Da Colleferro a Pisa, il campo minato dei territori di sacrificio

Da Colleferro a Pisa, il campo minato dei territori di sacrificio

Pochi giorni fa abbiamo visto un’enorme esplosione coinvolgere una fabbrica di munizioni a Colleferro, la KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa. Immagini impressionanti della violenza con cui un sito industriale può immediatamente diventare una bomba che minaccia la vita di dipendenti e abitanti del territorio. Un evento che ha giustamente spaventato e fatto notizia, a maggior ragione dato che in quello stesso territorio, la Valle del Sacco, KNDS intende riconvertire e ampliare lo stabilimento realizzandovi un nuovo impianto per la produzione di nitrogelatina, componente destinato alla filiera degli esplosivi e delle munizioni.
Così, alla faccia degli incidenti esplosivi, si continua a incentivare una dinamica di riarmo e militarizzazione palesemente nociva e pericolosa per la vita, la sicurezza e la salute dellə abitanti. 

A partire dall’episodio di Colleferro, vogliamo cogliere l’occasione per guardare al nostro territorio e fare luce su come una zona di sacrificio sia sempre di più un campo minato in cui la vita di chi ci vive o lavora non è messa sullo stesso piano dell’interesse politico, economico e militare a portare avanti piani di riarmo e proiezione bellica nel pieno di una guerra mondiale devastante. 

Porto e raffineria a Livorno: una minaccia perenne per la sicurezza del territorio

Quante Colleferro ci sono tra Livorno e Pisa, nei pressi di case, quartieri, infrastrutture, parchi, strade e stazioni? Quanto è concreta la minaccia della guerra e dell’estrattivismo per vite e territorio, quando ci muoviamo tra le nostre città? Immaginiamo di camminare da Livorno a Pisa e percorrere le strade in cui abitano e lavorano decine di migliaia di persone.
Quali sono le Colleferro che incontriamo ogni giorno? 

A Livorno il porto, come denunciano i portuali e la cittadinanza da anni, è luogo di transito di merci militari. Centinaia di container che possono ospitare qualsiasi cosa, da armi a esplosivi, da bombe a missili, scaricate in mezzo a lavoratori, abitanti e turisti. Dal 2025 a oggi, sono più di 600 le tonnellate di esplosivi circolate nel porto.  A questo si aggiunge l’interesse a insediare nel porto un nuovo sito per la costruzione e il collaudo di sottomarini da guerra dell’impresa Drass.

Andando verso Pisa incontriamo Stagno, dove la raffineria Eni — oggi interessata da un progetto di conversione in bioraffineria — rappresenta l’eredità concreta di decenni di attività industriale ad alto impatto. L’impianto è classificato dalla normativa Seveso come stabilimento a rischio di incidente rilevante, mentre nelle aree circostanti sono state documentate contaminazioni dei terreni e delle acque di falda da idrocarburi, metalli e sostanze cancerogene. La riconversione annunciata non cancella la necessità di completare le bonifiche, garantire la sicurezza dei lavoratori e tutelare la salute della popolazione.

Camp Darby: un immenso deposito di munizioni nel cuore del Parco

Il percorso prosegue fino al Camp Darby, base militare utilizzata dalle forze armate statunitensi come deposito logistico e di munizioni. Un vero e proprio bersaglio per qualsiasi tipo di operazione militare che abbia come controparte l’esercito USA o la NATO. Una polveriera gigante in cui non si conosce cosa vi sia stoccato, per quanto tempo, con quali rischi per la sicurezza e con quali conseguenze in caso di incidente o esplosione. 

Un’installazione collocata in territorio italiano ma sottratta, nei fatti, a un effettivo controllo democratico e caratterizzata da un regime di segretezza che impedisce alla popolazione di conoscere quantità, tipologia e rischi dei materiali stoccati.

Non risulta pubblicamente disponibile un piano di emergenza esterna che informi gli abitanti sui rischi, sulle aree coinvolte e sui comportamenti da adottare in caso di incidente, né tantomeno informazioni sulle attività quali movimentazione di armi, esplosivi e munizioni. Quale impatto avrebbe un evento come quello di Colleferro, se coinvolgesse un luogo di questo tipo? 

Quando il rischio aumenta solo aspettando un treno

Ma la minaccia che comportano questo tipo di infrastrutture è anche in movimento: le stesse merci militari che arrivano a Livorno o vengono stoccate a Camp Darby, circolano sulle nostre strade, nei nostri cieli e soprattutto sulle nostre rotaie e sui nostri treni. Quante delle merci che transitano nell’hub militare pisano-livornese, atterrano all’aeroporto di Pisa? Quanti di questi esplosivi sono passati e passano tutt’ora dalla stazione dei treni? Quanti dai binari di Livorno, Calambrone, Collesalvetti? Magari in pieno giorno, con stazioni piene di pendolari? Quali misure di sicurezza sono messe in atto e come possono tutelarsi le persone laddove il passaggio di questo materiale rimane completamente sconosciuto?

Il rischio non si ferma alle zone tra Pisa e Livorno: a Pontedera, uno dei luoghi designati per il nuovo progetto di base militare, è stato di recente ampliato il binario 4 della stazione, nell’ambito di un progetto europeo dual use, destinato anche alla mobilità militare e alla circolazione di convogli lunghi fino a 740 metri, in una zona ad altissima frequentazione a ogni ora del giorno e della notte.

