L’Università di Pisa fa sparire il presidio di Pace dei “Tre Pini”
Mercoledì 18 marzo ore 11.00 conferenza stampa al Rettorato, Lungarno Pacinotti 43
Durante una passeggiata di monitoraggio al CISAM, nel cuore del Parco di San Rossore, abbiamo trovato il nostro Presidio di Pace dei “Tre Pini” sgomberato. Bagni, docce, lavabi, tavoli e panche spariti, insieme a tutti gli oggetti e le attrezzature messe a disposizione da solidali. È sparito tutto ciò che è stato costruito con il contributo della collettività e che ha reso un posto prima abbandonato percorribile dalla cittadinanza. In altre parole, un furto. Oltre che un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a chi si batte concretamente per la pace, per l’ambiente, contro le guerre.
Ma chi ha paura di un presidio per la Pace?
L’Università di Pisa è proprietaria del terreno dei “Tre Pini”, da anni abbandonato e rigenerato dall’autorecupero del movimento No Base che vi ha realizzato campeggi, mobilitazioni, iniziative di socialità e molto altro. L’università di Pisa ha scelto di essere complice del progetto della base militare, accettando la “compensazione” della ristrutturazione del Borgo ex Bigattiera. Ora sappiamo in cambio di che cosa: in cambio del suo schieramento nel campo di chi vuole la guerra mondiale. E così, l’Università si rende disponibile a intralciare il movimento di cittadini, studenti, abitanti del territorio che difendono il parco dalle basi militari e che lottano per la Pace.
L’Università di Pisa possiede tutti i terreni adiacenti alle basi militari del nostro territorio: CISAM, Camp Darby e COMFOSE. Finora, ha deciso di tutelare le attività di quelle basi, piuttosto che difendere le sue stesse terre dalla militarizzazione e dal cemento, su cui sorgono anche le sue stesse strutture didattiche come il Centro Avanzi di Agraria o l’Ospedale didattico veterinario. Ma le collaborazioni con la guerra sono anche dirette: l’Ateneo pisano porta avanti ricerche milionarie all’interno di laboratori, come il RASS Lab a Cisanello o il Laboratorio Nazionale di Reti e Tecnologie Fotoniche del CNIT in collaborazione con aziende belliche come Leonardo SpA e Rheinmetall, con la NATO e persino con il CISAM, dove dovrebbe sorgere la nuova base militare.
L’Università di Pisa è come la verità di Orwell: quando parla di Pace, sta facendo la Guerra, quando parla di ambiente, sta gettando il cemento, quando parla di progresso, sta progettando il colonialismo. Non dimentichiamo che è la stessa Università che continua a sostenere Israele e i progetti con le entità che portano avanti il genocidio in Palestina.
Provare a cancellare il Presidio di Pace Tre Pini è un attacco a chi lotta per la pace.
Che cosa fa paura all’Università? Fa paura che qualcuno attraversi e curi i suoi spazi per parlare di pace? Fa paura che si difenda il Parco di San Rossore dalle reti, dal cemento, dalle basi militari? Fa paura che qualcuno contesti i traffici di armi e difenda i principi di Pace della Costituzione?
Non è un caso che questo avvenga pochi giorni dopo aver bloccato un treno carico di armi, cosa che ha dato un segnale di pace forte e concreto a tutto il Paese. Non è in dubbio che ciò avvenga a braccetto con quei soggetti politici e militari che continuano a decidere in modo dispotico sul nostro territorio.
Vogliamo dirlo con chiarezza: l’ipocrisia e la vigliaccheria dell’Ateneo, evidentemente invischiato con i poteri guerrafondai della nostra epoca, non ci stupiscono. Né tantomeno ci spaventano, perché sappiamo che il presidio dei Tre Pini verrà presto ricostruito dalla mobilitazione popolare. Perché in questo periodo di guerra, è sempre più forte il bisogno di lottare per la pace.
