Mar 2, 2026 | Dal Mondo, Notizie e Approfondimenti, Uncategorized
Qualcuno ha deciso che il territorio tra Pisa, Livorno e San Piero a Grado debba diventare un nodo strategico della macchina militare occidentale. Non è un’ipotesi: è quello che emerge leggendo contratti pubblici, documenti NATO e piani di investimento europei. Ma la domanda che nessuna istituzione ci pone è semplice: lo vogliamo?
Il Mediterraneo non è uno sfondo: è un teatro
Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui si inserisce.
Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati, capacità di colpire in poche ore.
Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa.
E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia strategica per conto terzi.
Camp Darby: non solo una base, ma un sistema
Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di nome senza conoscerne il ruolo reale.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche (dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli), adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione, pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli che si stanno moltiplicando ovunque.
Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo.
Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E a quali necessità risponde veramente?
Le forze speciali si spostano. Ma dove, e perché?
Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci” al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro.
Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali — forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare Galileo Galilei e il Porto di Livorno.
Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di comando risponderebbero?
Le ferrovie e i “corridoi civili”
L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare” all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato.
In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi.
La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento europeo è la rapidità di movimento militare.
La guerra ibrida e il territorio come piattaforma
La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi.
In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane sventolano sul suo perimetro.
Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine decisionale mantiene in caso di crisi? Chi autorizza l’uso operativo di queste strutture?
Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta pubblica e verificabile.
JAMMS e Pratica di Mare: il cervello digitale della guerra
Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità avanzate di guerra elettronica.
JAMMS collega in un’unica rete operativa aerei spia, sensori, satelliti, forze speciali e basi terrestri. È parte della dottrina JADC2 — Joint All-Domain Command and Control — con cui gli Stati Uniti puntano a dominare simultaneamente tutti i domini operativi: terra, mare, cielo, spazio, cyber.
Due elementi concreti danno la misura del programma: piattaforme G550 modificate per intelligence e guerra elettronica, e un contratto da circa 300 milioni di dollari per capacità di jamming. Pratica di Mare, base aerea a sud di Roma, probabilmente è uno snodo centrale di questa rete in Italia — il punto in cui i dati si raccolgono, si elaborano e si trasformano in ordini operativi, con sincronizzazione diretta tra forze USA e italiane e tempi di risposta compressi al minimo.
Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico?
Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale? La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso.
Decisionalità e sovranità: il caso Crosetto
C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali.
Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i ministeri italiani.
Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era “preventivato”?
Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori?
Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta pubblica, anzi le aggira.
E il silenzio è già una risposta.
Il linguaggio dell’innocenza
C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come “ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del territorio”.
Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra.
Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali, i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale.
E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica.
Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di integrazione?
Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde, e a chi, delle decisioni prese?
Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi coloniali nostrani.
Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con certezza:
Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!
Ott 31, 2025 | Approfondimenti, Dal Mondo, Sulla Base, Uncategorized
In Sudan si consuma un massacro che il mondo continua a ignorare.
Dal 2023, le Rapid Support Forces (RSF) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, combattono contro le Forze Armate Sudanesi (SAF) per il controllo del paese. Il prezzo lo paga la popolazione civile: villaggi incendiati, stupri di massa, esecuzioni pubbliche, fosse comuni. Le Nazioni Unite e numerose ONG parlano apertamente di crimini di guerra e di un genocidio in corso contro la popolazione del Darfur e di altre regioni.
Le RSF, oggi responsabili dirette dei massacri, discendono dalle famigerate milizie janjaweed, già protagoniste del genocidio darfuriano dei primi anni 2000.
Nel 2019, quando il popolo sudanese scese in piazza reclamando la democrazia e la fine del regime di Omar al-Bashir, furono proprio queste truppe — allora formalmente inquadrate nell’esercito regolare — a soffocare nel sangue le manifestazioni di Khartoum, sparando sui civili, torturando, violentando e lasciando centinaia di corpi lungo il Nilo.
Il ruolo del Tuscania: gli addestratori del massacro
Che c’entra l’Italia?
Le inchieste di Africa ExPress (“Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: Avete creato un mostro”) e de il manifesto (“Il Sudan ha un amico tricolore: l’Italia addestrò i janjaweed”) hanno ricostruito un quadro preciso: tra Roma e Khartoum sono intercorsi accordi militari e missioni di cooperazione che hanno coinvolto reparti italiani, in particolare i Carabinieri del Reggimento Paracadutisti Tuscania.
Secondo Africa ExPress, il 12 gennaio 2016 si sarebbe tenuta una missione segreta italiana a Khartoum per definire un piano di addestramento delle unità del Ministero dell’Interno sudanese, le stesse che costituivano il nucleo originario delle RSF.
L’addestramento sarebbe stato possibile anche grazie alla rete di basi operative e centri di formazione italiani, tra cui il Reggimento Tuscania, che da anni funge da polo per la formazione delle forze speciali e per la cooperazione militare internazionale.
Non si tratta solo di un dettaglio logistico: destinare il CISAM al Tuscania significa potenziare il reparto, aumentarne gli effettivi e ampliare il raggio delle missioni internazionali in cui è coinvolto.
