46° brigata aerea, aperto al traffico civile ma controllato dall’Aeronautica Militare. Nel 2010 veniva annunciato il progetto dell’Hub militare, secondo il quale lo scalo pisano sarebbe diventato “punto di riferimento per tutte le forze armate che avranno bisogno di spostarsi per via aerea per tutte le missioni nei teatri internazionali”. La nuova base si configurerebbe come ulteriore tassello funzionale al rafforzamento del ruolo geo-strategico di quello che è ormai uno dei maggiori hub in Italia per proiettare le forze armate nazionali, USA, NATO ed extra-NATO in qualsivoglia scacchiere di guerra, a Est come a Sud. In un momento di tensione bellica globale come quello che stiamo attraversando è preoccupazione dei cittadini e delle cittadine quella di evitare un incremento dell’investimento di guerra sul nostro territorio, immaginando invece delle prospettive di de-escalation.
Un altro aspetto, assolutamente non marginale, è quello della tutela della salute della popolazione: come già accennato nelle pagine precedenti, è noto il grave impatto che le occupazioni militari e le esercitazioni che al loro interno si tengono hanno sull’ambiente circostante. Non si parla solo di ordigni esplosivi dispersi nell’ambiente, ma anche dell’inquinamento derivante dai metalli pesanti. Difatti, per la realizzazione della sola miscela innescante dei più comuni missili vengono impiegati stifnato di piombo (esplosivo tossico), tetracene (proveniente da idrocarburi), piombo, nitrato di bario (tossico se ingerito, nocivo se inalato), alluminio, solfuro di antimonio (tossico, l’avvelenamento è simile a quello dell’arsenico). La base dei più comuni esplosivi militari comprende RDX, un composto organico che può restare a lungo nell’ambiente, nelle munizioni inesplose o in quelle parzialmente esplose. L’Agency for toxic substances & disease registry Usa lo indica come un potenziale cancerogeno per l’uomo. A differenza di altri esplosivi come il TNT, che si lega al suolo e tende a restarci, l’RDX si scioglie facilmente in acqua aumentando la probabilità di diffusione dell’inquinante.
Sono noti i dossier prodotti in Sardegna sugli effetti di queste sostanze sulla popolazione: si evidenziano le patologie respiratorie e digerenti, le patologie del sistema urinario, tra cui l’insufficienza renale, e alcune patologie tumorali particolari, si denuncia un’anomala quantità di tumori emolinfatici e di nascite con gravi malformazioni.

Ulteriore aspetto è la chiusura degli spazi alla cittadinanza. L’insediamento di una struttura militare porta con sé la segretezza e la limitazione del pubblico accesso. Non si tratta “solo” della chiusura degli spazi individuati per la base, ma anche dell’accesso alle aree limitrofe. È lecito pensare che, in caso di esercitazioni, un’ampia fetta di territorio si veda chiusa alla popolazione per ragioni di sicurezza e segretezza. Questo avviene in tutte le aree militarizzate, con particolare esempio sulla Sicilia e la Sardegna, dove per diversi mesi le spiagge vengono chiuse alla popolazione per permettere le esercitazioni con esplosivi.

Come Università di Pisa

Quanto appena scritto è particolarmente preoccupante rispetto all’attività accademica del nostro Ateneo. L’area militare del CISAM è infatti inserita in un territorio che si caratterizza per un’elevata presenza di edifici, terreni e proprietà dell’Università di Pisa. Una delle responsabilità centrali che deve avere l’Ateneo è quella di tutelare queste aree, preziose dal punto di vista naturalistico e scientifico (si veda il Centro Avanzi), dalla costruzione di un’infrastruttura con pesanti conseguenze ambientali e sulla salute, che potrebbe renderle inaccessibili alla maggior parte delle persone. Deve essere una priorità per la comunità accademica la difesa di questi territori in virtù della possibilità per gli studenti e le studentesse, ricercatori e ricercatrici e docenti di promuovere studi sul Parco, sulle sue specie animali e vegetali e sulle coltivazioni dell’Università nelle aree limitrofe.