Chi ha paura della pace ha paura di chi sta resistendo a un’idea di mondo fatta di brama di potere, di profitto, di prepotenza sui popoli: ha il terrore di perdere il proprio tornaconto negli affari di guerra. Cerca di distruggere, laddove in tanti provano a costruire alternative e prospettive. Pochi giorni fa abbiamo dimostrato che resistere a tutto questo è possibile, ma che sarà sempre più importante farlo insieme e collettivamente. Il gesto dell’Università ci mostra quanto è necessario che tutti prendano posizione, partecipino e in ogni modo facciano la loro parte per la pace.
È sempre più chiaro che non possiamo delegare a queste istituzioni il potere di decretare le sorti del nostro territorio, così come del pianeta: spetta farlo a noi, insieme. Il Parco appartiene alla popolazione, agli animali e alle piante, non al Rettore, non all’ateneo, non ai militari. La Pace o si costruisce o si fa la guerra. E l’Università di Pisa, evidentemente, vuole fare la guerra.
Mercoledì 18 marzo alle 11.00 Conferenza Stampa al Rettorato prendiamo parola su quanto è successo.
Qualcuno ha deciso che il territorio tra Pisa, Livorno e San Piero a Grado debba diventare un nodo strategico della macchina militare occidentale. Non è un’ipotesi: è quello che emerge leggendo contratti pubblici, documenti NATO e piani di investimento europei. Ma la domanda che nessuna istituzione ci pone è semplice: lo vogliamo?
Il Mediterraneo non è uno sfondo: è un teatro
Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui si inserisce.
Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati, capacità di colpire in poche ore. Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa.
E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia strategica per conto terzi.
Camp Darby: non solo una base, ma un sistema
Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di nome senza conoscerne il ruolo reale.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche (dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli), adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione, pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli che si stanno moltiplicando ovunque.
Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo.
Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E a quali necessità risponde veramente?
Le forze speciali si spostano. Ma dove, e perché?
Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci” al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro.
Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali — forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare Galileo Galilei e il Porto di Livorno.
Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di comando risponderebbero?
Le ferrovie e i “corridoi civili”
L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare” all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato.
In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi.
La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento europeo è la rapidità di movimento militare.
La guerra ibrida e il territorio come piattaforma
La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi.
In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane sventolano sul suo perimetro.
Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine decisionale mantiene in caso di crisi?Chi autorizza l’uso operativo di queste strutture?
Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta pubblica e verificabile.
JAMMS e Pratica di Mare: il cervello digitale della guerra
Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità avanzate di guerra elettronica.
JAMMS collega in un’unica rete operativa aerei spia, sensori, satelliti, forze speciali e basi terrestri. È parte della dottrina JADC2 — Joint All-Domain Command and Control — con cui gli Stati Uniti puntano a dominare simultaneamente tutti i domini operativi: terra, mare, cielo, spazio, cyber. Due elementi concreti danno la misura del programma: piattaforme G550 modificate per intelligence e guerra elettronica, e un contratto da circa 300 milioni di dollari per capacità di jamming. Pratica di Mare, base aerea a sud di Roma, probabilmente è uno snodo centrale di questa rete in Italia — il punto in cui i dati si raccolgono, si elaborano e si trasformano in ordini operativi, con sincronizzazione diretta tra forze USA e italiane e tempi di risposta compressi al minimo.
Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico? Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale? La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso.
Decisionalità e sovranità: il caso Crosetto
C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali.
Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i ministeri italiani.
Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era “preventivato”? Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori?
Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta pubblica, anzi le aggira. E il silenzio è già una risposta.
Il linguaggio dell’innocenza
C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come “ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del territorio”. Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra.
Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali, i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale.
E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica.
Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di integrazione? Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde, e a chi, delle decisioni prese?
Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi coloniali nostrani.
Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con certezza:
Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!
