L’Hub toscano dentro l’escalation in Medioriente? Basi, ferrovie e le domande che nessuno ci fa

L’Hub toscano dentro l’escalation in Medioriente? Basi, ferrovie e le domande che nessuno ci fa

Il Mediterraneo non è uno sfondo: è un teatro

Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui si inserisce.

Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati, capacità di colpire in poche ore.
Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa.

E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia strategica per conto terzi.

Camp Darby: non solo una base, ma un sistema

Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di nome senza conoscerne il ruolo reale.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche (dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli), adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione, pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli che si stanno moltiplicando ovunque.

Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo.

Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E a quali necessità risponde veramente?

Le forze speciali si spostano. Ma dove, e perché?

Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci” al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro.

Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali — forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare Galileo Galilei e il Porto di Livorno.

Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di comando risponderebbero?

Le ferrovie e i “corridoi civili”

L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare” all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato.

In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi.

La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento europeo è la rapidità di movimento militare.

La guerra ibrida e il territorio come piattaforma

La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi.

In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane sventolano sul suo perimetro.

Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine decisionale mantiene in caso di crisi? Chi autorizza l’uso operativo di queste strutture?

Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta pubblica e verificabile.

JAMMS e Pratica di Mare: il cervello digitale della guerra

Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità avanzate di guerra elettronica.

Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico?
Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale? La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso.

Decisionalità e sovranità: il caso Crosetto

C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali.

Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i ministeri italiani.

Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era “preventivato”?
Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori?

Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta pubblica, anzi le aggira.
E il silenzio è già una risposta.

Il linguaggio dell’innocenza

C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come “ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del territorio”.
Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra.

Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali, i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale.

E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica.

Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di integrazione?
Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde, e a chi, delle decisioni prese?

Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi coloniali nostrani.

Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con certezza:

Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!

VOCI DAL PRESIDIO AL PORTO DI LIVORNO: BLOCCARE LA GUERRA È POSSIBILE!

VOCI DAL PRESIDIO AL PORTO DI LIVORNO: BLOCCARE LA GUERRA È POSSIBILE!

Condividiamo alcune brevi interviste che abbiamo fatto insieme ai portuali e allə partecipanti ai blocchi e al presidio permanente a Livorno! Una lotta decisiva, che sta rendendo sempre più chiaro come bloccare la guerra a partire dai propri territori, dai propri posti di lavoro, in ogni città sia sempre più possibile a partire dalla mobilitazione collettiva e popolare.

Perchè sei qui? Cosa altro sarebbe utile bloccare? Queste le domande che abbiamo posto e a cui tantə hanno dato risposte differenti e ricche di possibilità.

La lotta a Livorno, come diciamo da tempo, è strettamente intrecciata con la lotta no base. Di fronte a un territorio ferito dalla militarizzazione di acciaio e cemento, interrompere i flussi, impedire nuovi progetti, battersi ogni giorno per smantellare le basi che già esistono, rappresenta un soffio di vita, libertà, capacità di organizzarsi e incidere per fermare la guerra e restituire decisionalità alle comunità.

La lotta dei portuali e della città di Livorno, che ha visto il nostro sostegno e quello di centinaia di altre persone da tutte le nostre province, ha ottenuto delle vittorie: la nave Severn SLNC carica di armamenti per Camp Darby non ha attraccato, le navi ZIM israeliane sono state respinte e non attraccheranno mai più al porto livornese.

Domani continueremo questa lunga lotta, a partire dallo sciopero generale per la Palestina: dalle 9.00 in Piazza Gaza, a Pisa, saremo numerosə per bloccare tutto nuovamente e con ancora più fiducia e coraggio!

Video interviste dal presidio di Livorno

Fuori Israele dal porto di Ravenna. No armi, no Undersec.

Fuori Israele dal porto di Ravenna. No armi, no Undersec.

Condividiamo il comunicato stampa verso la manifestazione di martedì 16 settembre, promossa da BDS e numerose altre realtà e associazioni ravennati contro le collaborazioni tra il porto di Ravenna e Israele, nello sviluppo di tecnologie militari con il progetto Undersec e con il traffico di armi. Un altro tassello nella logistica di guerra e nella sua innovazione scientifica che porta dall’Italia agli scenari di guerra globali, prima fra tutti la Palestina. Ci associamo alla voce di tutte e tutti coloro che stanno protestando e all’appello di fare la nostra parte, ovunque siamo, per bloccare la guerra e il genocidio a partire dai nostri territori. La Toscana, come l’Emilia-Romagna e centinaia di altri luoghi in Italia e nelle isole, è parte di questa piattaforma per la guerra. Uniti e unite possiamo contribuire a costruire una solidarietà concreta con il popolo palestinese e i popoli di tutto il mondo e liberare i mari, i cieli e la terra da basi, infrastrutture e traffici di guerra e di morte.