proprietà UNIPI limitrofe all’area CISAM:

Poderi ed edifici

Aree agricole

Aree boscate

Come studiosi e studiose

In primo luogo, è necessario acquisire consapevolezza che ogni guerra passa per la ricerca scientifica universitaria. Le tecnologie raffinate e devastanti impiegate nei conflitti, dai dispositivi satellitari ai tristemente famosi elicotteri da combattimento “Mangusta”, sono prodotte da industrie italiane come la Leonardo S.p.A. e aziende connesse. Queste industrie hanno al centro del proprio sviluppo la ricerca tecno-scientifica, in collaborazione stretta e proficua con decine di Atenei italiani, compreso il nostro. La ricerca militare e le aziende che ne giovano sono, infatti, spesso e volentieri presenti all’interno degli ambiti scientifici accademici, in forma di finanziamenti, assegni di ricerca, partnership, orientamento e avviamento al lavoro. L’esempio di Leonardo S.p.A. è paradigmatico di un’impostazione e una simbiosi sempre più profonda tra il sapere accademico e la “fame di conoscenza” della guerra che è necessario cominciare a mettere in discussione.

Nella fase storica che stiamo attraversando, fatta di crimini di guerra, genocidio e preoccupante investimento globale nella guerra, è dovere della comunità accademica tutta promuovere un cambiamento.
In questo senso è fondamentale che come studiosi e studiose riconosciamo la pericolosità del nuovo progetto della base e troviamo delle forme concrete per invertire la tendenza. Opporsi a questa base militare significa mettere un granello negli ingranaggi dell’avvitamento bellico; significa non accettare silentemente le violenze inaudite che le forze armate che ne sarebbero ospitate hanno perpetrato, negli anni, nei luoghi più disparati nel mondo.

Prendere parola all’interno delle Università, dalla posizione di chi produce il sapere e ricerca la conoscenza, è un’operazione imprescindibile per sostenere la possibilità di una de-escalation della nostra società e contribuire ad una prospettiva di pace in tutto il mondo. Nelle nostre Università, là dove elaboriamo ogni giorno forme di pensiero che vogliamo abbiano un impatto sulla realtà, dobbiamo dare voce alla nostra critica e prendere posizione. L’impegno e la dignità delle nostre accademie devono misurarsi non soltanto sulla ricchezza del sapere e della scienza che arrivano a sviluppare, ma anche sul grado di etica e sul ruolo sociale che riescono ad esprimere. E il rifiuto della guerra, del genocidio, della violenza fascista e patriarcale è il principio fondamentale di ogni virtù che orienti la ricerca.

Il progetto di autorecupero

Una condizione imprescindibile per iniziare a compiere dei primi passi, in quest’ottica di inversione di tendenza rispetto ad un futuro di guerra, è a nostro avviso la messa a disposizione di spazi per la tutela del territorio e per la costruzione di alternative di vita, di relazione e di formazione.

Il Movimento No Base sin dal principio ha ritenuto fondamentale valorizzare gli spazi che circondano l’area interessata dal progetto. Conoscere il territorio, avere dei luoghi in cui organizzare attività e momenti di incontro e formazione è uno degli antidoti più importanti alla militarizzazione, che per avvenire presuppone abbandono e incuria.

Durante il campeggio organizzato a San Piero a Grado nel luglio dell’estate appena passata, abbiamo avuto occasione di sperimentare le potenzialità racchiuse nei terreni dell’Università limitrofi all’area CISAM. In particolare, abbiamo riscoperto un terreno rimasto abbandonato da diverso tempo: la località “Tre Pini”, di proprietà dell’Università di Pisa. L’esperienza del campeggio ha restituito l’importanza di rendere accessibile quello spazio a tutta la cittadinanza – oltre che alla comunità accademica -, dando la possibilità a centinaia di persone di creare momenti di incontro e di condivisione di idee nel totale rispetto e salvaguardia dell’ambiente circostante. 

Le condizioni dell’area al momento dell’ingresso restituivano lo stato di abbandono e le pericolanti condizioni in cui verteva. Oltre all’evidente incuria della vegetazione nell’area non boscata, che si presentava con un prato incolto di un’altezza di circa un metro, è risultata lampante la fatiscenza del fabbricato, che presentava segni di incendio, con le pareti completamente annerite e diverse crepe negli infissi e nelle pareti. In diversi giorni di lavori collettivi aperti alla cittadinanza, molte persone si sono adoperate per rendere agibile l’area, riuscendo a migliorare profondamente lo spazio che si intendeva utilizzare per le attività: è stata aperta un’area per assemblee, proiezioni e workshop e sono stati adibiti servizi igienici e sanitari compresi di wc, docce e lavandini, fino a quel momento assenti, per permetterne l’utilizzo da parte di tuttə.

Ogni aggiunta è stata fatta rispettando l’ambiente circostante utilizzando materiali a basso impatto ambientale e sfruttando il più possibile le strutture già predisposte. Sono state in prima battuta ripulite le pareti del fabbricato dalla fuliggine e sono stati costruiti ponti in legno sui fossi del terreno per rendere accessibile e sicura la totalità dell’area. Oltre a ciò, per tutta la durata del campeggio è stata fatta estrema attenzione ai prodotti usati, dai piatti lavabili al dentifricio biodegradabile. Le prospettive sono altrettante: tramite un utilizzo prolungato dello spazio si potrebbero compiere molti altri lavori di cui abbiamo già potuto vedere la necessità, come ad esempio quelli della messa in sicurezza più in profondità dei fabbricati.

Riqualificazione dei campi

Pulizia degli interni del fabbricato

predisposizione dell’area lavandini in legno


costruzione dei servizi sanitari

Lo spazio attraversato da centinaia di persone per le iniziative del campeggio

Prendere posizione concretamente: aprire spazi di pace in tempi di guerra

In un momento di tensione bellica globale, di genocidio e crimini di guerra, in cui tutto il mondo, compreso il nostro Paese, si proietta sull’investimento bellico, è una responsabilità collettiva quella di immaginare strumenti per preservare e costruire la pace. Come cittadini e cittadine, come comunità accademica e persone improntate alla valorizzazione dei saperi, è nostra responsabilità mettere le nostre conoscenze, i nostri strumenti, i nostri spazi e tempi, a disposizione di questo obiettivo.

Mettere a disposizione uno spazio come quello dei “Tre Pini” al Movimento No Base, che ne permetterà la fruizione a tutta la cittadinanza, significa aprire una possibilità di pace in un contesto in cui la guerra è sempre più presente in vari livelli delle nostre vite. Significa salvare il Parco Naturale da una devastazione ecologica, preservare il valore di quel territorio dall’imminente chiusura e militarizzazione. Significa, per noi, costruire un’alleanza in favore di un obiettivo realizzabile solo tramite l’acquisizione di responsabilità di tutte le istituzioni che ricoprono un ruolo politico, sociale ed economico di primo piano nella nostra città e società tutta. Significa avere lo spazio per la costruzione pratica e teorica di un’alternativa rispetto all’escalation bellica degli Stati-Nazione. Un’alternativa che parta dal basso, dalle persone, e che abbia a che fare con la sperimentazione di saperi diversi, di pace, in connessione con il territorio in cui si situano e i suoi bisogni. 

Abbiamo bisogno di un’istituzione che prenda posizione a tutela del territorio in cui è inserita, e abbiamo urgenza di usare i nostri saperi in favore di ipotesi di giustizia e di pace. Crediamo in un’Università che sia capace di recepire i bisogni che la società esprime, che sappia raccogliere le urgenze del presente e perseguire prospettive di giustizia in modo disinteressato, ponendo le basi per la realizzazione di processi di cooperazione collettiva che permettano la costruzione di una pace permanente, un’aspirazione a cui nessunə studiosə può rinunciare.


Se fai parte della comunità accademica e vuoi fare la tua parte per la realizzazione di questo obiettivo, fai un primo passo firmando l’appello al mondo accademico e studentesco per l’assegnazione del podere “Tre Pini” al Movimento No Base!