In Sudan si consuma un massacro che il mondo continua a ignorare. Dal 2023, le Rapid Support Forces (RSF) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, combattono contro le Forze Armate Sudanesi (SAF) per il controllo del paese. Il prezzo lo paga la popolazione civile: villaggi incendiati, stupri di massa, esecuzioni pubbliche, fosse comuni. Le Nazioni Unite e numerose ONG parlano apertamente di crimini di guerra e di un genocidio in corso contro la popolazione del Darfur e di altre regioni.
Le RSF, oggi responsabili dirette dei massacri, discendono dalle famigerate milizie janjaweed, già protagoniste del genocidio darfuriano dei primi anni 2000. Nel 2019, quando il popolo sudanese scese in piazza reclamando la democrazia e la fine del regime di Omar al-Bashir, furono proprio queste truppe — allora formalmente inquadrate nell’esercito regolare — a soffocare nel sangue le manifestazioni di Khartoum, sparando sui civili, torturando, violentando e lasciando centinaia di corpi lungo il Nilo.
Il ruolo del Tuscania: gli addestratori del massacro
Che c’entra l’Italia? Le inchieste di Africa ExPress (“Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: Avete creato un mostro”) e de il manifesto (“Il Sudan ha un amico tricolore: l’Italia addestrò i janjaweed”) hanno ricostruito un quadro preciso: tra Roma e Khartoum sono intercorsi accordi militari e missioni di cooperazione che hanno coinvolto reparti italiani, in particolare i Carabinieri del Reggimento Paracadutisti Tuscania.
Secondo Africa ExPress, il 12 gennaio 2016 si sarebbe tenuta una missione segreta italiana a Khartoum per definire un piano di addestramento delle unità del Ministero dell’Interno sudanese, le stesse che costituivano il nucleo originario delle RSF. L’addestramento sarebbe stato possibile anche grazie alla rete di basi operative e centri di formazione italiani, tra cui il Reggimento Tuscania, che da anni funge da polo per la formazione delle forze speciali e per la cooperazione militare internazionale.
Non si tratta solo di un dettaglio logistico: destinare il CISAM al Tuscania significa potenziare il reparto, aumentarne gli effettivi e ampliare il raggio delle missioni internazionali in cui è coinvolto. Il 29 luglio 2022, in un’intervista alla radio sudanese, lo stesso generale Hemetti aveva rivolto apprezzamenti all’Italia, affermando che le sue “Forze di Supporto Rapido stanno cooperando esclusivamente con l’Italia nei settori della lotta al terrorismo e dell’immigrazione”.
Nel Senato italiano, il 6 settembre 2022, il senatore Luigi Ariola ha presentato un’interrogazione per chiedere chiarimenti al governo sulle accuse di addestramento ai janjaweed. Nessuna risposta ufficiale è mai arrivata.
Leonardo, Med-Or e la continuità del business
Le relazioni non si fermano all’ambito militare diretto. Attraverso la Fondazione Med-Or, diretta dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti e controllata dal gruppo Leonardo, l’Italia ha costruito negli ultimi anni rapporti di cooperazione con il governo sudanese. In foto e comunicati ufficiali, Minniti stringe la mano a rappresentanti riconducibili alle SAF, le forze armate rivali delle RSF. Ma in un contesto di guerra civile fluido, i confini tra alleanze e complicità si dissolvono.
Leonardo — cuore del complesso militare-industriale italiano — promuove attraverso Med-Or una diplomazia parallela che intreccia formazione militare, sicurezza dei confini, intelligence e industria bellica, in continuità con il Piano Mattei per l’Africa. In Sudan, come in Libia o nel Sahel, l’obiettivo reale non è la pace, ma stabilizzare i regimi e le milizie che garantiscono controllo, accesso alle materie prime e blocco delle rotte migratorie.
Paramilitari anti-migranti: il filo rosso italiano
Nulla di nuovo, dunque. L’Italia è da anni alla ricerca di “partner locali” per esternalizzare la guerra ai migranti. In Libia, i finanziamenti e l’addestramento delle milizie della Guardia Costiera hanno prodotto detenzioni arbitrarie, torture e schiavitù. In Sudan, la strategia è la stessa: stringere accordi con forze paramilitari e di sicurezza interna, spesso responsabili di atrocità, in nome della “lotta al traffico di esseri umani”.