Armi, esplosivi e… reattori: il nucleare di San Piero a Grado di cui nessuno sa nulla

E se non si tratta di combustibili, armi o esplosivi, si tratta di inquinamento. Qual è lo stato effettivo dello smantellamento del reattore dismesso nell’area Cisam e della rimozione dei materiali radioattivi? Quali controlli continuativi vengono effettuati sulle acque, sui sedimenti e sull’ecosistema del Parco, e con quali modalità di informazione pubblica?

Vita, salute e sicurezza: la nostra vera posta in gioco

Quando la guerra diventa la regola con cui si organizzano i territori, le infrastrutture, il lavoro, l’economia, la logistica, ognuno di questi luoghi è una possibile Colleferro, una polveriera pronta a saltare in aria. Non si tratta di allarmismo, ma della posta in gioco della lotta che portiamo avanti: difendere la vita stessa, la salute e la sicurezza quotidiana delle nostre città, dei nostri posti di lavoro, dei territori che viviamo. 

Non vogliamo territori che siano parchi giochi per militari e industriali, mentre diventano campi minati per la popolazione; non vogliamo che il prezzo della guerra mondiale sia pagato dai più, mentre pochi potenti fomentano il riarmo dal caldo delle loro poltrone.

Fermare la logistica bellica e le basi militari proiettate verso i teatri di guerra globali; organizzarsi sui territori per rivendicare condizioni di vita sicure, salubri, dignitose, ecologiche; scioperare nei posti di lavoro per sottrarsi ai ricatti dell’economia di guerra; lottare contro questi sacrifici imposti ai territori e a chi li abita. Questi sono gli unici strumenti che abbiamo a tutela della vita umana e naturale, verso la quale la guerra e i suoi ingranaggi sono oggi una minaccia sempre più incompatibile e inaccettabile. 

Appello per la libertà di lottare al fianco della Palestina, contro la guerra e contro i tentativi repressivi nella nostra città 

Appello per la libertà di lottare al fianco della Palestina, contro la guerra e contro i tentativi repressivi nella nostra città 

 In questi giorni cinquantaquattro persone che hanno partecipato al movimento per la Palestina nell’ultimo anno, hanno ricevuto le notifiche della conclusione delle indagini da parte della Questura di Pisa per le incredibili mobilitazioni di massa della scorsa estate e dell’autunno contro guerra e genocidio. Contemporaneamente, sono arrivate decine di sanzioni amministrative per migliaia di euro nei confronti di chi ha partecipato il 12 marzo di quest’anno al blocco del treno carico di armi alla stazione di Pisa, iniziativa pacifista che ha fatto il giro d’Italia e non solo con un grandissimo sostegno da parte di milioni di persone. 

Per comprendere la natura delle mobilitazioni e del tentativo repressivo, pensiamo sia necessario partire da un dato: chi sono queste 60 e più persone colpite dai provvedimenti giudiziari citati? Studenti, dottorandi e ricercatori di tutti e tre gli atenei pisani – Scuola Normale, Università di Pisa e Scuola Superiore Sant’Anna. Lavoratrici del mondo della sanità, delle pulizie, del turismo e dei servizi, mamme che erano presenti alle manifestazioni con i loro figli, driver della logistica, abitanti dei quartieri popolari, sindacalisti, pensionati, consiglieri comunali. 

In questo procedimento si mettono insieme, tentando di criminalizzare, episodi differenziati nel tempo, nelle modalità, nei luoghi e nei protagonisti. L’interruzione di una lezione all’università da parte di alcuni studenti e studentesse per parlare di Palestina, il blocco di massa dei binari della stazione nelle giornate di “Blocchiamo tutto”, l’occupazione del Rettorato dell’Università di Pisa, l’arrivo di migliaia di persone durante gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre in superstrada, autostrada e aeroporto, un presidio davanti al rettorato, che con la sua pressione ha portato alla rottura degli accordi quadro tra l’Università di Pisa e due università israeliane, risultato raggiunto in due anni di mobilitazioni. 

Questi provvedimenti non sono un caso isolato, ma il riflesso di una dinamica repressiva che attraversa tutto l’Occidente: dai college statunitensi alle università europee, vediamo una risposta autoritaria che colpisce ovunque si manifesti dissenso contro le politiche di guerra e di occupazione. Tutto l’establishment imperialista euroatlantico si è mobilitato in difesa di Israele e della sua ideologia razzista e suprematista, che da oltre 70 anni arma l’esercito sionista contro il popolo palestinese e arabo. Un’ideologia, il sionismo, in larga parte coincidente con quella occidentale, con gli interessi geopolitici ed economici di un capitalismo in profonda crisi di egemonia, alla quale risponde solo con la forza bruta, dalla Palestina al Libano, dall’Iran allo Yemen, dal Venezuela a Cuba Socialista, portando sempre più l’umanità dentro una devastante terza guerra mondiale. E’ questo il contesto generale nel quale si muovono il governo Meloni e le false opposizioni, con Decreti Legge sulla sicurezza oltremodo liberticidi, costruiti in continuità stretta tra esecutivi di centro “sinistra” e destra. 