Condividamo anche l’intervista alla giornalista Linda Maggiori, che ha condotto un’inchiesta sul passaggio di munizioni e armi verso Israele e all’avvocato Andrea Maestri, che ha depositato alla procura di Ravenna un esposto per la violazione della legge 185/90 da parte dell’autorità portuale ravennate, per il traffico di armi verso Paesi coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Qui il testo dell’intervista.

Fuori Israele dal porto di Ravenna. No armi, no Undersec.

16 settembre 2025 Ravenna

Un numeroso gruppo di associazioni e comitati annunciano che il 16 settembre è indetta la manifestazione contro traffico di armi e Undersec.

Concentramento alle ore 17.30 nella Darsena dietro la stazione ferroviaria di Ravenna. Corteo verso l’autorità Portuale.

Protestiamo contro il traffico di armi, che avviene impunemente in questo porto, in barba alla legge 185/90, per rifornire l’esercito genocidario di Israele che sta massacrando la popolazione di Gaza.

Ci opponiamo al progetto Undersec, progetto europeo (fondi Horizon) che vede collaborare fianco a fianco l’autorità portuale di Ravenna, Israele e altri enti europei.

Il porto di Ravenna non solo è sede di sperimentazioni, ma siede in un comitato ristretto insieme al ministero della Difesa israeliano. Al progetto partecipa anche Rafael l’azienda israeliana di droni killer, e l’università di Tel Aviv, che nelle sue facoltà crea sensori e tecnologie a supporto dell’Idf (Israel Defence Force).

Undersec non è un progetto civile, le tecnologie che ne usciranno saranno usate dai comandi Nato e Frontex. Una delle tecnologie di Rafael, sperimentate nel progetto, è un modem subacqueo in dotazione alle imbarcazioni di assalto dell’Idf, le stesse che hanno attaccato le navi umanitarie e i pescherecci palestinesi e che minacciano di assaltare anche la Sumud Global Flotilla, che in queste ore sta navigando verso Gaza.

Il workshop previsto a Ravenna il 16 settembre, è stato annullato proprio oggi , ufficialmente per mancanza di adesioni. Ma di fatto, anche per le mobilitazioni in atto a Ravenna.

L’assemblea generale di Undersec (con tutti i membri) si erano riuniti in via straordinaria per discutere anche le Expert Opinions emesse da un gruppo di docenti e accademici europei (da Ruba Salih a Nicola Perugini) che chiedevano l’espulsione dei membri israeliani. Non sappiamo se sia stata decisa l’espulsione o si sia ripiegato solo a spostare e rimandare il workshop.

La manifestazione del 16 settembre è comunque confermata.

Continuiamo a chiedere che il porto di Ravenna si tolga da Undersec, e cessi ogni collaborazione con gli enti israeliani.

Denunciamo anche le evidenti complicità del governo italiano e il velo di opacità a ogni livello (nazionale, regionale, locale) che copre il traffico di armi verso Israele.

La Regione Emilia Romagna e il Comune di Ravenna, che hanno giustamente condannato il traffico di armi e dichiarato di rompere ogni legame con Israele, sono soci di Sapir e quindi co-proprietari del terminal container.

I soci pubblici sanno cosa passa nel Terminal? E se non lo sanno perché non lo chiedono?

Le navi Zim hanno addirittura attivato una seconda linea dal 2022, stringendo fruttuosi accordi con il Terminal Container.

Quello che è stato scoperto dall’inchiesta de Il Manifesto è solo la punta dell’iceberg: il 30 giugno un container di munizioni (classe 1.4S) proveniente dalla Repubblica Ceca e diretto a Israele è transitato nel porto di Ravenna e poi imbarcato in una nave Zim, senza autorizzazione Uama.

Ma da chi sono state prodotte queste munizioni? come sono arrivate a Ravenna? Qual è lo spedizioniere e l’azienda destinataria? Tutte queste informazioni sono state negate dalle Dogane a Linda Maggiori, la giornalista che ha portato avanti l’inchiesta. Informazioni che ci aspettiamo saranno rese note dal presidente De Pascale e dal sindaco Barattoni.