Dietro la retorica della cooperazione e del contrasto al terrorismo si nasconde una guerra per procura, combattuta per conto delle potenze europee e del Golfo. Le RSF e le SAF, in modi diversi, sono strumenti di quel sistema di controllo: milizie pagate per mantenere l’ordine e bloccare i movimenti delle persone, anche a costo di massacri.
Il genocidio e la complicità italiana
Mentre in Darfur si contano centinaia di migliaia di morti, l’Italia — tra cooperazioni militari, fondazioni “culturali” e contratti d’armi — continua a nutrire i propri rapporti con i carnefici. Le stesse strutture che addestrano forze speciali “per la stabilità” diventano laboratori del terrore.
Dal CISAM di Pisa, cuore operativo del Tuscania, fino ai palazzi di Leonardo e Med-Or, l’Italia si ritrova ancora una volta dalla parte sbagliata della storia: quella che addestra, arma e legittima chi soffoca nel sangue la democrazia e massacra interi popoli.
Come in Palestina e come in Libia, si ripete lo stesso schema: un genocidio dietro un altro, in nome di affari, frontiere e potere.
Note sull’accesso alla documentazione inerente alla base di San Piero e Pontedera e sull’ispezione civile all’interno del CISAM
Dalla riapertura del progetto della nuova base militare di GIS e Tuscania a San Piero a Grado e Pontedera, il movimento No Base si sta spendendo in sempre più campagne, approfondimenti, richieste e mobilitazioni non solo per opporsi fisicamente e politicamente alla costruzione della grande opera di militarizzazione, ma anche per conoscere effettivamente quale sarà la portata di questa struttura e qual è lo stato attuale delle cose.
Due dei dieci punti del Decalogo No Base sono infatti dedicati a questo: far saltare fuori la verità che fino ad oggi sta sotto il naso di tutti ma nascosta minuziosamente sotto ad un telo mimetico.
Nelle opere militari ci sono norme che prevederebbero un po’ di trasparenza: ai sensi dell’art. 10 del decreto legislativo n. 33/2013, il Ministero della Difesa ha adottato un Programma triennale per la trasparenza e l’integrità. Eppure, nel ricercare informazioni sul progetto della base, i documenti che si trovano sono spesso incompleti, parziali, pubblicati in ritardo o addirittura non pubblicati. Insomma, quando si tratta di infrastrutture militari, in aperta violazione con le norme che pure esistono, si dà come assodato che si debba bypassare la conoscenza e la volontà dei cittadini di un territorio, le regolamentazioni e norme ambientali, per devastare un intero territorio senza mai pagarne il prezzo.
Tenere nascosto il progetto fino alla sua effettiva realizzazione serve a rendere fumoso e vago ogni attacco rivolto direttamente alla costruzione della base. Questa tattica si è dimostrata inutile di fronte ad un movimento che fino ad oggi ha saputo approfondire e mettere in discussione dalle radici la costituzione di questa opera.
Il punto sostanziale è uno: essere a conoscenza di come si vuole modificare il nostro territorio è un nostro diritto irremovibile, sapere cosa sta succedendo al di là delle reti e quali sono le prospettive per il Parco di San Rossore, è una conoscenza che noi dobbiamo pretendere e avere. Pretendiamo il diritto di essere informatə per poter partecipare attivamente e democraticamente alla salvaguardia del nostro ecosistema.
Negli ultimi due anni si sono svolti numerosi tavoli inter-istituzionali con la presenza della Regione, delle autorità militari e della governance del Parco. In quelle sedi, si è discusso di documentazioni che a noi, come cittadine e cittadini, viene detto non essere accessibili. Una contraddizione che non possiamo più accettare. Siamo riusciti a sapere dell’esistenza di alcuni di questi documenti, ma sicuramente ce ne saranno molti di più, riguardanti soprattutto la parte progettuale. Se davvero i documenti non esistono, vogliamo che venga certificata la loro assenza. Se invece esistono, come crediamo, allora devono essere resi pubblici e accessibili a tutte e tutti. È inaccettabile che le decisioni sul futuro del nostro territorio vengano prese sopra le nostre teste, senza trasparenza e senza alcun coinvolgimento democratico. Per questo intendiamo costruire un percorso collettivo di pressione e di mobilitazione per pretendere ciò che ci spetta: chiarezza, trasparenza, accesso agli atti.
La realtà ci dice che, mentre ci raccontano che tutto è ancora “solo un progetto”, dai cancelli del CISAM da mesi entrano ed escono betoniere, camion e mezzi pesanti. Non servono grandi interpretazioni: si sta preparando il terreno per il cantiere della base. Davanti a questo scenario, chiediamo con forza che venga effettuata un’ispezione all’interno delle reti del CISAM. Non possiamo più tollerare che, dietro il silenzio delle istituzioni, proceda la devastazione del territorio e la militarizzazione del Parco di San Rossore.
Alcuni consigli comunali hanno già preso posizione contro la costruzione della base. Adesso vogliamo costruire l’occasione di confluire per pretendere trasparenza. Durante il Campeggio No Base, sabato mattina alle ore 11.00, insieme all’avvocata Anna Brambilla, stileremo una richiesta di accesso agli atti civile. Sarà un momento collettivo di confronto e costruzione: vogliamo che associazioni, enti, comitati, consigli comunali e tutte le realtà sensibili possano unirsi a questa iniziativa. Non si tratta solo di un atto formale, ma di un gesto politico e civile che afferma un principio fondamentale: la trasparenza è un diritto, e il nostro territorio non sarà mai una zona militare sottratta alla democrazia.
Si è conclusa la due giorni di mobilitazione no base del 26 e 27 aprile: un piccolo grande passo in cui centinaia di persone hanno raggiunto San Piero a Grado dal territorio pisano e dalla Toscana, per affermare la propria contrarietà alla costruzione della base militare e il desiderio di costruire collettivamente nuove possibili prospettive di Pace. In questa occasione, con nuovi stimoli e adesioni, si è rafforzata un’esigenza di chiarezza e un’urgenza di azione nel presente e nel futuro.
Con il presidio di sabato in centinaia abbiamo manifestato davanti ai cancelli della base CISAM con l’obiettivo di rompere il velo di menzogna permanente che avvolge il progetto: non si tratta di una riqualificazione di pochi edifici come vogliono fare credere, ma di 100 ettari di cemento e infrastrutture militari addestrative per più di 800 militari delle forze speciali dell’esercito Tuscania e GIS; non ci sono compensazioni che tengano di fronte a questo scempio del nostro territorio. La menzogna avvolge il progetto, perché le istituzioni che avrebbero il dovere di tutelare il Parco Naturale di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, così come quello di Pontedera, a partire dall’Ente Parco, dai Comuni di Pisa e Pontedera, dalla Regione sino al Governo, continuano a sostenere che non sia a disposizione alcuna documentazione, talvolta che questa documentazione addirittura non esista. A gran voce, con battiture sonore ai cancelli, cori e interventi, abbiamo voluto ribadire un punto: questa documentazione deve essere resa pubblica e le istituzioni devono procedere con un’ispezione dell’area CISAM per rendere noto alla popolazione se e cosa sia già in movimento all’interno di quelle reti, di fronte a mesi di flussi di mezzi pesanti dall’esterno all’interno della base.
Sono già cinque i comuni intorno a Pisa in cui sono state prese delle posizioni contro la nuova base militare: a San Giuliano, Vecchiano, Vicopisano, Calci e Calcinaia, sindaci e consigli comunali hanno detto No al progetto; il sindaco di Calci, con il proprio partito, ha espresso vicinanza alla mobilitazione no base ed è passato al presidio di sabato.
“Europa Verde chiede anche la massima trasparenza in tutte le procedure di autorizzazione di una nuova installazione militare nel territorio pisano. “Non solo, – conclude la nota del partito – ma confermiamo la contrarietà ad inserire una base in un territorio pregiato e prezioso come quello del Parco e, più in generale, riteniamo assolutamente inaccettabile che si cerchi di agevolare la costruzione di installazioni militari in aree a vincolo con norme varate “ad hoc”. Un estratto dalla nota del Partito Europa Verde
Il nostro messaggio, da oggi ancora più chiaro, è che in ogni sede, istituzionale e non, ciascunə dovrà fare la propria parte perché quella documentazione sia resa pubblica, accessibile e trasparente.
“Il nostro presidiare questo territorio è quanto mai espressivo della volontà di esserci, esserci dove non ci vorrebbero, esserci in quei luoghi ritenuti sfruttabili e sacrificabili per interessi di profitto; per costruire un’alternativa, anche quando ci dicono che alternative non ce ne sono, anche quando ci fanno credere che le basi e la guerra portano profitto, quando invece questo è per pochi e la distruzione per tuttə, a partire dalle terre.” Un intervento davanti ai cancelli del CISAM
Nel presidio di sabato si è espressa la ricchezza delle motivazioni no base: associazioni e comitati territoriali da Pisa a Coltano, dalla Valdera alla Val di Cornia, da Viareggio al Monte Amiata, da Lucca alla Sardegna, hanno portato con convinzione le posizioni di chi vuole unirsi per difendere l’ambiente, il territorio e il Parco e battersi per una pace effettiva e disarmata, a partire dall’’impedimento della costruzione della nuova base militare;
Tanti studenti e studentesse hanno ribadito la centralità dell’università nello scenario bellico. Le studenti in mobilitazione per la Palestina hanno sottolineato la complicità delle istituzioni universitarie con il genocidio portato avanti da Israele in Palestina – e con tantissimi altri conflitti su scala globale – tramite accordi con aziende produttrici di armi come Leonardo SpA; C’è chi, invece, ha ricordato l’implicazione diretta dell’Università di Pisa nel progetto della nuova base, evidenziando la necessità di trasparenza anche su questo versante. Con il decreto del 29 giugno 2024 che ha ratificato il progetto della base militare, infatti, l’implicazione dell’Università si è resa esplicita nella previsione di compensazione per la ristrutturazione di uno stabile dell’Università nei pressi del CISAM.
“Vogliamo ricordare che il Presidio di Pace dei “Tre Pini” è un luogo formalmente di proprietà dell’Università di Pisa, così come tutti i terreni intorno al CISAM, parte dei quali sono però lasciati in abbandono. […] Con la promessa di ristrutturazione di uno stabile dell’Università “l’ex Bigattiera” , lo Stato ha evidentemente avviato una collaborazione con la governance universitaria. Una collaborazione di cui non troviamo traccia in documenti ufficiali, su cui la governance non si è mai espressa e su cui rivendichiamo chiarezza e pubblicità per sapere a quale titolo e in quale forma l’Università di Pisa è coinvolta in un progetto che nulla dovrebbe avere a che fare con un’istituzione accademica. Come studenti pretendiamo l’assegnazione ufficiale da parte dell’università del terreno dove si trova il presidio di pace “Tre Pini” affinché San Piero si animi della voglia di tantissime persone di immaginare e lottare insieme per un mondo diverso, senza armi e soprattutto senza basi militari.” intervento di una studentessa durante il presidio al CISAM
Con il movimento transfemminista di Non una di meno abbiamo rafforzato la necessità di mobilitarci contro la base e contro la guerra per fare la nostra parte per trasformare un sistema ingiusto fondato sul dominio patriarcale e suprematista sulle popolazioni, sulle donne, sulle persone migranti, che nella militarizzazione ha la sua prima arma e strategia; abbiamo ricevuto dall’Adriatico e dalla Sicilia, messaggi di complicità e solidarietà (vedi in fondo i contributi del Movimento No Ponte e di Rete per il Clima Fuori dal Fossile); insieme a realtà sindacali di base, partiti e collettivi studenteschi pisani, così come con organizzazioni pacifiste e cattoliche dalla Toscana e non solo, una ricchezza di prospettive e sensibilità ha contribuito a comporre da più parti una nuova esigenza di definizione della Pace che vogliamo per noi, dal basso dei territori e delle popolazioni che non vogliono subire la violenza del riarmo, dell’economia di guerra e dell’occupazione di servitù militari.
Proprio questa esigenza ha trovato spazio di discussione e dialogo domenica, nell’assemblea “Disarmare la Pace”, al presidio di Pace dei “Tre Pini”. A partire dalla proposta di movimenti pacifisti cristiani come Pax Christi, in tantissimə abbiamo risposto all’appello lanciato da cristiani e cristiane no base. Un appello a “disarmare la pace”, ad immaginare insieme, unendoci nelle diversità, una pace giusta, che sia una pace da e per i popoli e i territori, che non può che essere disarmata.
“Da qui dobbiamo partire per il futuro, gettare le basi per un’alternativa con la A maiuscola.[…] L’alternativa è costruire educazione alle relazioni e ai rapporti: le guerre scoppiano perché c’è un deficit di democrazia. Allenare la popolazione civile a saper gestire i conflitti a cominciare da quelli inter-relazionali. Guerra e conflitto non si equivalgono: una società che si fa carico di educarsi alla gestione della conflittualità e alla diversità è una società capace di costruire una prospettiva di pace e disarmo. Una società aconflittuale va dritta alla guerra.” Dall’intervento di Pio Castagna, coordinatore di Pax Christi Centro Italia
Movimenti e gruppi cattolici, associazioni, partiti, movimenti transfemministi, antimilitaristi, comitati di difesa ambientale, collettivi universitari, realtà solidali si sono uniti in assemblea con un obiettivo comune: fermare la base per disarmare la guerra, per restituire il reale significato alla parola pace. Nel prossimo periodo sarà reso pubblico un documento di rielaborazione dell’assemblea: per adesso, vogliamo sottolineare che usciamo da questo momento con la consapevolezza che siamo pronti e pronte ad unirci nelle nostre differenze, nella volontà di fare del conflitto, dei contenuti e dell’obiettivo comune gli elementi costruttivi di cooperazione e di sintesi. Usciamo pronti e pronte ad un’estate no base, per continuare a difendere il nostro territorio, per continuare a costruire un’alternativa di Pace in un presente di guerra.
Siamo pronti e pronte a diffondere la vitalità del Movimento no base a partire dal Presidio di Pace dei “Tre Pini” e dal campeggio che animerà questa estate, dalle decine di iniziative di lotta, cultura di pace, obiezione di coscienza, propaganda, socialità e mobilitazione che sono e saranno necessarie per fare la nostra parte e invertire una tendenza alla guerra che ci sta investendo come una tempesta.
Abbiamo voluto fare tutto questo proprio lì dove dovremo essere sempre più presenti, davanti a quelle reti e quei cancelli che celano i piani di guerra dei potenti del nostro Paese, per iniziare a riappropriarci di una parola, la “pace”, sempre più svuotata nei discorsi guerrafondai degli Stati e che vogliamo acquisti la concretezza dell’azione e delle idee di chi desidera per la società e il territorio la libertà dalla militarizzazione, la capacità di convivere nella diversità, l’esigenza di mettere la collettività di fronte agli individui: dalle parole di Papa Francesco a quelle di Bertolt Brecht, pronunciate in assemblea, questo filo rosso ci ha unito e continuerà a unirci nel futuro.