Le mobilitazioni che questi poteri vogliono processare sono accomunate da un tenace filo rosso: la volontà di agire in autonomia di fronte al genocidio in Palestina e alla guerra mondiale, di incidere sui propri obiettivi e non delegare più le decisioni ad amministrazioni e istituzioni 

sistematicamente complici e coinvolte nelle politiche sioniste, nelle scelte guerrafondaie, nella corsa al riarmo. Davanti a un genocidio, saltano le gerarchie accademiche: studenti e studentesse non accettano la propaganda imperialista e violenta di un professore, così come sono pronti a fare pressione sulla governance affinché rescinda gli accordi con Israele. 

Questo clima di caccia alle streghe è alimentato da una convergenza pericolosa: da un lato i decreti sicurezza del governo e il silenzio delle opposizioni, dall’altro la gestione autoritaria degli atenei. Il Rettore di Pisa, denunciando ‘ignoti’ per le mobilitazioni studentesche, ha di fatto aperto le porte della nostra università alla polizia, venendo meno al ruolo di garante della libertà di espressione e di ricerca. 

Di fronte alla tragedia della guerra e del genocidio, scioperare e scendere in piazza significa decidere che il proprio lavoro, i binari della propria stazione e il proprio territorio non devono più essere al servizio della logistica bellica. La scelta di fermare il passaggio delle armi nella nostra città è un atto di responsabilità che non appartiene solo alle decine di persone oggi sotto indagine, ma alle migliaia che si sono mobilitate. 

Le mobilitazioni, nate in solidarietà con la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, hanno segnato un punto di svolta: mentre il governo israeliano agisce per bloccare in mare gli aiuti umanitari necessari a un popolo stremato, noi abbiamo scelto di bloccare a terra il flusso di armi che alimenta il massacro. 

In quei giorni abbiamo dimostrato che è possibile sottrarsi alla routine della produzione per opporsi concretamente alla guerra. Da quell’esperienza sono nate reti di insegnanti, medici e collettivi studenteschi: un’infrastruttura sociale che vive nelle nostre scelte quotidiane. Rifiutare la collaborazione con l’industria bellica, opporsi alla costruzione di nuove basi militari e fermare i carichi di armi sono oggi le uniche azioni concrete per agire là dove la guerra passa, con l’obiettivo di fermarla. Se l’obiettivo di indagini, denunce e sanzioni è isolare chi vuole ribellarsi alla guerra e suggerire che lottare sia sconveniente, non accettiamo la selezione di poche persone colpite per atti che sono stati scelti e praticati da migliaia: a chi tenta di criminalizzare il movimento, rispondiamo rivendicando la legittimità del concorso morale e politico di un’intera città. 

La risposta migliore alla repressione e ai decreti sicurezza è rendere ‘sconveniente’ la complicità con il genocidio e la corsa al riarmo. Moltiplicare le iniziative, rafforzare le reti di solidarietà e resistenza. Continueremo a difendere la libertà di scendere in piazza, di scioperare e di interferire con la logistica bellica, toccando gli interessi diretti di chi oggi trae profitto dalla guerra. Ci sarà bisogno di rendere sempre più difficile e sconveniente il passaggio delle armi, la complicità delle istituzioni, la propaganda militarista nelle università e nei territori, la costruzione di nuove basi militari, le attività delle basi che già ci sono. Non saranno le persone comuni a pagare il prezzo del dissenso, ma chi progetta la guerra a dover rispondere delle proprie scelte. Ciò che è in gioco non sono singoli episodi, ma la possibilità di affermare un futuro di pace, dignità e solidarietà tra i popoli. 

Non rinunceremo alla libertà di lottare e ripudiare guerre e genocidio. Non sarà il tentativo di repressione a fermare una lotta giusta e collettiva per la Pace, la Dignità umana, la Solidarietà tra popoli. Per questo invitiamo tutte le realtà politiche, associative, sindacali, collettivi, comitati e movimenti, singoli e personalità, a sostenere questo appello per dare un segnale chiaro: rispondiamo agli attacchi rilanciando in ogni modo la mobilitazione per la Palestina libera, contro la militarizzazione e per una vita libera dalla guerra. 

PRIMI FIRMATARI 

Studentə per la Palestina 

Movimento No Base 

Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista 

Potere al Popolo! 

Rete dei Comunisti 

Unione Sindacale di Base 

Palestra Popolare La Fontina 

eXploit! 

