Dalla conferenza stampa sulla nuova finanziaria: ancora  milioni per la nuova base militare e per le forze speciali GIS e “Tuscania”

Dalla conferenza stampa sulla nuova finanziaria: ancora milioni per la nuova base militare e per le forze speciali GIS e “Tuscania”

Condividiamo il comunicato condiviso stamattina in conferenza stampa insieme alle liste Rifondazione Comunista e Una città in comune, sulla nuova finanziaria del governo, che prevede 55 milioni di euro per la nuova base, 59 milioni per dispositivi militari e tattici per le forze speciali dei carabinieri, decine di milioni ulteriori per le infrastrutture già presenti nell’hub militare pisano-livornese. Continuiamo a contestare con forza il furto dei nostri soldi per la guerra e la distruzione ambientale, mentre sui nostri territori abbiamo bisogno di case, ospedali funzionanti, scuole e servizi, sempre più assenti e carenti. Le prossime settimane ci vedranno in agitazione e in mobilitazione con numerose iniziative: il 2 novembre ai “Tre Pini” per la Castagnata no base e il monitoraggio del CISAM, il 9 novembre per la critical mass fino a Camp Darby e presto con nuovi appuntamenti per avere giustizia e trasparenza sulla documentazione e continuare ad approfondire l’economia di guerra e i suoi meccanismi proprio a partire dalla legge di bilancio. Di seguito il comunicato completo!

Nuova base militare del GIS e Tuscania a Pisa:

“Tra le infrastrutture militari quella di maggior rilievo “.

Così il Governo Meloni stanzia centinaia di milioni di euro per la militarizzazione del territorio e per armare le forze speciali.

Nel Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa scritto nero su bianco con riguardo alle infrastrutture militari si legge: “Le attività di maggiore rilievo riguarderanno la progettazione della nuova sede del Gruppo Intervento Speciale (GIS) e del 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania” all’interno del Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari (CISAM) a San Piero a Grado (PI) (e interventi presso il polo addestrativo – caserma “Castrogiovanni” di Taranto)”.

Questa centralità è sostanziata dalla Relazione Tecnica firmata dalla Ragioneria Generale dello Stato lo scorso 22 ottobre che riporta la Sintesi degli effetti delle riprogrammazioni e variazioni quantitative e prevede un rifinanziamento specifico della sezione II del Bilancio dello Stato di 55 Milioni di euro per la Caserma dei Carabinieri a Pisa. Di queste nuove risorse si farà carico direttamente il Ministero dell’Economia e della Finanza. Queste si aggiungono ai 5 milioni stanziati nel 2022 dal Fondo Sociale di Coesione (atto di governo 373) e ai 20 Milioni stanziati nel 2024 sottraendo risorse ai fondi per l’aumento dei prezzi dei materiali (Dl Infrastrutture) per un totale di 80 milioni di euro destinati alla nuova Base militare che si vuole realizzare nel cuore del Parco di San Rossore e a Pontedera per un importo complessivo di spesa prevista ad oggi di oltre mezzo miliardo di euro.

Surreale che dopo quanto denunciato anche dal Movimento No Base in questi 3 anni sul ruolo delle forze speciali dei carabinieri nelle missioni all’estero, il ministro Crosetto abbia ancora il coraggio di classificare questa spesa all’interno dei “Programmi riconducibili alla funzione sicurezza del territorio”.

Dai documenti ufficiali emergono, infatti, ulteriori investimenti specifici dedicati a GIS e Tuscania: 59 milioni di euro nel 2026 per le “esigenze GIS/Tuscania” con l’acquisto di nuovi sistemi APR (droni) per i nuclei investigativi e per il 1° Reggimento Paracadutisti Tuscania e per il GIS e un Battello esclusivo per migliorare la capacità di mobilità lacustre e navale per il GIS.

Sempre in termini di dotazioni alle forze speciali del comparto difesa, inclusa anche la Folgore, saranno dotate di “mezzi tattici aviolanciabili Ground Mobility Vehicle (GMV) “Flyer” idonei a proiettare e concentrare forze in tempi brevissimi e con ridotto preavviso a distanze strategiche dalle sedi stanziali” che costeranno alle casse pubbliche 150 milioni di euro nei prossimi 5 anni (di cui 33 solo nel 2026).

L’intervento si inserisce all’interno di una vera e propria “manovra di guerra” con nuovi stanziamenti e interventi infrastrutturali destinati alla militarizzazione del territorio che avranno un impatto devastante sul territorio pisano, limitrofo e non solo.