Le Dogane (dipendenti dal ministero Economia e Finanze) sostengono la “correttezza procedurale” citando l’art 10 bis della legge 185/90, che permette i transiti intracomunitari con l’autorizzazione del paese di origine. Ma Israele non è un paese comunitario, inoltre la legge 185/90 vieta espressamente ogni export e transito di armamenti verso paesi che violano i diritti umani e il diritto internazionale, tra cui Israele.

Per questo 20 persone, singoli cittadini attivi e rappresentanti di associazioni, sindacati e comunità palestinesi, assistiti dall’avv. Andrea Maestri, hanno depositato giovedì 11 settembre un esposto alla Procura di Ravenna, per far luce su eventuali profili di rilevanza penale e sulle connesse responsabilità.

Di fronte alla nuova banalità del male, alla burocrazia dello sterminio, alla pulizia etnica di un intero popolo, non si può restare indifferenti.

Chiediamo che tutti i transiti di armi e dual use nel porto di Ravenna cessino.

Chiediamo che il porto si tolga da Undersec.

Ascoltiamo l’appello dei sindacati palestinesi e dei portuali di Genova e l’appello per lo sciopero generale del 22 settembre.

BLOCCHIAMO TUTTO!

Disertare la guerra: ieri, oggi e domani – Videointervista a Mario Pizzola

Disertare la guerra: ieri, oggi e domani – Videointervista a Mario Pizzola

Riportiamo qui un’intervista che abbiamo fatto a Mario Pizzola, esponente del Movimento Nonviolento fin dai suoi albori, nonché uno dei primi obiettori di coscienza nell’Italia del secondo dopoguerra. Questa intervista è stata costruita in occasione dell’Ostuni Climate Camp che si è tenuto quest’estate, realizzato con una grande spinta mobilitativa da “Rete Clima, Fuori dal Fossile”, una realtà che da anni approfondisce il legame tra le grandi opere, la speculazione energetica e la guerra e che lotta con una prospettiva di un nuovo paradigma energetico e per territori di pace.

In anni in cui la guerra sta assumendo sempre più centralità nelle nostre vite, necessaria alle potenze mondiali per rafforzare profitto e relazioni di potere, è sempre più urgente costruire un’opposizione e un’obiezione di coscienza collettiva alla guerra. Per questo, possiamo guardare alle preziose esperienze di chi alla guerra si è opposto, organizzando movimenti che sottrassero legittimità alla macchina bellica, proponendo invece la possibilità di costruire un mondo in cui la pace è la strada e l’obbiettivo da costruire.

Mario ripercorre quelle che sono state le motivazioni morali e politiche che hanno spinto lui e gli altri pionieri all’obiezione di coscienza, andando anche incontro al carcere e a severe repressioni, mantenendo fede ad un principio etico fondamentale: la guerra non è un’opzione.

Dopo più di 50 anni la diserzione diventa ancora più essenziale come concetto e come scelta. Difronte al rapido susseguirsi di guerre in tutto il mondo, a partire dal genocidio in Palestina, mentre assistiamo ad un’implementazione capillare delle tecnologie e della logistica di guerra, mentre siamo sottoposti ad una continua propaganda che normalizza e legittima la guerra fin dai primi anni di vita, obiettare significa opporsi e fermare gli ingranaggi della guerra. Obiettare significa anche credere in altre strade possibili, una sfida che seppur difficile, vogliamo continuare ad intraprendere.

Attraverso le parole di Mario Pizzola rilanciamo la campagna “Nessuna recluta per nessuna guerra”: un’azione collettiva di diserzione simbolica. Se le potenze mondiali e i nostri governi si stanno preparando alla guerra, noi dobbiamo prepararci all’opposizione alla guerra!

Invitiamo tutte e tutti a compilare una lettera di obiezione, ispirata a quelle scritte in un passato non molto lontano, per rifiutare il servizio militare obbligatorio, in cui si esprime il proprio rifiuto alla guerra. Rifiutare la guerra nel nostro territorio significa opporsi prima di tutto alla costruzione della nuova base militare e del modello che la sostiene. Anche durante il campeggio del 5, 6 e 7 settembre ci saranno momenti dedicati all’approfondimento dell’obiezione di coscienza e alla compilazione delle lettere che saranno poi raccolte e inviate al governo, come gesto di rifiuto di prestarsi con il proprio corpo e con la propria vita alla guerra!

La disumanizzazione degli “aiuti umanitari” a Gaza: l’Italia coopera alla “soluzione finale” di Netanyahu

La disumanizzazione degli “aiuti umanitari” a Gaza: l’Italia coopera alla “soluzione finale” di Netanyahu

Riportiamo qui sotto un recente post di Antonio Mazzeo, giornalista e attivista antimilitarista siciliano, membro dell’equipaggio Handala della Freedom Flotilla per Gaza. La distopica campagna propagandistica di invio di “aiuti umanitari” da parte di Israele, che nelle ultime ore ha prodotto diverse morti a Gaza, dimostra ancora una volta il sostegno totale dell’Italia ai piani genocidari israeliani. In prima linea, al fianco delle forze armate israeliane, si trovano infatti i reparti italiani e, in particolar modo, la 46^ brigata aerea di Pisa. Questa notizia purtroppo non stupisce ma conferma, invece, la strategicità dell’hub militare pisano negli scenari bellici attualmente in corso. Mentre l’Italia assume ruoli sempre più centrali nello scenario genocidario in Palestina e nei conflitti a livello globale, diviene sempre più necessaria la ferma resistenza sul nostro territorio alla militarizzazione e ancor più impellente la responsabilità di fermare la base per fermare la guerra, il genocidio, il riarmo a partire da qui.
Per questo motivo rilanciamo il campeggio no base del 5-6-7 settembre al presidio di pace “tre pini” a San Piero a Grado, un’occasione in cui approfondire il ruolo dell’hub militare toscano nella guerra globale e organizzare le possibili forme di ribellione a difesa del nostro territorio, per bloccare gli anelli della catena della guerra.


Durante la conferenza stampa in cui il premier genocida israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato come il piano di occupazione militare e deportazione da Gaza City di oltre un milione di abitanti preveda pure “la creazione di corridoi sicuri per la distribuzione degli aiuti umanitari, l’aumento del numero di punti di distribuzione sicuri gestiti dai contractor militari-privati USA-Israel e un maggior numero di lanci aerei da parte delle forze israeliane e di altri partner”.

Paracadutare gli “aiuti” da velivoli da guerra è l’ennesimo atto di disumanizzazione dell'”intervento umanitario”, vergognosamente costoso, pericoloso e soprattutto funzionale ad accrescere le tensioni e il caos tra la popolazione di Gaza e, di conseguenza, i “tiri al bersaglio” contro chi tenta di appropriarsi dei “doni” piovuti dal cielo.

Dal 9 agosto anche l’Aeronautica Militare italiana ha avviato i lanci degli aiuti dai C-130 della 46^ brigata aerea di Pisa. “Solidarity Path Operation” è il nome dato alla missione: i velivoli italiani decollano da una base militare della Giordania per poi raggiungere la Striscia di Gaza e “liberarsi” dei “carichi di generi di prima necessità destinati alle aree più isolate e difficilmente raggiungibili”, così come riporta l’ufficio stampa del Ministero della Difesa.

I lanci vengono effettuati unitamente ad altri velivoli di Giordania, Emirati Arabi Uniti, Germania, Francia, Belgio e Olanda.

Dopo il sostegno a 360 gradi ai crimini di Israele contro la popolazione palestinese, l’Italia si piega all’ignobile campagna di sterminio per fame degli abitanti di Gaza, anch’essa funzionale alla loro deportazione ed espulsione. Con detestabile ipocrisia si parla di “aiuti”, mentre nulla viene fatto per imporre ad Israele il rispetto del diritto internazionale umanitario, l’apertura dei valichi della Striscia ai camion che tarsportano viveri e medicinali e la fine del blocco navale militare della Marina di Tel Aviv nelle acque nazionali della Palestina (si vedano gli arrembaggi e i sequestri delle imbarcazioni della Freedom Flotilla).

I “paracadutaggi” degli aiuti vengono filmati a fini di propaganda e legittimazione dellì’occupazione israeliana di Gaza. Quella che era fino al 7 ottobre 2023 la più grande prigione a cielo aperto del mondo è stata trasformata in un immenso lager di sofferenze e morte. Adesso, grazie ai lanci militari di pochissime scatolette di alimenti, Gaza è ulteriormente brutalizzata e disumanizzata e resa simile più simile ad una “gabbia-zoo”. Anche di queste nefandezze un giorno tutte e tutti dovremo risponderne di fronte ai nostri figli e nipoti.