Una città in comune 

Rifondazione Comunista 

SOTTOSCRIZIONI

  • Abbasso la Guerra OdV Venegono
  • All eyes on Palestine – Perugia
  • Anomalia collettiva
  • Arci Valdera
  • Ass. di promozione sociale OBLÒ – Livorno
  • Associazione Culturale Livorno-Palestina
  • Associazione Il Giardino dei Fenicotteri Piana di Lecore
  • Associazione La Rossa
  • Associazione Senza Confini
  • Auser collettivo
  • Break now
  • Carc sez. Pisa
  • Cascina Rossa
  • Cittadine e cittadini di Calci per la Palestina (CCCP)
  • Circolo Arci Agorà – Pisa
  • Circolo Arci L’Ortaccio
  • Circolo Il Botteghino
  • Cobas Pisa
  • Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
  • Collettivo Millepiani Arezzo
  • Collettivo Scuola Normale Superiore
  • Collettivo Universitario Autonomo Pisa
  • Comitato Varesino per la Palestina
  • Comunità di Quartiere Sant’Ermete
  • Coordinamento Antimilitarista Livornese
  • Coordinamento Flottilla di terra Livorno
  • Coordinamento per il boicottaggio di Israele
  • Coordinamento in Valdera di Stop Rearm Europe
  • Coordinamento Valdera per la Palestina
  • Cristiani no base
  • CUB
  • Demiurga Pisa
  • Ecovillaggio Ca’ dei Dodo
  • Ex Caserma Occupata Livorno
  • Federazione Anarchica Siciliana
  • Ferrovieri Contro la Guerra
  • Fgc Pisa
  • Forum della Pace Versilia
  • Freedom Flotilla Italia
  • GAP Livorno
  • Global Sumud Flottilla Italia
  • Gruppo Consiliare “Pontedera a Sinistra”
  • Il Chicco di Senape
  • Immigrital
  • Ingegnerie senza frontiere (ISF Pisa)
  • Kontromovimento
  • L3 Reiett3
  • Legambiente Pisa
  • Legambiente Valdera
  • Mala Servanen Jin – casa delle donne che combattono
  • Non Una di Meno Lucca
  • Non Una di Meno Pisa
  • Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
  • Osservatorio Antiproibizionista
  • Pax Christi Valdera
  • Pisa per la Palestina
  • Redshift
  • Rete Docenti Lavoratori e Lavoratrici della Scuola uniti per Gaza – Livorno
  • Rete La scuola per la Palestina
  • Rinascita Popolare
  • S. A. Newroz
  • Sanitari per Gaza Toscana
  • Sindacato Sociale di Base – Pisa
  • Sinistra per
  • Un Ponte Per Comitato Toscano
  • Unione Inquilini – Pisa

Di seguito anche un elenco dei comunicati di sostegno scritti nelle ultime settimane (in aggiornamento):

ARCI Valdera

Pax Christi Italia

Nonne in lotta

Insorgiamo GKN

Kontromovimento

Sinistra Per

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Rete di Docenti Provincia di Pisa

CGIL, ARCI, ANPI, Casa della Donna, Legambiente- PISA

COBAS PISA

CUB

USB PISA

Gilda degli Insegnanti di Pisa

Acerbo (Rifondazione)

Rifondazione Comunista Toscana

Luigi Sofia (consigliere comunale AVS Pisa)

Sinistra Italiana Pisa e Provincia + UGS

Giovani del Centro Sinistra

Diritti in Comune

Territori contro la guerra: la lotta no base in Toscana e oltre!

Territori contro la guerra: la lotta no base in Toscana e oltre!

Durante questo mese di maggio, parteciperemo a numerose iniziative di confronto e mobilitazione diffuse nei territori della Toscana, della Liguria e del Piemonte. Ovunque saremo in queste settimane, ci sentiremo a casa: per noi, casa sono i territori di sacrificio, le aree dove si progetta la guerra, dove si scaricano i costi della speculazione energetica, dove si innestano le infrastrutture logistiche e le basi militari, dove si gettano le nocività e gli scarti di questo sistema tossico. I luoghi dove oggi si lotta e si resiste.

Questi territori sono a fianco a noi, sono nelle nostre città o ai loro confini, nelle aree suburbane, nelle province, nelle montagne. Qui siamo a casa perché vogliamo incontrarci, conoscerci e rafforzarci insieme a chi si organizza per affermare un destino diverso della propria terra. Dai crinali del Mugello, alle terre della Versilia dove i parchi e gli ecosistemi incontrano la mano predatoria di imprese energetiche e infrastrutture logistiche; da Grosseto, col suo enorme aeroporto militare, alla piana di Sesto Fiorentino, dove l’aeroporto civile inquina e avvelena; dalla bassa val di Susa che si batte contro il TAV, alle terre della Lunigiana dove ci si batte contro le fabbriche e i depositi di missili; dalle città di porto, come Livorno e Genova, in cui la guerra, i suoi traffici e la sua industria incontrano lavoratori e abitanti che non arretrano mai e ci infondono coraggio.

Ognuno di questi territori è un tassello di un sistema di guerra mondiale che parte da qui, una rete che innerva e opprime ogni ambito della vita. Per questo in ogni territorio abbiamo la necessità e l’opportunità  di difenderci: di organizzarci per bloccare la guerra, i suoi flussi, la sue fabbriche. Di lottare ostacolando le attività della guerra. Sono loro, i portatori degli interessi di guerra, che hanno bisogno del nostro lavoro, della nostra intelligenza, delle nostre terre da occupare, dei nostri boschi da abbattere, dei nostri monti da distruggere. Quello che abbiamo da difendere, è la possibilità di cercare alternative, di sviluppare nuovi legami con l’ambiente, nuove forme di lavoro ed economia, modi diversi per approvigianare energia, per realizzare la mobilità e le connessioni tra territori. Per essere realmente protagonistə delle decisioni che si prendono laddove viviamo. 

Rilanciamo di seguito il calendario in aggiornamento delle iniziative dove siamo statə e saremo presenti nel mese di maggio, con la fiducia che saranno occasioni per connettere le lotte che dal basso costruiscono la Pace, mettendo i bastoni tra le ruote ai padroni del mondo e ai signori della guerra. 

Sabato 9 maggio
Marcia popolare a difesa dei crinali dell’Appennino Mugellano e assemblea pubblica in piazza a Londa

Sabato 9 maggio e domenica 10 maggio
Due giorni di convegno contro la guerra a La Brilla Quiesa, Massarosa

Sabato 16 maggio 
Ore 14.00 Sesto Fiorentino, Polo Scientifico -Via dell’Osmannoro
Basta aeroporti in città! Manifestazione a difesa della piana fiorentina

Sabato 23 maggio 
Ore 17.00 Grosseto, Museo di Storia Naturale
Presentazione del bollettino HUB con Coordinamento Pace e Officina Giovani Antifascisti

Sabato 23 maggio
Ore 17.30 Avigliana (Piemonte) [luogo in aggiornaento]
A mano disarmata: incontro organizzato da assemblea Bassa Valle con Stop Riarmo e Movimento No Tav

Sabato 30 maggio
Pontremoli, Giardini dei Teatri della Rosa [orario in aggiornamento]
Resistere alla guerra, costruire la pace: presentazione del bollettino HUB e dibattiti con Cantiere per la Pace e altre realtà antimilitariste liguri-apuane

Sabato 30 maggio
Ore 14.30, Livorno, Piazza della Repubblica
Ciemmona interplanetaria contro il riarmo

Sabato 30 maggio
Genova [ora e luogo in aggiornamento]
Presentazione del bollettino HUB a Genova con Assemblea contro Leonardo


Le basi USA in Italia e nel mondo: l’antropologo David Vine con il movimento No Base

Le basi USA in Italia e nel mondo: l’antropologo David Vine con il movimento No Base

“Sono ammirato da quel che ho letto su HUB e sul vostro sito. Il vostro movimento è un modello di organizzazione, ricerca approfondita sulla militarizzazione della vostra terra, e passione per costruire un modo migliore, fatto di pace. È di questo genere di cose che abbiamo bisogno.
In questo momento di pericolo per l’Italia, gli Stati Uniti e il mondo, ci servono più azioni come le vostre: organizzarsi contro la militarizzazione delle nostre società per decostruire l’economia di guerra permanente e costruire un’economia di pace permanente, dove i paesi sono dedicati a pace, giustizia, uguaglianza, cooperazione e miglioramento delle vite umane.

Adoro anche che abbiate organizzato una manifestazione No Base in bicicletta, spostandovi fra Pisa e Livorno. Per bizzarra coincidenza, anch’io ho fatto quel tragitto in bici una volta, circa 15 anni fa, per studiare il Camp Darby. Studio le basi militari statunitensi in giro per il mondo da circa 25 anni. Durante una delle mie visite a Pisa e Livorno molti anni fa, ammetto di essermi subito sentito a casa, non appena ho visto il graffito vicino al mio hotel a Pisa, che diceva “yankees, andate a casa”. Mi sono sentito a casa perché gli yankees in divisa militare dovrebbero andare a casa. Avrebbero dovuto farlo decenni fa.
Mi scuso personalmente per la presenza del Camp Darby e tutte le basi in Italia, così come per il male che hanno causato alle persone e al territorio, in Italia come nei paesi di cui hanno sostenuto le guerre.

Sarò chiaro: non ho niente contro quegli yankees in divisa. Sono solo vittime del sistema. Quello è il problema. Il sistema delle basi, della guerra permanente, dell’economia di guerra permanente che mantiene guerre senza fine: Afghanistan, Iraq, Iran, Venezuela, Gaza… Siamo davanti a guerre continue e genocidi continui. In questo contesto mortale voglio sottolineare una cosa: fra i pericoli senza precedenti del nostro mondo, abbiamo opportunità senza precedenti di costruire giustizia, uguaglianza più forti, quelle che vogliamo vedere nel mondo. In Italia, Europa e altre parti del mondo, non c’è stato momento migliore di questo per costruire opposizione alle basi statunitensi, grazie a una persona: Donald Trump.

Donald Trump è un’opportunità. Il nostro dittatore in erba, il nostro Benito Mussolini: un’opportunità. Se da un lato Trump rappresenta chiaramente una minaccia per il mondo e per gli Stati Uniti, non c’è mai stato momento migliore di questo per sfruttare l’opportunità che Trump e i suoi oltraggi – Venezuela, Gaza, Iran, Groenlandia e la forza paramilitare dell’agenzia federale statunitense per l’immigrazione (ICE) – offrono per incoraggiare i paesi a ripensare le loro relazioni con gli Stati Uniti e la presenza di basi nei loro paesi.

Non c’è mai stato momento migliore di questo per rispedire a casa gli yankees, per chiudere le basi – statunitensi e italiane – costruendo al tempo stesso un reale sistema di sicurezza globale.
Non c’è mai stato momento migliore per rispedire gli yankees a casa perché è anche un momento senza precedenti in termini di organizzazioni antimilitariste e antifasciste. Oltre due anni di proteste globali per fermare il genocidio a Gaza. La crescente opposizione globale alla forza fascista paramilitare di Trump, in mostra dagli Stati Uniti davanti ai coraggiosi manifestanti di ieri a Milano.

Mi è stato chiesto di parlare di due temi principali, farò del mio meglio per farlo. Prima di tutto, la storia e il ruolo delle basi militari statunitensi in Italia, Europa e nel mondo. Inoltre, le lezioni che possiamo imparare da movimenti che hanno sfidato gli Stati Uniti e altre basi militari nel mondo.”

Una rete globale di basi

Gli Stati Uniti controllano circa 800 basi militari in circa 80 paesi all’infuori dei 50 Stati degli Stati Uniti e Washington DC. Questo numero include 47 basi militari in Italia, le più grandi delle quali si trovano a Vicenza, Aviano, Napoli, Sigonella, e naturalmente Pisa e Livorno. L’Italia è il quarto paese (esclusi gli Stati Uniti) per basi militari statunitensi al mondo, dopo Germania, Giappone e Corea del Sud.

Gli Stati Uniti hanno più basi su suolo estero rispetto a ogni altro paese, impero o popolo nella storia mondiale. Per mantenere queste basi e le truppe che ci vivono, il governo statunitense spende più di 80-100 miliardi di dollari l’anno. Questo dato è più della spesa militare totale italiana e di altri due o tre paesi.

L’Italia ha una base a Djibouti e ha avuto basi in Afghanistan durante la guerra. La Gran Bretagna e la Francia hanno qualche dozzina di basi straniere. La Russia ha cifre simili. La Cina ha circa 12-15 basi su territorio straniero, oltre a delle basi nel Tibet occupato. La Turchia, l’Arabia Saudita, Israele e qualche altro paese hanno un numero basso di basi. In tutto, gli Stati Uniti hanno circa il 75-85% delle basi all’estero nel mondo. Gli Stati Uniti hanno avuto poche basi all’estero subito dopo l’indipendenza, ma la sua attuale collezione di circa 800 basi estere in tutto il mondo ha origine durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

Basi statunitensi in Italia

In Italia dopo la seconda Guerra Mondiale, le truppe statunitensi sono andate via, diversamente da quel che hanno fatto in Germania e Giappone. Dopo l’adesione italiana alla NATO del 1949, la DC permise alle truppe statunitensi di tornare a occupare le basi italiane a Napoli, Verona, Chinotto e altrove.

Nel 1951, il governo italiano diede agli Stati Uniti i diritti militari per espandersi a occupare il Camp Darby¹. Nell’arco di qualche anno, c’erano oltre 10000 truppe dell’esercito statunitense sparse fra il Camp Darby, Vicenza e altre installazioni, solo nel nord-est del paese². Basi di centrale importanze crebbero a Napoli, Gaeta, in Sicilia, Sardegna e oltre. C’è chi dice che non ci siano basi militari statunitensi in Italia, perché all’epoca dell’adesione italiana alla NATO, autorità italiane e statunitensi decisero di chiamare le basi statunitensi in Italia “basi NATO”. Era un modo per mascherare e normalizzare la presenza di basi militari straniere in Italia e evitare proteste contro le basi. Chiamate le basi militari come il Camp Darby, occupate quasi esclusivamente da soldati statunitensi, quel che sono: basi militari statunitensi.

Il ruolo delle basi

Autorità statunitensi di nazioni che ospitano basi statunitensi spesso dipingono le basi statunitensi come “regali” per i paesi dove si trovano, come l’Italia. Questo è falso, è una favola.

Le basi statunitensi non sono regali o atti di altruismo. Non sono regali all’economia – i benefici economici sono sempre stati molto esagerati. In realtà vanno – indovinate un po’ – a aziende statunitensi e alla stragrande maggioranza delle persone che lavorano in basi statunitensi.

Le basi militari statunitensi non sono nemmeno regali di sicurezza alle nazioni che li ospitano³. Non si trovano in Italia per difendere gli Italiani, o in qualunque paese per difenderne gli abitanti. Nei fatti, le basi statunitensi spesso trasformano i paesi e le comunità dove si trovano in bersagli, e aumentano la minaccia di guerra verso gli stessi paesi e comunità.

Le basi statunitensi si trovano all’estero per portare avanti gli interessi economici degli Stati Uniti e altre aziende, e per portare avanti l’interesse politica degli Stati Uniti. Dal Vietnam all’Afghanistan e in Iraq, le guerre statunitensi sono state sostenute dalle basi nelle regioni confinanti. Le basi statunitensi in Italia hanno avuto un ruolo chiave nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, e altre parti dell’Africa.

Come possiamo capire dalle dozzine di basi militari statunitensi nel Medio Oriente intorno all’Iran, e dalle altre dozzine in America Latina intorno al Venezuala, le basi statunitensi permettono agli Stati Uniti di minacciare altri paesi. Le basi statunitensi sono prima di tutto punti di lancio per le guerre statunitensi. Sono anche il fondamento per un sistema e un’economia di guerra permanenti. Le basi statunitensi sono uno strumento per permettere alle aziende di fare miliardi di dollari di profitti ogni anno, costruendo e mantenendo le basi stesse.

Oltre alla minaccia puramente militare che costituiscono, le basi statunitensi sono anche una fonte di potere economico e politico statunitense sugli altri paesi. Sono una leva, uno strumento per tenere altri paesi all’interno di un sistema politico e economico dominato dagli Stati Uniti e che beneficia alle aziende statunitensi più che a chiunque altro. Questo è per dire che le basi statunitensi nel mondo sono stato una fonte chiave di potere imperiale statunitense sugli altri paesi sin dalla seconda Guerra Mondiale, in un sistema imperiale che, grazie a Donald Trump, sempre più paesi cominciano a mettere in discussione.

 

Idee da condividere

Per resistere contro il fascismo e salvare il mondo da una più grande catastrofe, condivido le seguente idee, sviluppate con l’aiuto della Rete per Smantellare il Complesso Militare Industriale⁴, nuovi gruppi di azione politica a livello di quartiere (in espansione in California e in tutti gli Stati Uniti), e altre coalizioni e amici:

Dobbiamo costruire sull’attivismo globale senza precedenti contro la guerra e a favore della Palestina – guidato da persone in luoghi come Pisa, Livorno, Genova e oltre – per fermare il genocidio a Gaza e costruire un movimento più ampio per liberare la Palestina e liberare tutti noi.

Abbiamo un disperato bisogno di una visione positiva. I nostri movimenti rimarranno piccoli e marginali se continueranno a ruotare attorno al dire “No” a ciò che non ci piace. I movimenti con un messaggio positivo e progressista per costruire un mondo migliore, più equo e più giusto sono movimenti capaci di attrarre un gran numero di persone lungo tutto lo spettro politico. Dovremmo considerare una visione positiva incentrata sul “populismo economico” – garantire che tutti abbiano abbastanza risorse per vivere bene – e sul far sì che il governo lavori per il popolo e non per miliardari e grandi imprese.

Dobbiamo ampliare i nostri movimenti oltre la (tradizionale) sinistra radicale, che è un gruppo troppo ristretto per ottenere le vittorie politiche di cui abbiamo disperatamente bisogno. Dobbiamo riflettere su come attrarre più persone lungo tutto lo spettro politico. Questo implica anche un’autocritica sul perché in passato non siamo riusciti a coinvolgere più persone nelle nostre cause.

Possiamo e dobbiamo imparare dall’ascesa della destra e dalle strategie che ha utilizzato per vincere elezioni e controllare la politica (il che oggi le consente, in molti Paesi, di perseguire una cattura totalitaria e antidemocratica dello Stato).

Dovremmo valutare la costruzione di un “movimento di movimenti” globale che colleghi i movimenti contro la guerra e contro le basi con quelli per la giustizia climatica, i diritti dei migranti, la giustizia razziale, la liberazione della Palestina, i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+ e altro ancora.

Dovremmo anche ricordare che il movimento antinucleare degli anni ’80 è stato una forza importante in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo, ottenendo grandi vittorie per ridurre il numero di armi nucleari a livello globale e rendere il mondo più sicuro.


¹ Il partito democristiano di destra, che aveva sconfitto comunisti e socialisti nelle elezioni del 1948 con il sostegno del Dipartimento di Stato, del Pentagono e della CIA, ricambiò aderendo alla NATO e sostenendo attivamente la presenza di basi statunitensi in Italia. La presenza di basi in Italia crebbe a partire dal 1951 come parte del massiccio rafforzamento militare inviato dal presidente Truman in Europa occidentale e in Asia per contenere la “aggressione comunista” dopo lo scoppio della guerra di Corea. Ancora provata dagli effetti della guerra e incapace di difendersi autonomamente con l’intensificarsi delle tensioni della Guerra Fredda, nel 1954 la Democrazia Cristiana pose le basi della crescente presenza statunitense firmando, dopo negoziati segreti, l’“Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture” italo-americano. L’accordo consente lo stazionamento di basi e forze statunitensi in Italia in condizioni che restano tuttora classificate. Un ex funzionario del Ministero della Difesa italiano ha suggerito che la segretezza dipenda dal fatto che alcune parti dell’accordo violerebbero la Costituzione italiana. Un trattato successivo, firmato nel 1995, integra ma non annulla il BIA.

² GlobalSecurity.org

³ Anche i costi economici sono spesso sottovalutati, come quelli legati ai danni ambientali e alla salute pubblica e all’occupazione di vaste aree di territorio che non possono essere utilizzate per altri scopi.

⁴ La Rete per lo smantellamento del complesso militare-industriale è un gruppo di organizzazioni di attivisti, think tank, accademici, gruppi di veterani, collaboratori politici e altri che si oppongono al sistema corrotto di guerra senza fine e di profitti di guerra senza fine che coinvolge produttori di armi, militari e politici.

 “Al di là della Base: Sì alla Pace” – Un racconto della giornata contro guerra e sfruttamento del territorio del 12 Aprile a Gello

 “Al di là della Base: Sì alla Pace” – Un racconto della giornata contro guerra e sfruttamento del territorio del 12 Aprile a Gello

Domenica 12 aprile, a Gello (Pontedera) si é svolta “Al di là della basa”, un’intera giornata di iniziative, festa e socialità, per dire no al progetto di una nuova base militare a Pontedera e Pisa e sì alla difesa di un territorio a vocazione agricola.  

La mattina è cominciata con una passeggiata nella Tenuta Isabella, con l’obiettivo di esplorare e conoscere un luogo, immerso nel verde, in cui tra perimetri di cipressi si estendono distese di grano e sovescio, in cui tutto immagineremmo che potesse essere realizzato, tranne che  un poligono di tiro e una pista di addestramento militare, per ampliare il disegno di militarizzazione di un territorio già particolarmente vessato dalla pressione ambientale per gli impianti industriali e le discariche in vicinanza. 

La passeggiata è stata impreziosita dalla guida esperta di Legambiente Valdera che ci ha illustrato i metodi di agricoltura, il tipo di vegetazione e la storia della Tenuta e dei confini del territorio. Camminando, sono affiorate nuove idee e ipotesi per un futuro diverso dell’area, che non preveda armi e addestramento bellico ma che preveda parchi con nuove piantumazioni che possano riqualificare un’area già fortemente impattata e direttamente fruibili alla cittadinanza, spinte che avremo modo di approfondire nei prossimi tempi.

In contemporanea, nel campo sportivo di Gello un tavolo di lavoro su territorio e riarmo a cui hanno partecipato molte realtà locali, insieme alle tante anime del movimento no base e al nodo locale di Stop Rearm Europe che ha inquadrato le motivazioni di una logica contraria al benessere e alla prosperità, guerrafondaia, che crede nella guerra come strumento di risoluzione di contese, condannando interi territori e popoli a soffrire in contemporanea di ingiustizie sociali ed ambientali, a causa di un modello imperialista di sfruttamento. Gli interventi hanno fatto emergere preoccupazioni per la precipitazione della situazione attuale, idee e proposte utili per una organizzazione orizzontale che inverta la logica del dominio economico e bellicista 

Il pranzo, con oltre 100 partecipanti, cucinato e servito da tante persone volontarie delle organizzazioni partecipanti, è stata un’occasione informale di incontro per continuare a dibattere nell’accogliente parrocchia di San Lorenzo, con la partecipazione anche del parroco Don Armando Zappolini. Un luogo che porta già i segni della pastorale sulla pace, tra murales, foto esposte, ricami e albero di uncinetti che offrono messaggi di attivazione della speranza di pace.  

Anche l’arte e la comunicazione emozionale hanno svolto un ruolo primario nella giornata, attraverso i canti dell’Orcoro, che hanno richiamato quanta attualità risieda nella memoria di canti popolari di resistenza, e i canti di un Coro organizzato per l’occasione, che ha creato gruppalità e danza in cerchio, perchè gioire insieme ed essere vitali continuino ad essere l’antidoto più efficace alla cultura della violenza e della morte.  Ha fatto seguito ai cori, un momento fortemente introspettivo di compenetrazione nel dolore e nel contempo nella dignità del popolo oppresso, con una performance di teatro e poesia palestinese. Durante tutta la giornata sono stati presenti diversi banchetti, tra cui quello Emergency con le testimonianze della loro presenza in territori in emergenza ed in particolare il progetto sanitario in Afghanistan,  e quello di Arci con il progetto TOM, la nave che rappresenta il nostro occhio, quello della società civile, sulle emergenze che accadono nel Meditarraneo.

Ancora, durante la giornata, nei momenti di pausa, è stato possibile visitare l’atelier artistico del maestro homo faber Marco Ascanio, che proprio a fianco alla Parrocchia una cattedrale con materiali di recupero, che porta i segni della storia, sua personale e del territorio, con vetri, latta, tela, oggetti metallici e tra i più disparati. Una scoperta davvero inattesa in una periferia che presenta un cuore, un centro, pulsante di Meraviglie. 

Per i bambini, l’arciragazzi ha provveduto a creare laboratori di costruzione di piccoli oggetti volanti ed aquilini, che hanno reso anche la partecipazione dei più piccoli gioiosa e possibile per le famiglie partecipare ai momenti assembleari che si sono intervallati con le performance artistiche. 

Fulcro dell’assemblea pomeridiana sono state le proposte di futura attivazione, i prossimi appuntamenti del Movimento No Base, ricevuti i feedback di nuove persone interessate alle mobilitazioni e stimolate proposte operative da mettere in campo per incrementare la partecipazione e l’inclusione di sempre più soggetti ad un movimento che è trasversale. 

Importante il rilancio della giornata di mobilitazione popolare di resistenza contro guerra e basi militari del 25 aprile che ci vedrà in corteo da Camp Darby fino al presidio dei Tre Pini, recentemente sgomberato dall’Università di Pisa.

Epilogo della giornata è stato, infine, un cerchio di danze curde, palestinesi e balcaniche, che ha riproposto l’unione di etnie e culture anche nei movimenti del corpo, nei modi di contattare l’altro e l’intera comunità che con entusiasmo ha partecipato. 

Grazie a tutte e tutti coloro che hanno dibattuto, condiviso preoccupazioni, proposto idee, che hanno gioito, danzato, preparato il pranzo, servito, raccontato, poetato, cantato, osservato e attivato una speranza in difesa di questa terra. Questo è solo l’Inizio.

La scelta della data non è casuale, ma fortemente evocativa nella giornata della Liberazione, poichè oggi come ieri vogliamo resistere e lottare per un mondo senza guerra e fascismo. Una giornata in cui i valori dell’antifascismo e della resistenza non possono e non devono essere solo oggetto di commemorazione ma che vanno vissuti ed incarnati nelle pratiche contemporanee dell’antimilitarismo, dell’opposizione alle guerre in corso e a quelle in preparazione, per una cultura  che promuova una pace vera, che non può avvenire se esistono ancora ingiustizie ed oppressioni, ed in ogni caso non può basarsi sul dominio di alcuni su altri, sulla minaccia dell’uso della forza, delle armi di distruzione di massa, ma che preveda una società egalitaria. Non finisce qui.

Rilanciato anche un terzo appuntamento che anticipiamo con una grande manifestazione a Pontedera in occasione del 2 giugno, Festa della Repubblica, per ribadire la vocazione pacifista della nostra terra.

Epilogo della giornata è stato, infine, un cerchio di danze curde, palestinesi e balcaniche, che ha riproposto l’unione di etnie e culture anche nei movimenti del corpo, nei modi di contattare l’altro e l’intera comunità che con entusiasmo ha partecipato. 

Grazie a tutte e tutti coloro che hanno dibattuto, condiviso preoccupazioni, proposto idee, che hanno gioito, danzato, preparato il pranzo, servito, raccontato, poetato, cantato, osservato e attivato una speranza in difesa di questa terra. 

Questo è solo l’Inizio.