Il 29 luglio 2022, in un’intervista alla radio sudanese, lo stesso generale Hemetti aveva rivolto apprezzamenti all’Italia, affermando che le sue “Forze di Supporto Rapido stanno cooperando esclusivamente con l’Italia nei settori della lotta al terrorismo e dell’immigrazione”.
Nel Senato italiano, il 6 settembre 2022, il senatore Luigi Ariola ha presentato un’interrogazione per chiedere chiarimenti al governo sulle accuse di addestramento ai janjaweed. Nessuna risposta ufficiale è mai arrivata.
Leonardo, Med-Or e la continuità del business
Le relazioni non si fermano all’ambito militare diretto.
Attraverso la Fondazione Med-Or, diretta dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti e controllata dal gruppo Leonardo, l’Italia ha costruito negli ultimi anni rapporti di cooperazione con il governo sudanese.
In foto e comunicati ufficiali, Minniti stringe la mano a rappresentanti riconducibili alle SAF, le forze armate rivali delle RSF. Ma in un contesto di guerra civile fluido, i confini tra alleanze e complicità si dissolvono.
Leonardo — cuore del complesso militare-industriale italiano — promuove attraverso Med-Or una diplomazia parallela che intreccia formazione militare, sicurezza dei confini, intelligence e industria bellica, in continuità con il Piano Mattei per l’Africa.
In Sudan, come in Libia o nel Sahel, l’obiettivo reale non è la pace, ma stabilizzare i regimi e le milizie che garantiscono controllo, accesso alle materie prime e blocco delle rotte migratorie.
Paramilitari anti-migranti: il filo rosso italiano
Nulla di nuovo, dunque.
L’Italia è da anni alla ricerca di “partner locali” per esternalizzare la guerra ai migranti. In Libia, i finanziamenti e l’addestramento delle milizie della Guardia Costiera hanno prodotto detenzioni arbitrarie, torture e schiavitù.
In Sudan, la strategia è la stessa: stringere accordi con forze paramilitari e di sicurezza interna, spesso responsabili di atrocità, in nome della “lotta al traffico di esseri umani”.
Dietro la retorica della cooperazione e del contrasto al terrorismo si nasconde una guerra per procura, combattuta per conto delle potenze europee e del Golfo. Le RSF e le SAF, in modi diversi, sono strumenti di quel sistema di controllo: milizie pagate per mantenere l’ordine e bloccare i movimenti delle persone, anche a costo di massacri.
Il genocidio e la complicità italiana
Mentre in Darfur si contano centinaia di migliaia di morti, l’Italia — tra cooperazioni militari, fondazioni “culturali” e contratti d’armi — continua a nutrire i propri rapporti con i carnefici.
Le stesse strutture che addestrano forze speciali “per la stabilità” diventano laboratori del terrore.
Dal CISAM di Pisa, cuore operativo del Tuscania, fino ai palazzi di Leonardo e Med-Or, l’Italia si ritrova ancora una volta dalla parte sbagliata della storia: quella che addestra, arma e legittima chi soffoca nel sangue la democrazia e massacra interi popoli.
Come in Palestina e come in Libia, si ripete lo stesso schema: un genocidio dietro un altro, in nome di affari, frontiere e potere.
Ott 28, 2025 | Rassegna stampa, Sulla Base, Uncategorized
Condividiamo il comunicato condiviso stamattina in conferenza stampa insieme alle liste Rifondazione Comunista e Una città in comune, sulla nuova finanziaria del governo, che prevede 55 milioni di euro per la nuova base, 59 milioni per dispositivi militari e tattici per le forze speciali dei carabinieri, decine di milioni ulteriori per le infrastrutture già presenti nell’hub militare pisano-livornese. Continuiamo a contestare con forza il furto dei nostri soldi per la guerra e la distruzione ambientale, mentre sui nostri territori abbiamo bisogno di case, ospedali funzionanti, scuole e servizi, sempre più assenti e carenti. Le prossime settimane ci vedranno in agitazione e in mobilitazione con numerose iniziative: il 2 novembre ai “Tre Pini” per la Castagnata no base e il monitoraggio del CISAM, il 9 novembre per la critical mass fino a Camp Darby e presto con nuovi appuntamenti per avere giustizia e trasparenza sulla documentazione e continuare ad approfondire l’economia di guerra e i suoi meccanismi proprio a partire dalla legge di bilancio. Di seguito il comunicato completo!
Nuova base militare del GIS e Tuscania a Pisa:
“Tra le infrastrutture militari quella di maggior rilievo “.
Così il Governo Meloni stanzia centinaia di milioni di euro per la militarizzazione del territorio e per armare le forze speciali.
Nel Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa scritto nero su bianco con riguardo alle infrastrutture militari si legge: “Le attività di maggiore rilievo riguarderanno la progettazione della nuova sede del Gruppo Intervento Speciale (GIS) e del 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania” all’interno del Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari (CISAM) a San Piero a Grado (PI) (e interventi presso il polo addestrativo – caserma “Castrogiovanni” di Taranto)”.