Il quadro complessivo che emerge dal Documento Annesso alla Programmazione della Difesa con particolare riguardo al Patrimonio infrastrutturale, delinea un ulteriore allarmante investimento per le strutture militari sui territori che vedranno alzarsi nuovi e inquietanti fili spinati.
In sintesi: Aeroporti Azzurri (261 Milioni) a cui si aggiunge il segmento operativo specifico dedicato agli F35 (21 milioni), Caserme Verdi e altre Infrastrutture Esercito (455 Milioni), Basi Blu (418 Milioni) e con Oleodotti, sacrari ed altri edifici in carico al Segretario Generale della Difesa si raggiunge quota complessiva per le infrastrutture di 1,317 miliardi di euro di investimenti per il prossimo triennio.

Sottolineiamo che la Base militare a Pisa è fuori da questo conteggio, perché appunto surrettiziamente contabilizzata come presidio di pubblica sicurezza, anche se poi ogni atto è secretato e chi abita i territori di Pisa e Pontedera non ha possibilità di sapere cosa stia succedendo, visto che ogni decisione viene presa in silenzio, senza alcuna trasparenza o condivisione.

Eppure la strategicità dell’hub logistico militare tra Pisa e Livorno è nota e nella Legge di bilancio in preparazione da parte del Governo Meloni vengono confermati gli investimenti di 30 milioni per la navigabilità dei Navicelli, si investe anche per aumentare la capacità del controllo Aereo dell’Aeroporto militare di Pisa (operazione che vale 55 milioni, ma condivisi con altri 9 aeroporti militari). Infine abbiamo scoperto che con Decisione a contrarre n.10 di luglio 2025 è stata autorizzata la spesa di 6 milioni di euro per la rifunzionalizzazione del fabbricato 413 all’interno della Caserma Vitali (quella adiacente a Camp Darby) per facilitare il trasferimento del Comando del 9° Reggimento Paracadutisti d’Assalto Col. Moschin che va ancor più a saturare militarmente l’asse Aeroporto di Pisa – Porto di Livorno.

Si continuano così a stanziare centinaia di milioni di euro per nuove strutture militari e droni destinati ai reparti d’élite, e nuove armamenti mentre si continua a tagliare in sanità, scuola e welfare. È ora di dire basta alla militarizzazione del territorio e ad una economia di guerra che colpisce soprattutto i settori sociali più deboli e maggiormente colpiti dalla crisi.

A Pisa con questi ulteriori stanziamenti per la base si materializza l’indirizzo guerrafondaio di questo Governo e della NATO, contro il quale rilanciamo e sosteniamo le mobilitazioni in corso contro la militarizzazione del nostro territorio e per una economia di pace.

Diritti in comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista

VOCI DAL PRESIDIO AL PORTO DI LIVORNO: BLOCCARE LA GUERRA È POSSIBILE!

VOCI DAL PRESIDIO AL PORTO DI LIVORNO: BLOCCARE LA GUERRA È POSSIBILE!

Condividiamo alcune brevi interviste che abbiamo fatto insieme ai portuali e allə partecipanti ai blocchi e al presidio permanente a Livorno! Una lotta decisiva, che sta rendendo sempre più chiaro come bloccare la guerra a partire dai propri territori, dai propri posti di lavoro, in ogni città sia sempre più possibile a partire dalla mobilitazione collettiva e popolare.

Perchè sei qui? Cosa altro sarebbe utile bloccare? Queste le domande che abbiamo posto e a cui tantə hanno dato risposte differenti e ricche di possibilità.

La lotta a Livorno, come diciamo da tempo, è strettamente intrecciata con la lotta no base. Di fronte a un territorio ferito dalla militarizzazione di acciaio e cemento, interrompere i flussi, impedire nuovi progetti, battersi ogni giorno per smantellare le basi che già esistono, rappresenta un soffio di vita, libertà, capacità di organizzarsi e incidere per fermare la guerra e restituire decisionalità alle comunità.

La lotta dei portuali e della città di Livorno, che ha visto il nostro sostegno e quello di centinaia di altre persone da tutte le nostre province, ha ottenuto delle vittorie: la nave Severn SLNC carica di armamenti per Camp Darby non ha attraccato, le navi ZIM israeliane sono state respinte e non attraccheranno mai più al porto livornese.

Domani continueremo questa lunga lotta, a partire dallo sciopero generale per la Palestina: dalle 9.00 in Piazza Gaza, a Pisa, saremo numerosə per bloccare tutto nuovamente e con ancora più fiducia e coraggio!

Video interviste dal presidio di Livorno

IL PORTO DI LIVORNO NELL’HUB MILITARE TOSCANO: INTERVISTA AI LAVORATORI PORTUALI DEL GAP

IL PORTO DI LIVORNO NELL’HUB MILITARE TOSCANO: INTERVISTA AI LAVORATORI PORTUALI DEL GAP

Riportiamo di seguito un’intervista che abbiamo condotto nel corso dell’estate a partire dal punto “Fare rete” del decalogo no base, con alcuni lavoratori portuali di Livorno del Gruppo Autonomo Portuali (GAP), impegnati nella lotta contro il traffico di armi dal porto livornese. Condividiamo l’intervista come ulteriore approfondimento sull’hub militare toscano, la cui centralità negli scenari di guerra globali è sempre più chiara: dalla logistica di armi che passa da ferrovie, porti e cieli, a Camp Darby, dalle strutture di addestramento esistenti ai nuovi progetti, come la nuova base militare prevista tra Pisa e Pontedera o il comando NATO di Firenze. La lotta dei portuali e la lotta no base sono intrecciate a doppio filo e in sinergia nell’obiettivo di bloccare i flussi di armi, mezzi e uomini che innervano i nostri territori. 

Sentiamo ancora più importante pubblicare l’intervista in questi giorni, in cui ci prepariamo insieme a migliaia e migliaia di persone in tutta Italia a contribuire allo sciopero e al blocco delle infrastrutture della guerra in sostegno al popolo palestinese e al fianco della coraggiosa missione della Global Sumud Flotilla. Ribadiamo nuovamente che la lotta no base è anche una lotta al fianco della Palestina e contro la produzione di guerra e genocidio nel nostro territorio: fermare la base significa impedire che venga posizionato un ulteriore tassello di militarizzazione funzionale all’addestramento di forze speciali, come i Paracadutisti “Tuscania”, impegnate attualmente anche a Rafah, al confine con Gaza, nella missione EUBAM e da decenni alleate delle politiche coloniali sioniste in Palestina. 

L’intervista è stata condotta in estate e ci teniamo a sottolineare che alcuni obiettivi, come l’interrogazione parlamentare o il lavoro sull’obiezione di coscienza, sono ora ritenuti meno attuali nell’evoluzione della lotta. Ma l’analisi e gli obiettivi generali, sono oggi ancora più urgenti da condividere: con questa intervista intendiamo approfondire la filiera delle armi, la sua logistica, la materializzazione sul territorio pisano-livornese dell’economia di guerra; ma soprattutto rafforzare la relazione tra noi e quanti si battono al nostro fianco, come i lavoratori portuali di livorno, per esprimere con efficacia e concretezza un’opposizione nei confronti della macchina bellica. Questa relazione è per noi una risorsa fondamentale: l’alleanza tra le nostre lotte e i nostri territori è una condizione essenziale per dare forza all’obiettivo di fermare la guerra a partire dai luoghi che abitiamo e in cui lavoriamo, costruendo insieme la fiducia che insieme possiamo cambiare le cose.

Di seguito la trascrizione dell’intervista che abbiamo condotto:

Da dove vengono i carichi di armi che arrivano a Livorno? Da quali porti passano e dove vanno?

Principalmente la merce che siamo riusciti a identificare è materiale bellico americano e italiano, proveniente da basi in Medio Oriente e da esercitazioni per quanto riguarda quello americano, in entrata e in uscita. Il materiale arriva in Italia da basi all’estero oppure proviene da Camp Darby per essere imbarcato e andare all’estero. Le merci italiane sono tutte legate a movimentazioni dirette a basi sul territorio nazionale, soprattutto ai poligoni della Sardegna. 

È possibile ricostruire la filiera e la relazione con il tessuto del complesso militare industriale Toscano (aziende produttrici, compagnie di trasporto)?

C’è la possibilità di ricostruire la filiera grazie alla collaborazione con The Weapon Watch. Inoltre, abbiamo una mappatura di tutte le aziende italiane che producono armamenti e hanno un contratto di esportazione. Sono dislocate su tutto il territorio toscano, oltre che su quello nazionale. Sul territorio nazionale abbiamo mappato insieme a una giornalista d’inchiesta e a The Weapon Watch un totale di 152 aziende e in Toscana dovrebbero essere 6 quelle che hanno la concessione per l’esportazione di armamenti, secondo la Legge 185/90.

La logistica di guerra in questi mesi di escalation globale è aumentata o è rimasta costante?

Abbiamo avuto contezza durante quest’anno di quanta roba entra ed esce e quante navi militari ci sono. Abbiamo notato che la cadenza è circa semestrale, tranne due mesi fa con un passaggio in più. Da due navi l’anno si è passati a quattro perché c’era la presenza di questa nave italiana. Altrimenti la cadenza è di 2 o 3 navi l’anno, di imbarco prevalentemente. Quando arriva merce dall’estero è diretta sempre a Camp Darby e allora c’è una nave in più. A parte le allerte che abbiamo visto rispetto alle basi come Camp Darby non ci sono movimentazioni visibili, non le abbiamo notate. Resta il problema di tutto quello che non riusciamo a vedere, che penso sia l’80 percento della merce che passa da Livorno. Livorno è un hub tra i più importanti della Toscana dato anche il numero di aziende e basi di smistamento verso territori esteri. Non si parla tanto di materiale bellico in senso stretto (munizioni, carri armati) ma piuttosto di componentistica. 

Approfondiamo la connessione tra territorio livornese e pisano: come ricostruire l’hub che conduce a Pisa e alle sue infrastrutture logistico militari? Quali sono gli sviluppi della militarizzazione che state notando?

Questa domanda si connette alla seconda [sul complesso militare-industriale del territorio] La mappatura c’è, ora stiamo cercando di definire i dettagli, ma ci manca il collegamento logistico. Abbiamo il nome dell’azienda, le partecipate, la dislocazione sul territorio, le varie sedi e cosa produce. Ci manca di sapere quali sono i vettori di trasporto da punto A al punto B, dall’azienda produttrice verso altre aziende o verso il porto di Livorno. Su questo ci stiamo lavorando ma è difficile averne contezza, a meno che qualcuno non vada direttamente davanti alle fabbriche, come fanno in Francia, e prenda il numero dei container che escono e della ditta di trasporto che esce. A qual punto si potrebbe anche lavorare per un tracciamento del trasporto su terra. 

Per quanto riguarda le infrastrutture che possono essere coinvolte direttamente con il porto c’è sicuramente lo scavallo ferroviario della stazione del Calambrone in via Leonardo Da Vinci. Lì stanno facendo dei lavori da mesi e grazie a indicazioni dei ferrovieri sappiamo che la linea sta venendo potenziata notevolmente, in funzione probabilmente di passaggi ferroviari: il porto di Livorno ha dei collegamenti ferroviari, al momento ancora non molto utilizzati e non abbiamo visto materiale bellico caricato sulla ferrovia. L’azienda  Marterneri SPA che ha al momento il contratto con Camp Darby e la Difesa americana ha la possibilità, avendo un terminal da cui accedere alla linea ferroviaria, di caricare su quel terminal materiale bellico. Sulla Darsena del Tombolo, se non dai mezzi stampa, non abbiamo contezza di quanto e come è stata potenziata. In dieci anni di lavoro non abbiamo mai visto il passaggio su chiatte e piccole imbarcazioni di materiale bellico smistato dal porto di livorno dalle navi più grandi a quelle più piccole con la destinazione Darsena. Forse la ristrutturazione della Darsena del Tombolo è anche in funzione di questo… a ora non abbiamo visto questa tipologia di passaggio. 

Come state intervenendo? Come si stanno comportando le istituzioni? Come influisce la Commissione di Garanzia nella decisione di inserire il trasporto di armi nei servizi pubblici essenziali? 

Oltre al lavoro di monitoraggio costante in porto, che consiste nel vedere se arrivano mezzi pronti all’imbarco al molo Italia, stiamo cercando di ricostruire la filiera, di riuscire a trovare quella chiave che ci permetta di identificare i contenitori. O meglio, di identificare quei contenitori in cui sono presenti componenti d’arma che possibilmente vanno in violazione della 185/90. Questa è una prima fase di lavoro. Ci stiamo muovendo anche sul fronte legislativo portando avanti l’istanza dell’obiezione di coscienza; in ambito parlamentare, creando con un pool di avvocati e professori universitari le basi dell’emendamento all’obiezione di coscienza; sul fronte dell’opposizione istituzionale qualcosa si è mosso grazie alle azioni che stiamo facendo e che fanno anche altri portuali in Italia e in Europa. Dal punto di vista delle istituzioni territoriali, tranne un iniziale accenno di collaborazione e confronto con il sindaco che ci ha detto dell’apertura di un tavolo con prefetto ed enti di controllo, di fatto non abbiamo avuto più notizie e aspettiamo di vedere come questo tavolo sia andato. Ci dovrebbe essere tra qualche mese, forse si fermano con l’estate, un approfondimento sulla mozione del 2021 recentemente approvata e modificata sul tracciamento. 

Non sappiamo se questa latitanza delle istituzioni, del Consiglio Comunale e del sindaco sia dovuta a una mancanza di comunicazione col prefetto che si occupa del passaggio e autorizzazione di merci militari, o se si tratti di una linea politica di temporeggiamento, non ci sbilanciamo. 

La commissione di garanzia e la decisione di inserire il trasporto di armi nei servizi essenziali è funzionale ai fronti di movimentazione e di lotta creati tra lavoratori che oggettivamente e materialmente hanno la possibilità di impedire il traffico di armi. Anche il lavoratore dell’aeroporto di Montichiari di Brescia si è mosso, anche se a livello personale, nel rispetto della Costituzione e della legge 185/90. Stanno cercando di arginare in maniera un po’ goffa il movimento crescente di mobilitazione popolare: questa normativa non va contro il blocco ma contro la facoltà di poter indire lo sciopero. É un attacco diretto ai sindacati che fanno opposizione. Inserendolo in questa categoria non ci sarebbero più i requisiti per poter dichiarare sciopero, dato che il trasporto pubblico essenziale è tutelato da normative strette che prevedono il transito sul territorio. Stanno paragonando missili e bombe a medicinali, merci deperibili, libera circolazione di passeggeri.

Quali sono le prospettive di lotta contro il traffico di armi sul nostro territorio? Quali opportunità e ostacoli incontrate? 

Le prospettive di lotta sono chiare. L’escalation bellica, le posizioni del governo europeo  e della NATO, l’incremento di spesa militare, il riarmo, la conversione di fabbriche e industrie vanno in una direzione chiara. Quello che stiamo cercando di fare come lavoratori è creare i legami necessari dal punto di vista di movimenti, partiti, associazioni sensibili al tema per avere facoltà di azione incisiva e più marcata sul territorio. Questo è possibile mettendo da parte istanze e rivendicazioni personali, di entità, di movimento, partito, associazione e mettendo al primo posto l’obiettivo dell’opposizione al traffico di armi. Non abbiamo la ricetta per questo ma stiamo cercando di lavorare su più fronti e abbiamo visto che funziona. Su più livelli di azione: oltre alla parte pratica di presenza sul territorio e denuncia all’opinione pubblica, mostrando quello che molte aziende e istituzioni non vogliono far vedere o fanno finta di non vedere, anche il chiamare in causa enti e istituzioni che dovrebbero controllare e non controllano. Muovendoci tramite esposti, richieste di accesso agli atti, denunce. É una chiave di lettura e forma di lotta evoluta che unisce lotte pratiche sul territorio a lotte di tipo giuridico e della magistratura. Spesso o mancano documentazioni, o si fanno relazioni che violano la 185/90, o non ci sono procedure di sicurezza adeguate alla tutela di lavoratori e della cittadinanza. e questo mette in contraddizione, anche in virtù di impegni politici presi, i governi di varie città che devono tutelare l’interesse pubblico cittadino e la sicurezza. In questo modo si può riuscire a fare una pressione a 360 gradi e siamo certi che è un meccanismo che porta a complicare le cose a chi finora ha fatto cosa voleva sotto questo punto di vista. 

Come possiamo costruire maggiori connessioni per lottare contro la filiera bellica?

La creazione di connessioni con quello che si sta già facendo è un passo importante, Abbiamo notato che c’è parecchia dispersione di energia, per dissapori tra sindacati, gruppi politici e movimenti di vario tipo che portano a esempio lampante delle manifestazioni a Camp Darby del 13 e del 19 giugno. Ci sono sicuramente motivazioni valide per decidere di non farle unite, ma crediamo che davanti a una situazione come quella che c’è oggi in Italia in cui ci si appresta a investire 800 miliardi in armi in 10 anni che andranno tolti a istruzione, welfare, sanità e al mantenimento del territorio che non è più il momento di essere divisi. Difficile è trovare l’unione, mettere da parte l’ascia di guerra, anche in virtù di tutto quanto successo prima, ma crediamo che sia fondamentale e un passaggio dovuto se si vuole riuscire a smuovere qualcosa. Per il resto non resta che coordinarsi, avere passaggi di informazioni fruibili e veloci, perché quando si parla di armi il passaggio è talmente veloce che, a meno di un tracciamento preventivo, difficilmente si può fare un’azione. Cercare al massimo di trovare un punto di convergenza per la questione bellica. Almeno per la denuncia forte con prese di posizione forti a quello che sta succedendo al popolo palestinese, al traffico di armi, alla riconversione industriale, per dare ai lavoratori la possibilità di obiettare anche senza avere un appoggio politico o sindacale, crediamo si debba trovare una volta per tutte una convergenza. La divisione dà adito ai partiti di destra e alle aziende e agli industriali di trovare terreno fertile per fare quello che vogliono. 

Fuori Israele dal porto di Ravenna. No armi, no Undersec.

Fuori Israele dal porto di Ravenna. No armi, no Undersec.

Condividiamo il comunicato stampa verso la manifestazione di martedì 16 settembre, promossa da BDS e numerose altre realtà e associazioni ravennati contro le collaborazioni tra il porto di Ravenna e Israele, nello sviluppo di tecnologie militari con il progetto Undersec e con il traffico di armi. Un altro tassello nella logistica di guerra e nella sua innovazione scientifica che porta dall’Italia agli scenari di guerra globali, prima fra tutti la Palestina. Ci associamo alla voce di tutte e tutti coloro che stanno protestando e all’appello di fare la nostra parte, ovunque siamo, per bloccare la guerra e il genocidio a partire dai nostri territori. La Toscana, come l’Emilia-Romagna e centinaia di altri luoghi in Italia e nelle isole, è parte di questa piattaforma per la guerra. Uniti e unite possiamo contribuire a costruire una solidarietà concreta con il popolo palestinese e i popoli di tutto il mondo e liberare i mari, i cieli e la terra da basi, infrastrutture e traffici di guerra e di morte.

Condividamo anche l’intervista alla giornalista Linda Maggiori, che ha condotto un’inchiesta sul passaggio di munizioni e armi verso Israele e all’avvocato Andrea Maestri, che ha depositato alla procura di Ravenna un esposto per la violazione della legge 185/90 da parte dell’autorità portuale ravennate, per il traffico di armi verso Paesi coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Qui il testo dell’intervista.

Fuori Israele dal porto di Ravenna. No armi, no Undersec.

16 settembre 2025 Ravenna

Un numeroso gruppo di associazioni e comitati annunciano che il 16 settembre è indetta la manifestazione contro traffico di armi e Undersec.

Concentramento alle ore 17.30 nella Darsena dietro la stazione ferroviaria di Ravenna. Corteo verso l’autorità Portuale.

Protestiamo contro il traffico di armi, che avviene impunemente in questo porto, in barba alla legge 185/90, per rifornire l’esercito genocidario di Israele che sta massacrando la popolazione di Gaza.

Ci opponiamo al progetto Undersec, progetto europeo (fondi Horizon) che vede collaborare fianco a fianco l’autorità portuale di Ravenna, Israele e altri enti europei.

Il porto di Ravenna non solo è sede di sperimentazioni, ma siede in un comitato ristretto insieme al ministero della Difesa israeliano. Al progetto partecipa anche Rafael l’azienda israeliana di droni killer, e l’università di Tel Aviv, che nelle sue facoltà crea sensori e tecnologie a supporto dell’Idf (Israel Defence Force).

Undersec non è un progetto civile, le tecnologie che ne usciranno saranno usate dai comandi Nato e Frontex. Una delle tecnologie di Rafael, sperimentate nel progetto, è un modem subacqueo in dotazione alle imbarcazioni di assalto dell’Idf, le stesse che hanno attaccato le navi umanitarie e i pescherecci palestinesi e che minacciano di assaltare anche la Sumud Global Flotilla, che in queste ore sta navigando verso Gaza.

Il workshop previsto a Ravenna il 16 settembre, è stato annullato proprio oggi , ufficialmente per mancanza di adesioni. Ma di fatto, anche per le mobilitazioni in atto a Ravenna.

L’assemblea generale di Undersec (con tutti i membri) si erano riuniti in via straordinaria per discutere anche le Expert Opinions emesse da un gruppo di docenti e accademici europei (da Ruba Salih a Nicola Perugini) che chiedevano l’espulsione dei membri israeliani. Non sappiamo se sia stata decisa l’espulsione o si sia ripiegato solo a spostare e rimandare il workshop.

La manifestazione del 16 settembre è comunque confermata.

Continuiamo a chiedere che il porto di Ravenna si tolga da Undersec, e cessi ogni collaborazione con gli enti israeliani.

Denunciamo anche le evidenti complicità del governo italiano e il velo di opacità a ogni livello (nazionale, regionale, locale) che copre il traffico di armi verso Israele.

La Regione Emilia Romagna e il Comune di Ravenna, che hanno giustamente condannato il traffico di armi e dichiarato di rompere ogni legame con Israele, sono soci di Sapir e quindi co-proprietari del terminal container.

I soci pubblici sanno cosa passa nel Terminal? E se non lo sanno perché non lo chiedono?

Le navi Zim hanno addirittura attivato una seconda linea dal 2022, stringendo fruttuosi accordi con il Terminal Container.

Quello che è stato scoperto dall’inchiesta de Il Manifesto è solo la punta dell’iceberg: il 30 giugno un container di munizioni (classe 1.4S) proveniente dalla Repubblica Ceca e diretto a Israele è transitato nel porto di Ravenna e poi imbarcato in una nave Zim, senza autorizzazione Uama.

Ma da chi sono state prodotte queste munizioni? come sono arrivate a Ravenna? Qual è lo spedizioniere e l’azienda destinataria? Tutte queste informazioni sono state negate dalle Dogane a Linda Maggiori, la giornalista che ha portato avanti l’inchiesta. Informazioni che ci aspettiamo saranno rese note dal presidente De Pascale e dal sindaco Barattoni.

Le Dogane (dipendenti dal ministero Economia e Finanze) sostengono la “correttezza procedurale” citando l’art 10 bis della legge 185/90, che permette i transiti intracomunitari con l’autorizzazione del paese di origine. Ma Israele non è un paese comunitario, inoltre la legge 185/90 vieta espressamente ogni export e transito di armamenti verso paesi che violano i diritti umani e il diritto internazionale, tra cui Israele.

Per questo 20 persone, singoli cittadini attivi e rappresentanti di associazioni, sindacati e comunità palestinesi, assistiti dall’avv. Andrea Maestri, hanno depositato giovedì 11 settembre un esposto alla Procura di Ravenna, per far luce su eventuali profili di rilevanza penale e sulle connesse responsabilità.

Di fronte alla nuova banalità del male, alla burocrazia dello sterminio, alla pulizia etnica di un intero popolo, non si può restare indifferenti.

Chiediamo che tutti i transiti di armi e dual use nel porto di Ravenna cessino.

Chiediamo che il porto si tolga da Undersec.

Ascoltiamo l’appello dei sindacati palestinesi e dei portuali di Genova e l’appello per lo sciopero generale del 22 settembre.

BLOCCHIAMO TUTTO!

UNA BASE MILITARE A PONTEDERA

UNA BASE MILITARE A PONTEDERA

520 milioni di previsione di spesa pubblica, oltre 40 ettari di cementificazione per una nuova base militare a Pontedera, presso l’area agricola della Tenuta Isabella per una pista di addestramento militare, piazzali per le manovre, officine, uffici, muri parapalle e un poligono di tiro a cielo aperto di 500 metri. Pisa e Pontedera al centro della macchina bellica: ma come siamo giunti a questo punto?

Il coinvolgimento di Pontedera nel progetto della nuova base militare per i reparti speciali dei carabinieri (GIS e Tuscania) emerge dopo il fallimento dell’iniziale ipotesi di collocamento delle strutture addestrative a Coltano.

A pochi giorni dall’oceanica manifestazione del 2 giugno a Coltano, l’8 giugno 2022 si riunisce il tavolo interistituzionale con rappresentanti di Regione Toscana (Eugenio Giani), Comune di Pisa (Michele Conti), Provincia di Pisa (Massimiliano Angori), Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli (Lorenzo Bani), Ministero della Difesa e Arma dei Carabinieri, che decide per uno spacchettamento del progetto tra Pisa e Pontedera. Se la reazione della città è di immediata contrarietà, come testimoniato dall’ampia partecipazione alla prima assemblea pubblica, il sindaco della città della Vespa Matteo Franconi si dice pronto e disponibile a valutare la proposta, nonostante alcuni malumori in giunta. Secondo indiscrezioni giornalistiche, Giani spingerebbe per spostare l’intera installazione sul territorio pontederese, su terreni della frazione di Santa Lucia per sfruttare la vicinanza alla superstrada Fi-Pi-Li, mentre il sindaco di Pisa spingerebbe per la zona industriale di Ospedaletto.

Dopo queste schermaglie estive, il lavoro di ri-progettazione prosegue al riparo da occhi indiscreti, tra tavoli interministeriali e riunioni a porte chiuse, in barba a qualunque principio di trasparenza istituzionale e coinvolgimento della cittadinanza. Per oltre un anno il movimento No Base continua a fare pressioni, assemblee, tavoli informativi e richieste di accesso agli atti, per sfondare il muro di gomma delle istituzioni locali, regionali e ministeriali.

A settembre 2023 l’annuncio della chiusura del tavolo interistituzionale e del progetto definitivo: una mega base militare, suddivisa in due siti, uno all’interno dell’area del parco di San Rossore (area ex Cisam) a San Piero a Grado (Pisa) e uno sui terreni della tenuta Isabella a Pontedera. Dagli iniziali 190 milioni si passa a una previsione di spesa di 520 milioni di euro, con un consumo di territorio di 140 ettari, di cui 40 ettari a Pontedera. In particolare, per la città della Valdera si prevede la creazione di una pista di addestramento per mezzi militari e un poligono di tiro a cielo aperto di 100 metri.

A fronte di questa devastante novità, le istituzioni pontederesi continuano a tacere. Le uniche affermazioni via stampa tentano di minimizzare l’impatto, parlando solo di una pista addestrativa da aprire anche al pubblico, senza soffermarsi sul poligono di tiro. Questo nonostante la suddetta pista comporti la presenza, oltre ad una pista di oltre 1,3 km avente diverse tipologie di traiettorie, fabbricati per paddock, officina e garages per le auto, uffici di direzione della pista, un muro parapalle per esercizi a fuoco, un piazzale per manovre, una piastra idraulica e bagnato, un fabbricato dedicato agli uffici di controllo comandi del bagnato, un piazzale avente forma circolare (diam. 70 mt) per guida sottosterzo, un piazzale per manovre basiche e altre strutture. Una colata in cemento in piena regola, in una zona a vocazione agricola e a forte rischio idraulico, visto che sorge accanto al canale Scolmatore. A parte un nuovo giro di schermaglie politiche, la posizione di Sindaco e giunta rimane attendista: aspettiamo e valutiamo.

Nonostante il silenzio istituzionale e la mancanza di qualsivoglia forma di confronto pubblico sul progetto, il movimento No Base pontederese continua a mobilitarsi, e a marzo 2023 cerca di avere notizie dall’amministrazione (che a differenza di quanto annunciato dal sindaco nel 2022 non aveva mai partecipato al tavolo interistituzionale), depositando le firme di oltre cento residenti necessarie per una richiesta formale di chiarimenti, senza ottenere alcun aggiornamento.

Si arriva così a giugno 2024, quando tra le pieghe del DL infrastrutture spunta un iniziale  finanziamento di 20 milioni per il primo lotto del progetto. Per superare l’ignavia delle istituzioni e del primo cittadino pontederese, la neoeletta consigliera comunale Denise Ciampi presenta a luglio 2024 una mozione in cui chiede al Consiglio Comunale e alla Giunta di opporsi a questo progetto di militarizzazione e cementificazione del territorio, in nome dei valori di pace e rispetto dell’ambiente tante volte sbandierati anche in campagna elettorale. La mozione viene bocciata con un solo voto favorevole (della promotrice Ciampi) e un astenuto, secondo il mantra che ancora non ci sono tutti i dati per valutare. Ironia della sorte, pochi giorni dopo, l’8 agosto 2025 il DDL 1937 del Senato (conversione del DL infrastrutture) conferma l’interessamento della tenuta Isabella, come mostrato dalla mappa allegato al testo più sopra.

Per Pontedera, si prevede la cementificazione di 40 ettari di terreno agricolo, per la costruzione di una pista di addestramento di mezzi militari, con tutte le strutture annesse, piazzali, officine e un muro parapalle per le esercitazioni a fuoco, e un poligono di tiro a cielo aperto di 500 metri.

Disertare la guerra: ieri, oggi e domani – Videointervista a Mario Pizzola

Disertare la guerra: ieri, oggi e domani – Videointervista a Mario Pizzola

Riportiamo qui un’intervista che abbiamo fatto a Mario Pizzola, esponente del Movimento Nonviolento fin dai suoi albori, nonché uno dei primi obiettori di coscienza nell’Italia del secondo dopoguerra. Questa intervista è stata costruita in occasione dell’Ostuni Climate Camp che si è tenuto quest’estate, realizzato con una grande spinta mobilitativa da “Rete Clima, Fuori dal Fossile”, una realtà che da anni approfondisce il legame tra le grandi opere, la speculazione energetica e la guerra e che lotta con una prospettiva di un nuovo paradigma energetico e per territori di pace.

In anni in cui la guerra sta assumendo sempre più centralità nelle nostre vite, necessaria alle potenze mondiali per rafforzare profitto e relazioni di potere, è sempre più urgente costruire un’opposizione e un’obiezione di coscienza collettiva alla guerra. Per questo, possiamo guardare alle preziose esperienze di chi alla guerra si è opposto, organizzando movimenti che sottrassero legittimità alla macchina bellica, proponendo invece la possibilità di costruire un mondo in cui la pace è la strada e l’obbiettivo da costruire.

Mario ripercorre quelle che sono state le motivazioni morali e politiche che hanno spinto lui e gli altri pionieri all’obiezione di coscienza, andando anche incontro al carcere e a severe repressioni, mantenendo fede ad un principio etico fondamentale: la guerra non è un’opzione.

Dopo più di 50 anni la diserzione diventa ancora più essenziale come concetto e come scelta. Difronte al rapido susseguirsi di guerre in tutto il mondo, a partire dal genocidio in Palestina, mentre assistiamo ad un’implementazione capillare delle tecnologie e della logistica di guerra, mentre siamo sottoposti ad una continua propaganda che normalizza e legittima la guerra fin dai primi anni di vita, obiettare significa opporsi e fermare gli ingranaggi della guerra. Obiettare significa anche credere in altre strade possibili, una sfida che seppur difficile, vogliamo continuare ad intraprendere.

Attraverso le parole di Mario Pizzola rilanciamo la campagna “Nessuna recluta per nessuna guerra”: un’azione collettiva di diserzione simbolica. Se le potenze mondiali e i nostri governi si stanno preparando alla guerra, noi dobbiamo prepararci all’opposizione alla guerra!

Invitiamo tutte e tutti a compilare una lettera di obiezione, ispirata a quelle scritte in un passato non molto lontano, per rifiutare il servizio militare obbligatorio, in cui si esprime il proprio rifiuto alla guerra. Rifiutare la guerra nel nostro territorio significa opporsi prima di tutto alla costruzione della nuova base militare e del modello che la sostiene. Anche durante il campeggio del 5, 6 e 7 settembre ci saranno momenti dedicati all’approfondimento dell’obiezione di coscienza e alla compilazione delle lettere che saranno poi raccolte e inviate al governo, come gesto di rifiuto di prestarsi con il proprio corpo e con la propria vita alla guerra!