“La Toscana non è zona di guerra, fuori le basi dalla nostra terra!”: durante questa due giorni questo slogan è arrivato da San Piero a Grado sino in Iraq, grazie al lavoro di comunicazione di Un Ponte Per, presente e partecipe alla mobilitazione. Questa nota di solidarietà internazionale è la misura di cosa significhi per noi questa due giorni, della centralità dell’hub logistico militare pisano nell’escalation globale, della nostra responsabilità e possibilità di fare la nostra parte, del grande lavoro che dobbiamo ancora costruire per fermare la base e costruire la Pace.
Insieme possiamo fermarla non è solo uno slogan, è la realtà che unendoci passo passo stiamo mettendo in pratica.
Il contributo del movimento No Ponte:
Un saluto a tutti e tutte dalla Sicilia. Siamo lì con voi in questa giornata resistente. Usiamo questa parola perché ieri in tutta Italia si sono riempite le piazze in memoria dei partigiani e della loro resistenza. Una giornata che parla di libertà, di lotta, di dignità. Parla di Resistenza. La domanda che ci siamo fatti è stata però: di quale Resistenza parliamo? Perché la Resistenza non può essere un fatto chiuso nei libri di storia. Non può essere una commemorazione svuotata, rituale. La Resistenza o è viva, o non è. O si fa ogni giorno, o non esiste. E allora parliamo del presente. Parliamo della guerra che ci attraversa. Parliamo, e dobbiamo farlo certamente, di quella che colpisce le città, le case, i corpi in Palestina, in Ucraina, in Sudan, in Yemen e in tutto il mondo. Ma dobbiamo nominare anche quella che si insinua nei nostri territori, dietro decisioni calate dall’alto, imposte sulla pelle della gente. Parliamo di quello che sta avvenendo in tutta Italia dalla Valle, passando da Coltano fino all estremo sud con il ponte sullo stretto e le basi militari nato e usa. Tutto questo ha un nome: si chiama GUERRA. La guerra quella fatta col cemento, con gli espropri, con i cantieri infiniti e le zone interdette. Il Ponte sullo Stretto, come le basi militari, sono il simbolo di tutto questo. Non sono infrastrutture inutili al territorio. Sono l’incarnazione di un’idea malata di sviluppo, quella che trasforma la terra in merce, che militarizza i territori, che impone senza ascoltare. Ci vogliono convincere che questo sia progresso. Ma il progresso non è distruggere paesaggi, comunità, biodiversità per fare profitto. Questo è colonialismo. Un colonialismo che considera la Sicilia e i territori terra di conquista, una luogo da gestire, senza considerare chi quel territorio lo abita. Parlano di “opere strategiche”. Ma per chi? Non per noi. Non per chi vive ogni giorno il dissesto idrogeologico, le frane, la sanità pubblica al collasso, le strade dissestate, i treni fermi. Chi sa di cosa hanno bisogno i territori sono le persone che li abitano, e non è sicuramente il cemento. C’è bisogno Di risposte reali e non di mitologie ingegneristiche o di basi per la guerra. E allora oggi, come ieri in occasione del 25 aprile, non basta ricordare chi ha combattuto contro il fascismo e costruire giornate puramente commemorative. Dobbiamo chiederci: dove sono oggi le nuove forme di oppressione? Dove si costruiscono oggi le nuove resistenze? Perché lo diciamo chiaramente: i territori non sono pagine bianche su cui stampare decisioni autoritarie. Sono corpi vivi, intrecci di relazioni, memorie, lotte e desideri. E allora, oggi, resistere significa anche immaginare un’alternativa a questo modello. Rompere il mito delle Grandi Opere. Denunciare a gran voce le fabbriche di morte come la Leonardo Spa. Non abbandonarsi alla paura repressiva ma fare della repressione un campo di forza collettiva. Spezzare la narrazione che ci vuole spettatori e non protagonisti. Chiamiamo tutte e tutti a costruire insieme spazi di confronto e di conflitto, perché oggi è necessario costruire un altro orizzonte. Un’altra idea di futuro. Perché come dicevano quelli che hanno fatto la Resistenza vera, con le armi e con le parole: la libertà non si eredita. Si conquista. Ogni giorno.