Questa centralità è sostanziata dalla Relazione Tecnica firmata dalla Ragioneria Generale dello Stato lo scorso 22 ottobre che riporta la Sintesi degli effetti delle riprogrammazioni e variazioni quantitative e prevede un rifinanziamento specifico della sezione II del Bilancio dello Stato di 55 Milioni di euro per la Caserma dei Carabinieri a Pisa. Di queste nuove risorse si farà carico direttamente il Ministero dell’Economia e della Finanza. Queste si aggiungono ai 5 milioni stanziati nel 2022 dal Fondo Sociale di Coesione (atto di governo 373) e ai 20 Milioni stanziati nel 2024 sottraendo risorse ai fondi per l’aumento dei prezzi dei materiali (Dl Infrastrutture) per un totale di 80 milioni di euro destinati alla nuova Base militare che si vuole realizzare nel cuore del Parco di San Rossore e a Pontedera per un importo complessivo di spesa prevista ad oggi di oltre mezzo miliardo di euro.
Surreale che dopo quanto denunciato anche dal Movimento No Base in questi 3 anni sul ruolo delle forze speciali dei carabinieri nelle missioni all’estero, il ministro Crosetto abbia ancora il coraggio di classificare questa spesa all’interno dei “Programmi riconducibili alla funzione sicurezza del territorio”.
Dai documenti ufficiali emergono, infatti, ulteriori investimenti specifici dedicati a GIS e Tuscania: 59 milioni di euro nel 2026 per le “esigenze GIS/Tuscania” con l’acquisto di nuovi sistemi APR (droni) per i nuclei investigativi e per il 1° Reggimento Paracadutisti Tuscania e per il GIS e un Battello esclusivo per migliorare la capacità di mobilità lacustre e navale per il GIS.
Sempre in termini di dotazioni alle forze speciali del comparto difesa, inclusa anche la Folgore, saranno dotate di “mezzi tattici aviolanciabili Ground Mobility Vehicle (GMV) “Flyer” idonei a proiettare e concentrare forze in tempi brevissimi e con ridotto preavviso a distanze strategiche dalle sedi stanziali” che costeranno alle casse pubbliche 150 milioni di euro nei prossimi 5 anni (di cui 33 solo nel 2026).
L’intervento si inserisce all’interno di una vera e propria “manovra di guerra” con nuovi stanziamenti e interventi infrastrutturali destinati alla militarizzazione del territorio che avranno un impatto devastante sul territorio pisano, limitrofo e non solo.
Il quadro complessivo che emerge dal Documento Annesso alla Programmazione della Difesa con particolare riguardo al Patrimonio infrastrutturale, delinea un ulteriore allarmante investimento per le strutture militari sui territori che vedranno alzarsi nuovi e inquietanti fili spinati.
In sintesi: Aeroporti Azzurri (261 Milioni) a cui si aggiunge il segmento operativo specifico dedicato agli F35 (21 milioni), Caserme Verdi e altre Infrastrutture Esercito (455 Milioni), Basi Blu (418 Milioni) e con Oleodotti, sacrari ed altri edifici in carico al Segretario Generale della Difesa si raggiunge quota complessiva per le infrastrutture di 1,317 miliardi di euro di investimenti per il prossimo triennio.
Sottolineiamo che la Base militare a Pisa è fuori da questo conteggio, perché appunto surrettiziamente contabilizzata come presidio di pubblica sicurezza, anche se poi ogni atto è secretato e chi abita i territori di Pisa e Pontedera non ha possibilità di sapere cosa stia succedendo, visto che ogni decisione viene presa in silenzio, senza alcuna trasparenza o condivisione.
Eppure la strategicità dell’hub logistico militare tra Pisa e Livorno è nota e nella Legge di bilancio in preparazione da parte del Governo Meloni vengono confermati gli investimenti di 30 milioni per la navigabilità dei Navicelli, si investe anche per aumentare la capacità del controllo Aereo dell’Aeroporto militare di Pisa (operazione che vale 55 milioni, ma condivisi con altri 9 aeroporti militari). Infine abbiamo scoperto che con Decisione a contrarre n.10 di luglio 2025 è stata autorizzata la spesa di 6 milioni di euro per la rifunzionalizzazione del fabbricato 413 all’interno della Caserma Vitali (quella adiacente a Camp Darby) per facilitare il trasferimento del Comando del 9° Reggimento Paracadutisti d’Assalto Col. Moschin che va ancor più a saturare militarmente l’asse Aeroporto di Pisa – Porto di Livorno.
Si continuano così a stanziare centinaia di milioni di euro per nuove strutture militari e droni destinati ai reparti d’élite, e nuove armamenti mentre si continua a tagliare in sanità, scuola e welfare. È ora di dire basta alla militarizzazione del territorio e ad una economia di guerra che colpisce soprattutto i settori sociali più deboli e maggiormente colpiti dalla crisi.
A Pisa con questi ulteriori stanziamenti per la base si materializza l’indirizzo guerrafondaio di questo Governo e della NATO, contro il quale rilanciamo e sosteniamo le mobilitazioni in corso contro la militarizzazione del nostro territorio e per una economia di pace.
Diritti in comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista